L'ironia, la satira e... la visione di
Malindi da vicino del nostro direttore
Jambo!
Mi presento: sono il creatore e direttore del portale in cui vi siete imbattuti.
Per chi non mi conoscesse, questo potrebbe bastare.
Amo l'Africa, il Kenya e Malindi e a loro devo moltissimo.
Ma mi piace anche osservare le stranezze, i paradossi, i lati grotteschi
dell'insolita e riuscita "colonizzazione" italiana in questi luoghi.
Sull'argomento ho scritto quattro libri e decine di articoli, più o meno seri,
apparsi su riviste, quotidiani e siti internet.
E anche qualcosa apparso qui...
Buona lettura!
ALTA STAGIONE GIA' FINITA?
Come fosse la performance sessuale di un playboy attempato, si temeva il crollo verticale. "Una, ma fatta bene" ci si augura a una certa età. Malindi, che quest'anno comunque ha abbassato quella media dei suoi frequentatori, di mezza età se ne intende e non ha potuto evitare il crollo che la crisi economica del mondo occidentale ha accentuato.
Da Natale fino all'Epifania in Costa Nord si è marciato a livelli record, che se fosse così almeno quattro mesi all'anno saremmo tutti milionari. Invece sono i soliti quindici giorni di gloria (un po' come i quindici minuti di Andy Warhol) che ci fanno sognare e poi ci lasciano su una spiaggia bianca, sedotti e abbandonati come una turista innamorata di un beach boy. Chi se la gode, da questa settimana in avanti, sono i semi-residenti: creature mitologiche metà turista e metà nababbo.
Felici loro, che tornano a poter parcheggiare davanti ai bar e ai negozi, che pagano finalmente il pesce come nel resto dell'anno, che trovano facilmente il lettino in spiaggia, la pizza durante la prima mezzora di soggiorno in un ristorante e tante altre "facilities" che nei fatidici quindici giorni di altissima stagione vengono loro negate. Senza parlare dei residenti storici, antichi, paleolitici. I pezzi d'archeologia italiana a Malindi non vedono l'ora che le migliaia di connazionali natalizi spariscano dalla loro vista. E il bello è che molti ancora lavorano e sopravvivono grazie a loro! Si sa, Malindi (con i satelliti Watamu e Mambrui che ultimamente si vantano di girare su orbite proprie) è un luogo strano, oseremmo dire "diverso da tutti gli altri". Così il pur breve periodo in cui si mette fieno in cascina per permettersi un letargo degno della talpa canadese, diventa uno dei pochi motivi di stress di una vita africana al tiepido rallentatore della costa keniota. Qualcuno lancia il monito: "dura sempre troppo poco, arriveranno tempi duri", ma a lui tocca il ruolo di Cassandra keniota e nessuno se lo fila. Anche perchè se i tempi duri sono il dolce far niente all'ombra di una palma, l'andare in spiaggia e tuffarsi nell'oceano indiano e mangiare mal che vada una porzione di sima (la polenta) con un sughetto di verdure per 20 centesimi di euro...altro che crisi occidentale...vengano pure questi tempi duri, karibu!
DOVE C'E MALINDI C'E' CASA...
Sarà un lascito degli antichi romani con le loro “domus”, sarà che abbiamo avuto i primi grandi architetti dell’umanità o semplicemente che siamo sempre stati un popolo di ciabattari. Ma noi italiani abbiamo il culto della casa e lo esportiamo ovunque, anche dove non sarebbe necessario.
Prendiamo il Kenya: per vivere qui, ce lo insegnano gli indigeni, bastano quattro mura anche sottili e un tetto di foglie di palma secca. Se ci rechiamo nell’immediato entroterra, in ogni villaggio di capanne di fango, troviamo sempre almeno una casetta in cemento che ha queste caratteristiche: semplicità di forme, economia di materiali e un’ampia veranda. D’altronde cosa ti vuoi inventare, con il clima che c’è? Per avere sempre un po’ d’aria basta mettere le finestre in asse, fare il tetto piuttosto alto e non controsoffittare, tirando al limite sottili fili da pesca molto fitti sotto il tetto di makuti, per evitare che vi possano cascare in testa pipistrelli o serpenti.
I britannici, guarda un po’, costruivano proprio così le case. Tutte le villette si assomigliavano. Le ampie verande fungevano anche da salotto, chiuse con cancellate di ferro da lucchettare per evitare intrusioni. La cucina aveva sempre un disimpegno nel retro e le camere sparivano in una sezione “notte”, rimanendo chiuse fino a sera e al riparo dalle zanzare. In più le loro case erano immerse nella natura del terreno che le ospitava. Guai a togliere un baobab, a segare una palma, a stendere un’acacia o trapiantare un flamboyant. Così è rimasta Watamu, nel lato mare, così è per buona parte Diani, in costa sud.
Noi italiani, invece, non ci accontentiamo di una semplice dimora. Macché! Noi siamo quelli che nel medioevo s’inventavano lo splendore di San Gimignano, che al sud hanno ricavato capolavori dal tufo, che sanno costruire chalet di legno che resistono persino al ghiaccio e alla neve. Siamo quelli delle case colorate liguri, dei trulli di Alberobello, delle antiche cascine. Edilizia basilare, di sopravvivenza e di vita sana a contatto con la natura e con la zona di appartenenza.
Ecco cosa avremmo potuto esportare nel meraviglioso Kenya! Non solo perché saremmo stati in sintonia con questi luoghi, ma perché la qualità della nostra vita sarebbe migliorata, che è l’aspetto che buona parte di chi si è trasferito in Kenya ha considerato.
E invece no. A parte qualche raro caso, ci siamo affidati al nostro lato moderno, all’inventiva di fior di palazzinari che hanno cementificato l’Italia del boom e che proseguono ancora adesso, dove c’è un filo d’erba libero. Ora Malindi può somigliare anche a Viserbella di Rimini, a Marina di Cecina o a Lido di Jesolo. In compenso abbiamo ville hollywoodiane (che se non le riempi di arie condizionate hanno la temperatura del New Mexico), parodie della Costa Smeralda, tenute in stile Franciacorta e palazzoni in stile Ostiense Lunga.
Questo perché per noi italiani la casa è tutto, il guscio indispensabile. Non è solo rifugio, alcova, reggia. E’ anche un biglietto da visita, uno specchio riflettente, dice chi siamo e come siamo fatti. Dormire, quella è l’ultima cosa! La casa è fatta per ricevere, per ospitare, per vantarsi. Guai a passare più tempo all’aria aperta che in casa, a socializzare col primo arrivato. In casa nostra siamo noi a decidere chi varcherà la soglia. Siamo i padroni, gli imperatori del nostro nido.
A Malindi i piccoli imperi non si contano. I signorotti italiani hanno sotto di sé un piccolo esercito che magari non marcia sempre dritto, ma difficilmente si ribella: houseboy, cuoco, giardiniere, addetto alla piscina, askari. Con magari una bella manager casalinga che coordina il tutto e all’occorrenza fornisce altri servizi. Per fortuna il nostro bel Kenya è talmente immenso che piastrellarlo tutto è un’impresa titanica, ma alcuni piccoli Ligresti locali lo farebbero volentieri. Già mi vedo gli slogan: “Acquistate un monolocale a Malindi 2, a soli dieci minuti dall’ingresso dello Tsavo!” oppure “Affittasi elegante open-space a Mambrui, dodicesimo piano vista mare”. E una fila di stabilimenti balneari tutti belli e colorati, con le sdraio e gli ombrelloni, non ce li vedete? E perché insistere con i villaggi turistici, che sono dispendiosi e dispersivi: costruiamo delle belle, tetragone pensioncine tre stelle! La verità è che a Malindi e dintorni c’è ancora troppa poca Italia, per colpa di chi non la considera ancora un vero investimento e continua ostinatamente a riempire di cemento il Meridione o le periferie delle grandi città del nord del Belpaese.
Basterebbe una vacanza ai grandi speculatori edilizi nostrani, per rendersi conto che qui c’è campo aperto per la grande edilizia popolare, per quartieri dormitorio, centri direzionali, perfino per tangenziali con pedaggio…ci vuole solo un po’ di coraggio!
Ma noi amiamo Malindi, facciamo resistenza (passiva) e restiamo fiduciosi: chissà che questa crisi non faccia l’unico miracolo positivo, rimettere a posto la testa di tanti connazionali, far apprezzare loro le cose semplici, fargli preferire una passeggiata al mare a un pomeriggio davanti alle slot machine, un villaggio giriama in più e un residence in meno, un’opera di solidarietà al posto di una causa in tribunale.
D’altronde se il transatlantico Italia affonda nel Mediterraneo, perché trasportarne i relitti arrugginiti sulle rive dell’Oceano Indiano?
BASTA, VI PREGO, CON "SARDEGNA 2" !
Lo ammetto, quando un turista italiano o, peggio, un residente, chiama i banchi di sabbia che affiorano sullo splendido tratto di mare tra Malindi e Watamu “Sardegna 2”, ho un sussulto di cuore che si trasforma in empito di rabbia e si avvicina molto ai prodromi dell’istinto omicida.
L’ho visto scritto su lavagne all’interno di villaggi turistici, addirittura in brochure di agenzie di safari. Ti vendono la gita a Sardegna 2 tutti i beach boys di questo tratto di costa, che in realtà dovrebbe chiamarsi “Mayungu”, dal nome del villaggio che si affaccia sul tratto di mare interessato. Ma che ne sanno i beach boys? Loro sono innocenti, a livello verbale (e non solo) farebbero di tutto pur di guadagnare qualcosa e non si scandalizzerebbero nemmeno se chiamassimo la spiaggia di Silversand “Viserbella 3” o quella di Che Shale “Sabaudia 4”. D’altronde chi ha insegnato loro a dire alle ragazze bianche “vuoi gustare il mio toblerone”? O a dire a potenziali fumatori di spinelli “sono il dottore del tuo cervello”? Siamo noi i colonizzatori da quattro soldi, quelli che per coprire la difficoltà congenita a parlare (e capire) gli altri idiomi, dobbiamo per forza italianizzare tutto. Dobbiamo quasi ringraziare il cielo che il parco nazionale dello Tsavo non si chiami “L’altra Maremma” e il Maasai Mara “La Lucania con gli animali”. Che poi Sardegna 2 è proprio distante da quel paesaggio, quegli odori, quelle sensazioni. Chi ha conosciuto e apprezzato entrambi i luoghi può coglierne le differenze: il mare probabilmente è più bello nell’isola mediterranea, dove però non c’è né la barriera corallina, né affiorano isolotti di sabbia in mezzo al meraviglioso niente di mare e cielo. A proposito: sentite come suona bene la parola “isolotto” in swahili: “kisiwandogo”. Non è perfino più esotico, più accattivante dire “andiamo a fare una gita sui kisiwandogo del parco marino? Ma figuriamoci, chi se la ricorda quella parola…e poi la “w” si leggerà “v” oppure “u”? E l’accento dove andrà? Niente da fare, sembra che dobbiamo rassegnarci a sentire cose ben peggiori: ora c’è anche chi chiama le “pozze” di acqua tiepida che con la bassa marea diventano delle specie di piscine naturali, “Jacuzzi”. E giù tutti a ridere! Ed ecco che sulla spiaggia equatoriale di Malindi puoi essere avvicinato da chi ti propone “andiamo nelle Jacuzzi di Sardegna 2”. Poi ci trovi anche Flavio Briatore ed il gioco è fatto! Non so se Malindi sia mai stata una meta da “turismo intelligente”, probabilmente il turismo intelligente non esiste più da tempo, al massimo è stato sostituito dal turismo consapevole. Io comunque, nel mio piccolo, porterò avanti la mia crociata linguistica per cercare di togliere questi nomignoli idioti al mare Mayungu. E sto preparando, con alcuni artigiani locali del legno, alcune targhe e indicazioni da portare in Costa Smeralda. C’è scritto “Benvenuti in Kenya 2”.
IL GROSSO GEKO IN MUTANDE
Bahari Beach Hotel, Mombasa.
Otto di sera.
Un uomo grasso è solo nella suite dell'albergo.
Moglie e figlia sono nella terrazza del ristorante e lo attendono.
La camera ha una piccola veranda che offre un fazzoletto di vista mare e si affaccia su un giardino comune ad altre stanze.
L'uomo grasso si è appena fatto la doccia e si sta preparando per uscire.
Fuori è buio. Mentre indossa le mutande e identifica con gli occhi la camicia, cerca in giro le scarpe. Non le trova.
Alla veranda si accede tramite una porta-finestra a vetri, nascosta da grandi tende bianche.
L'uomo grasso pensa che potrebbe avere lasciato le scarpe fuori, ma non vuole aprire la porta-finestra perché sa che entrerebbero parecchie zanzare. Così scansa una tenda e si affaccia alla porta-finestra, in mutande, per cercare con lo sguardo le scarpe. L'orizzonte non ha più contorni, la sera africana ha inghiottito i colori. Il vetro riflette la luce artificiale della stanza e l'uomo si accorge di riuscire a vedere oltre la porta-finestra solo se fa ombra con il suo enorme corpo. Quindi si mette in posizione, appiccica la pancia contro il vetro e alza una gamba per sistemare l'ombra in direzione del pavimento.
Sembra Renato Pozzetto in una scena di una commediola italiana fine anni Settanta. L'uomo ripete l'operazione a sinistra, schiacciato come un geko.
Non sembrano esserci scarpe in veranda. Fa ancora due o tre mosse del genere, utilizzando gambe e braccia, spostando il grosso ventre e roteando la testa verso il basso. Ad un certo punto, istintivamente, alza la testa e si accorge che c'è un askari, la guardia notturna africana, di fronte a lui che lo sta osservando, probabilmente da parecchio tempo. In quella situazione, all'uomo non resta che salutare e sorridere, con il braccio appiccicato al vetro.
Anche la guardia saluta. L'uomo ha grande esperienza d'Africa e del suo popolo, ma questa volta non riesce proprio a immaginare cosa possa avere pensato l'askari, tra simbiosi con rettili o accenni d'autoerotismo.
Di sicuro qualcosa di simile a: "questi bianchi sono strani...strani forte".
MUKOMBERO, IL BIO-VIAGRA KENIOTA
Da qualche settimana il Kenya ha aggiunto alle sue grandi attrazioni (savana, oceano, grandi laghi, montagne, maasai, corruzione) anche un motivo in più per essere visitato. Il “boom” mondiale del Mukombero. No, non si tratta di un nuovo ballo come la Macarena ma di un viagra naturale dalle insospettabili proprietà. Il Mukombero è un tipo di ginger molto chiaro ed esile che cresce specialmente a nord del Paese, ma che ultimamente viene commercializzato anche sulla costa.
Il suo effetto, se viene masticato come una radice di liquirizia, è quello del più potente afrodisiaco trovabile in natura. Ecco allora che sui depliant pubblicitari che promuovono il Kenya, accanto all’immancabile leone in primo piano, di tre quarti, con la zazzera bionda al vento, al maasai salterino lenzuolato in rosso e ricoperto di perline, al pescatore di 115 anni con la barba bianca che aggiusta la sua vela ricavata dai sacchi della polenta, possiamo aggiungere il pensionato mzungu che mastica il mukombero mano nella mano con una procace ventenne sulla spiaggia di Malindi e, invece di ammirare la sua preda, felice e sorridente, ha lo sguardo fiero verso il basso a valutare come il suo salice piangente italiano si stia trasformando in una gloriosa palma tropicale.
E le coppie in viaggio di nozze? Luna di miele e ginger, roba da ricordare tutta la vita. Così per le signore in odor di menopausa, gli adolescenti timidi, i latin lover caduti in disgrazia, i precari con impotenza coordinata continuativa…mukombero in compagnia, mukombero per tutti! All inclusive!
Per non parlare degli slogan: “Donne, è arrivato il mukombero!” “Prova anche tu il gingerone africano del piacere”. Grazie a questo miracolo della natura, l'economia del Kenya può davvero avere un'erezione e il settore turistico nel suo ventaglio di proposte per le vacanze a tutto tondo (e a tutto duro) sarà imbattibile! Savana, mare, escursioni montane, laghi, deserti, social, etno, equo, bio, mio, tuo, suo, luo…tutto al sapor pizzicorino della radice di zenzero che a nord del Paese, ma da qualche settimana anche a Nairobi e Mombasa, si vende a pochi scellini la "dose" e che promette performance degne di un Rocco Siffredi equatoriale, con l’unico piccolo effetto collaterale di un po’ di stitichezza, ma niente a che vedere col rischio infarto della pillolina azzurra, che è così squallidamente chimica. Questo è un eccitante bio! Equo solidale…e per questo fa godere ancor di più! Comunque occhio alla stitichezza, non la sottovalutate! Lo hanno provato per primi i kenioti bigami, i capotribù con più mogli. Onesmus Mtondi, 72 anni di Mazeras, ha trentuno mogli. Si è mangiato un chilo di mukombero ed è riuscito a soddisfarne 28, anche perché le tre più vecchie sarebbero state intrombabili anche da un cieco in astinenza da vent’anni ripieno di viagra. Il vecchio Mtondi, visibilmente soddisfatto dopo la performance, non è andato di corpo per un mese e mezzo ed è esploso due notti or sono, concimando gli “shamba” di tutto il villaggio. Al limite, quando lo assumete, inghiottiteci insieme due samosa prese in un chioschetto locale.
Anche a Nairobi, in certi ambienti, va di moda il mukombero. Potrebbe stupire il fatto che i primi ad impazzire per l'eccitante naturale siano stati infatti gli stessi kenioti, di cui noi occidentali ignoravamo tali problemi. Con tutti quelli ancestrali che già hanno, lo stress di una veloce civilizzazione evidentemente ha aggiunto pure questa sciagura. Oltretutto, con i loro "carichi eccezionali", la morbidezza è ancora più imbarazzante. Proboscidi da cimitero degli elefanti su corpi da gazzelle. A Nairobi si sono verificati però problemi collegati al continuo stato d’eccitazione degli uomini: in molti, proprio per le misure considerevoli dei loro organi sessuali, non riescono più a salire in macchina, nei negozi o in casa dove, muovendosi, distruggono tutto ciò che trovano ad altezza del basso ventre. Non possono sedersi al ristorante senza che i tavoli apparecchiati prendano il volo e così via. Si può anche assistere, nelle toilette e nei parchi della capitale, ad epiche sfide di fioretto e sciabola tra bandoleri mukomberi.
A Mombasa, una ditta indiana di demolizioni edilizie, offre il mukombero da masticare ai propri operai, che di conseguenza sono in grado di tirare giù interi agglomerati di case a colpi di mazza. C’è chi si sta allenando anche per la ricostruzione. Dalla cazzuola al… il passo è breve.
Scherzi a parte, gli unici davvero contenti del “boom” del mukombero, sono i rinoceronti, il cui corno per anni è stato definito afrodisiaco e ancora viene cercato da qualche idiota bracconiere assassino al soldo di aziende cinesi. Alcuni esemplari dell’Amboseli, alla vista del malintenzionato, hanno imparato a guidarlo verso le radici miracolose. “Prendi questo, coglione, e lascia stare il mio naso”. Il ginger non ammazza nessuno, nel tè è perfino piacevole, la moglie può grattugiarlo nelle vivande senza che il marito abbia a vergognarsi delle sue tristezze a letto e l'amante focoso può farne incetta e presentarsi al cospetto della partner canticchiando "donna donna lo sai chi c'è, è arrivato il Mukombero!" Attendiamo ora che i ricercatori della Pfizer (casa produttrice del viagra) se ne escano con altri effetti collaterali del gingerone del piacere, oltre alla stitichezza. Altrimenti, con buona pace delle multinazionali, anche sulla costa keniota, ci daremo tutti alla coltivazione...immaginando un nuovo tipo di turismo di cui c'è già pronto lo slogan: "Il Kenya tira...eccome se tira!"
IL CAMMINO DEGLI ULTIMI MIJIKENDA
Sto camminando in mezzo a centoventicinque eroi.
Anacronistici, meravigliosi eroi che tentano, da soli, di salvare la loro cultura e le loro tradizioni. Non si chiamano aborigeni o pellerossa. Anche per questo non hanno alle spalle nemmeno una fondazione, un’associazione, una cavolo di onlus che li sostenga, li accudisca, li preservi.
Non sono ocelot del Paraguay o marmotte siberiane, nessuno, tranne loro stessi, griderebbe alla scomparsa, lieve e morbida come una qualsiasi commistione umana, o “meltin’ pot” come dicono nei paesi in cui delle tradizioni frega poco quasi a tutti.
Camminano a passo spedito, gli ultimi dei Mijikenda, una delle più antiche etnie del Kenya.
Indossano la voce come i loro abiti tradizionali. E’ un canto nudo, vero, senza vergogna quello che si snoda in mezzo al traffico di Malindi, da dove siamo partiti. Sono gospel animisti che parlano di esodo e di speranza, di pace ed unità. Gli stessi che i loro antenati sbriciolavano tra le labbra quando, mille anni fa, abbandonarono le colline di Shangwaya, al confine con la Somalia, per trasferirsi nella regione costiera. Loro, nomadi per forza, cacciati da tutti, con il sogno di diventare un giorno stanziali. I primi furono i somali, con cui litigarono per via delle diverse abitudini sessuali prematrimoniali, poi arrivarono i Galla che ne scuoiarono a migliaia. Giunti sul mare arabi e cinesi li ricacciarono nell’interno, e chi restava veniva fatto schiavo e deportato. Gli inglesi confiscarono i loro terreni e li ridussero a mezzadri, prima ancora che a maggiordomi, giardinieri, cuochi e autisti per due scellini. Una vita dalla brace alla brace, tra esodo e schiavitù. Oggi i rappresentanti di questo popolo africano molto meno sponsorizzato e trendy dei maasai, sono nuovamente in movimento. Per non veder morire mille anni di storia, tramandata oralmente, impressa sulla pelle e scolpita nelle ossa. Il loro leader è l’uomo più piccolo e gracile del gruppo. Joseph Karisa Mwarandu, avvocato cinquantenne che alle tre del pomeriggio, ogni giorno, smette la giacca e la cravatta davanti alla corte di Malindi e indossa i paramenti dei suoi avi, avvolgendo il khanga, pareo tradizionale, ai fianchi e lo sciarpino bianco al collo, che scende sul petto nudo. La figlia è tornata da Nairobi, dove studia legge, per l’occasione. Emmanuel e Sylvia, i più giovani della truppa, vorrebbero imitarla ma non hanno i soldi per continuare a studiare. C’è John il segretario, che tiene l’archivio etnico, c’è Mwana il poeta di bianco vestito. Lo si riconosce per gli occhiali da vista e viene da pensare che tutti i bohemien del mondo sono uguali, un dandy può essere tale anche se nato in una capanna di fango e sterco e non in un castello della Loira. Baya invece è un cantautore impegnato, scrive testi sull’emarginazione di chi protegge le istituzioni e allo stesso tempo combatte le storture radicate nella sua civiltà, come l’omertà riguardo alle molestie sui minori, l’alcolismo e l’uso smodato di nuove droghe, la peste di quel tipo di capitalismo che è arrivato anche qui e che chiamare selvaggio è un’offesa alle verdi colline d’Africa dove lui e la sua gente sono nati. Qui i giovani si ammazzano tra loro per un telefonino, e non lotteranno mai per avere una scuola più attrezzata, un museo con dentro le loro radici, un pronto soccorso a pochi chilometri dal villaggio.
Intorno agli “intellettuali” di questo improbabile manipolo, ci sono gli anziani stregoni, che ancora guariscono la malaria con le foglie e curano l’infertilità con danze e rituali magici. C’è il vecchio Mboko, ricoperto di pelle di facocero e piume di fagiano, c’è Wanje con la barba più lunga dello sguardo, ma più corta del suo passo. 
Camminiamo per Malindi. Qui la mescolanza, la multi etnicità è quotidiana. Si respira nei bazar, tra le bancarelle del mercato vecchio, perfino negli hotel della zona turistica. Islamici e cristiani convivono da sempre e non si sono mai accapigliati. Non ci sarebbe motivo, qui sanno tutti che Dio è troppo grande e lontano e se, come dice nonno Kazungu, la religione è una scala, è capace che mettendone assieme molte, anche diverse tra loro, lo si possa raggiungere. Una scala, da sola, non arriva neanche al primo piano di una nuvola. Ma nelle strade affollate di Malindi si sfiorano anche indiani e tedeschi, tanzaniani e somali, concittadini di Briatore e connazionali di Obama.
La gente, in sorridente disordine, si mette ai lati delle strade e sorride al corteo che canta. Guardano le donne, meravigliose brutture bardate di rosso e di viola, agitare i loro seni fasciati e i loro fondoschiena sporgenti. Poi si fissano sull’uomo bianco, lo additano e ridono.
Molti mi salutano, mi chiamano per nome. Altri chiedono informazioni. “Non è uno sciroccato. Forse, sì. A giorni alterni”.
I miasmi del mercato vecchio, in cui l’ananas macerato al sole si confonde con i piccoli pesci di barriera corallina essicati e la miscela delle apecar, inebriano l’incedere irregolare del corteo, che s’ingrossa di simpatizzanti, ubriachi, buoni a nulla, studenti e donne che stavano facendo la spesa con in tasca le monete sufficienti per un chilo di spinaci e quattro pomodori.
“Dove andate?”
“A Kaloleni, passando da Mombasa”
Centoquaranta chilometri. Per arrivare nel luogo simbolo della cultura Mijikenda. La Kaya (vuol dire Casa, ce ne sono solo tre con la C maiuscola in Kenya) dove la regina Mepoho, a metà del milleottocento, fece il suo vaticinio sull’arrivo dei colonialisti e secondo la leggenda scomparve, nascosta dal fumo di un baobab incenerito da un fulmine, nelle viscere della terra.
“Verrà un popolo con la pelle e i capelli chiari, userà per muoversi strani veicoli per cielo, per mare e per terra. Saranno gli uomini, non le donne, a governare quella società. Quel giorno per il nostro popolo sarà la fine”.
Oggi la Kaya è minacciata dagli speculatori. Un fazzoletto di savana in mezzo al nulla è al soldo di piccoli proprietari terrieri senza scrupoli né storia. Gli squatter lo occupano, i pastori lo reclamano, gli affaristi lo bruciano. E’ il simbolo di quel che sta accadendo alla loro cultura, alla tradizione orale che nessuno trascrive, che non si riesce neanche a mettere in gabbia, nella prigione dignitosa d’un museo.
Gli ultimi dei Mijikenda sono in viaggio per fare la loro storia. E la stanno facendo.
Usciamo da Malindi, prendiamo la strada dell’aeroporto. Volti contadini, visi duri d’ebano e provati da fatiche ancestrali osservano l’atterraggio di quello che ancora oggi nella lingua madre swahili si chiama “ndege”, uccello. Perché tutto in principio era natura, e tutto tornerà ad esserlo.
Marciano fieri, i miei amici. Abbiamo già fatto tante cose insieme e tante ne faremo. Sto raccogliendo le loro storie, le leggende tramandate di padre in padre più giovane e raramente in figlio o nipote. Non sono un maratoneta, non ho il fisico, e non mi prendo meriti che mai potranno essere miei. Salgo in macchina e li seguo fino quasi a Gede, dove all’ombra di un grande baobab improvvisano un comizio per la gente del luogo che non sapeva di questa manifestazione.
Intorno è solo cielo, boscaglia e una striscia d’asfalto. Giovani che si sporcano le mani con il carburatore di un elefante di lamiera in avaria e la bocca con la parola “cultura”.
“Calciar, calciar” pronunciano alla maniera dei rasta giamaicani. “Loro difendono la nostra calciar. Siamo tutti mijikenda”. Poi ti chiedono qualche spicciolo per un tè, per un pacchetto di sigarette.
“Non è meglio che li dia a loro per la calciar?”
“Dalli anche a loro, mzungu. Ma anche a me per le sigarette”.
Altre anime uscite dal verde oltre la carreggiata vorrebbero unirsi al corteo, ma dicono di avere da fare. Altri precedono per qualche chilometro con la loro motocicletta il serpente umano che si è rimesso in viaggio. In serata arriveranno a Tezo, dopo quaranta chilometri a passo di diaspora. “La prima giornata è sempre la più dura” mi dice Baya al telefono. “Domani erudiremo Kilifi, il capoluogo, e dopodomani saremo a Mombasa. Sfileremo nella grande città”.
Martedì, dopo cinque giorni di camminata di pace e unità, di speranza e gioia, raggiungeranno Kaloleni. E io sarò lì ad attenderli, e a raccontarne l’orgoglio.
BENTORNATI TURISTI, SI RICOMINCIA!
Altro giro, altra corsa. In uno dei pochi luoghi del mondo dove non importa che non ci siano più le mezze stagioni, perché qui di stagioni da sempre se ne alternano soltanto due, stanno per tornare i nostri amici turisti.
Ne sentivamo la mancanza, davvero! E non solo perché le nostre tasche sono vuotine, come spesso accade dopo le piogge. Abbiamo proprio voglia di vedere il loro pellame, che sembra uscito da italici caseifici, da nebbie invernali dense come stracchini e dai grigiori dello smog.
Ma no, dai che non è vero, lo so che vi siete allenati con i raggi Uva, lo so che da voi i lettini dei centri d'abbronzatura sono più frequentati di quelli dello psicanalista (anche se a giudicare da come vanno le cose lassù, dovrebbe essere il contrario).
Ci divertiremo per l’ennesima volta a scoprire i loro occhi spalancati sulla natura africana, le mucose del naso che respirano roba vera, il passo e il gesticolare che si fa più tranquillo.
E a dirgli: “Siete in vacanza, e per giunta in Africa, rilassatevi!”
Avremo i turisti di primo pelo, che hanno paura degli scarafaggi in bagno ma amano i granchietti sulla sabbia, quelli che sanno già tutto e sono convinti che Vasco da Gama fosse un cantante rock e Naomi Campbell sia nativa di queste parti. Arriveranno i “turisti del sorriso”, quelli che si commuovono a vedere un bimbo che salta e ride, pur non possedendo nulla, ignorando che si tratta di un giovane acrobata e che la risata è uno spasmo della fame. Sbarcheranno i turisti fai da te, che prenderanno per buone tutte le storie che racconterà loro il primo beach-boy conosciuto sulla spiaggia. Al loro ritorno diranno che il Safari è un po’ un’ammazzata, perché in 15 su un matatu non si sta comodi, l’autista corre come un pazzo e il pranzo al sacco non valeva il panino Camogli dell’Autogrill di Roncobilaccio. Però avranno trovato un amico africano di cui si possono fidare come fosse un fratello.
Ah, vacanzieri italiani, come vi vogliamo bene. Quelli che si mettono il braccialetto all-inclusive e con il cavolo che ne vogliono sapere di uscire in un Paese che sicuramente è colluso con Al-Qaeda, dove i coccodrilli girano in centro senza guinzaglio e la gente è ostile come nel centro Katanga.
Ma anche quelli che appena vedono un italiano a piede libero lo assalgono di domande:
“Ma vivi qui? Ma sei felice? Che bell’idea hai avuto! Con 600 euro al mese posso avere una villa con giardino, piscina, servitù, fuoristrada, partner focoso?” Ma certo caro! Dai a me i primi seicento euro che ti faccio fumare una sigarettina buona buona, poi avrai quello che desideri. Certe visioni…e non ci sarà bisogno nemmeno del partner focoso!
Deliziosi turisti, che chiameranno la spiaggia di Mayungu “Sardegna 2” e Che Chale “Spiaggia dorata” (ma ho sentito anche Spiaggia dello Scialle…sarà perché tira vento?), faranno la foto davanti alla barriera corallina con i pescatori locali e gli insegneranno a gridare “Italia Uno!” Con il pollicione in primo piano. Ci sarà chi apostroferà i beach boys con i loro nomi di battesimo: Antonio, Giuseppe, Pasquale…o con i soprannomi che davano loro le mamme al villaggio da bambini: Toblerone, Mestolo l’Ottavo Nano, Katanzaro, Baggio, Ramazzotti. E giù a ridere.
Perché nonostante il Kenya abbia tanti problemi (per dirvene due o tre, recentemente il Governo si è intascato 36 milioni di euro dati dal Regno Unito per l’istruzione elementare obbligatoria e non si sa dove siano finiti (!), l’inflazione galoppa e i ricchi si arricchiscono, la siccità record mette in ginocchio pastori e agricoltori), a Malindi conviene sempre sorridere perché come si sa, “the show must go on”.
Sinceramente io vi aspetto, turisti…perché tengo famiglia. Ma soprattutto perché ogni volta che tornate, tra cento di quelli sopracitati, ce n’è sempre uno che ha voglia e tempo di gettare lo sguardo oltre, di “farsi un giro nella parte selvaggia”, di entrare in una scuola o nella nostra accademia di calcio che toglie i ragazzi dalla strada e non semplicemente in un orfanotrofio come fosse uno zoo equo-solidale a vedere questi animaletti umani con gli occhi grandi e rimpinzarli di caramelle.
Io vi aspetto, perché fino a quando anche uno solo di voi mi darà la soddisfazione di capire questo posto, il mio scrivere e farmi sentire da qui, avrà un senso.
Karibu wageni! Benvenuti turisti!
VIVERE IN KENYA SECONDO ME
Vivere in Kenya, per un occidentale, è innanzitutto una scelta.
Significa abbandonare la propria patria, allontanarsi dalle proprie radici, lasciare parenti, amici e abitudini che ci hanno affiancato sin dalla nascita.
Ma vivere in Kenya significa (e deve significare) anche avvicinarsi ad un’altra civiltà, un’altra cultura, un altro modo di vivere. La storia del Vecchio Continente ci ha insegnato che quando ci troviamo in presenza di popolazioni che riteniamo più “indietro” di noi, magari perché mangiano con le mani o non hanno ancora dimestichezza con le ultime invenzioni della scienza e della tecnica, tendiamo a trasmettere le nostre cognizioni e fantastichiamo che quella sia superiorità.
Da pochi particolari, poi, iniziamo ad applicare questo metro in tutte le cose della vita, cercando di imporre anche abitudini idiote e disdicevoli. Chi ha detto che bisogna mangiare con la forchetta? E’ più igienico? Pensateci bene, non credo. Basta lavarsi le mani prima e dopo. Difficilmente, quando andiamo in un ristorante europeo, chiediamo al cameriere di lavarci le posate. Le troviamo sul tavolo e per quanto ci riguarda, la donna delle pulizie, in aperto contrasto con la gestione del locale, potrebbe anche essersele strofinate sul pube.
E chi vi dice che la carta igienica sia meglio della foglia di banano, per pulirsi il sedere? Potremmo andare avanti con mille altri esempi. Ma torniamo in Africa: vivere in Kenya vuol dire innanzitutto capirne i problemi, quelli ancestrali e quelli legati all’epoca che stiamo vivendo, quelli indotti e quelli che fanno parte dell’ambiente. Il rispetto per le persone è strettamente legato al rispetto per la Natura e, se amiamo questo posto, con il rispetto in noi stessi.
Credo che mia figlia crescerà con l’abitudine di utilizzare l’acqua solo per lo stretto necessario, che inumidirà le mani e poi chiuderà il rubinetto per insaponarle e lo riaprirà per sciacquarle. Così farà con la doccia. A me capita di farlo anche quando torno in Italia, mi è successo di scoprirmi a compiere quei gesti in un grande albergo. E ne sono felice! Rispetto è anche abituarsi a non sperperare, perché la miseria di molti dipende non tanto dalla nostra ricchezza, ma dalla nostra noncuranza. Posso mangiare con le mani, seduto al tavolo con sodali kenioti il cui modo di pensare, di pervenire a un’opinione è lontano anni luce dal mio, salvo incazzarmi come una bestia se sono loro per primi a insozzare il loro territorio o a non rispettare i propri simili. Ma qui l’Africa c’entra poco, lontani anni luce sì, ma siamo sempre esseri umani. I più stupidi, domestici e pericolosi animali in circolazione.
Vivere in Kenya per me è una scelta di libertà, ma non c’è libertà senza rispetto, senza passione e senza verità. Rispetto per chi ci ospita e non ha le risorse per mostrarsi generoso o avido come lo siamo noi in Italia alla presenza di uno straniero, passione nel coltivare i perché del nostro insediamento in questo Paese: che sia lavoro e investimento, amore per la natura o per la vita, solidarietà pubblica o privata, egoistico relax. Cercare di farlo al meglio, consci della fortuna di avere molte meno sovrastrutture e limitazioni di quanto non avvenga oggi nel mondo occidentale.
Vivere in Kenya è forse un ripiego per anime candide o una via di fuga per cuori prosciugati, una fune di speranza per tirare a campare o uno splendido e unico esemplare di mattone levigato su cui costruire la propria nuova vita.
Vivere in Kenya per molti è semplicemente una maniera per affrontare l’esistenza senza farsi troppe domande. Può anche andare bene, in quest’epoca di smarrimenti. L’importante è non farsi trovare impreparati quando l’Africa chiederà qualcosa. Come dire, si può anche rinunciare alle domande, basta conoscere qualche risposta.
ERA MEGLIO LA PASQUA "BASSA"
Dice che in Kenya una Pasqua vale l’altra, che come sempre il sole sorge alle 6.21 e tramonta alle 18.26, i santi del weekend sono Venerdì (un parente bantù) e un certo L.Dell’Angelo.
A Malindi però c’è una differenza spropositata tra la Pasqua Alta e la Pasqua Bassa. Non si tratta di attendere più a lungo la resurrezione di Gesù, anche perché da queste parti siamo abituati alle attese estenuanti. La Pasqua “pole pole” semplicemente va fuori stagione e quasi nessuno ne approfitta per farsi una vacanziella sulla costa keniota. In Egitto, schivando le manifestazioni di piazza e un improbabile attentanto a Sharm dove risiede la famiglia Mubarak, inizia a far calduccio e le offerte per la vacanza di una settimana equivalgono al prezzo di un biglietto di sola andata in treno da Sesto Calende a Bassano del Grappa. In seconda classe, ovviamente. In Kenya invece c’è il rischio di pioggia, un’aria di smobilitazione che mette malinconia e soprattutto ci sono tanti residenti che non ce la fanno più e non vedono l’ora di godersi le meritate vacanze. Un safarino africano, soprattutto. Ma alcuni malati cronici sognano anche lo shopping in via Veneto o la domenica al Centro commerciale o all’Ikea.
Quindi a Malindi e dintorni, la Pasqua Alta è una vera sciagura!
Nel 2007, ad esempio, la Pasqua capitò a metà marzo: i connazionali vacanzieri traboccavano, la spiaggia di Silversand vantava una buona densità di beach-boy per turista, i molteplici ristoranti accettavano clienti solo su prenotazione, i fornitori di pesce si trasformavano in pusher, per una sniffata di aragosta ti chiedevano quel che a novembre basta per comprarne due chili.
I venditori di case si liberavano con facilità di ville vetuste, mettevano all’asta i moderni appartamenti e promettevano, previo succoso acconto, ogni singola colata di cemento sul terreno keniota. Affari d’oro per gli arredatori, le boutique, gli antiquari, i fruttivendoli e le corpivendole. Pulmini da safari sfrecciavano ogni mattina verso i parchi nazionali per poi mettersi in coda nel cuore dell’Africa tanto che i leoni si chiedevano se non fosse stato meglio nascere casellante, auto a nolo e taxi riempivano le strade di sano smog assorbito da baobab in astinenza secolare e di notte le discoteche erano alveari ricchi di miele (più che d’acacia, d’ascella) e marmellate umane.
Ballavano i V.I.P. che dopo ore di sole a schermo totale (se non c’è uno schermo da qualche parte quelli non vivono) si concedevano l’aperitivo alla Biennale d’Arte Contemporanea, tra le dritte di una Melandri e i rutti di un Bisteccone Galeazzi.
L’Africa fungeva da scenografia, romantica fascinosa esotica misteriosa inquietante paradisiaca rilassante invadente a seconda dei casi, degli stati d’animo e degli stati di provenienza.
Per i residenti italiani quel bordello voleva dire “fieno in cascina”, per i kenioti quel bordello voleva dire “arraffa finche puoi”.
2011, la Pasqua più in là possibile: il sole cerca disperatamente un turista a mezzogiorno per poterne proiettare l’ombra perpendicolare, i pochi villeggianti si sentono disorientati, inadeguati, fuori catalogo e contesto. Spaesati come un catamarano in un eliporto, vagano alla ricerca di un animatore rompiballe, di un beach-boy che li raggiri, di uno spacciatore di marijuana informatore della polizia, per sentirsi finalmente in vacanza.
La spiaggia di Silversand sembra un corso di Palermo cinque minuti prima di un omicidio su commissione, i ristoranti accolgono i clienti come cugini d’Europa di cui attendevano la visita da vent’anni, i fornitori di pesce passano in bicicletta lanciando aragoste nel locale come fossero copie del Daily Nation e raccolgono i cent lasciati sulle pietre all’ingresso. I venditori di case si ubriacano e organizzano feste solitarie ogni sera in una villa diversa, scegliendo tra quelle restituite dopo la prima rata, affittano a famiglie indiane i moderni appartamenti lasciati vuoti e impediscono ogni singola colata di cemento sul terreno keniota. Si riposano gli arredatori, chiudono le boutique, svendono gli antiquari, latitano i fruttivendoli e le corpivendole passano dai salti in discoteca ai saldi di fine stagione. I residenti italiani hanno il sorriso stampato di chi sta fumando ogni giorno un po’ del suo fieno in cascina.
D’accordo, ho esagerato, mi sono lasciato trasportare. In fondo è stata una stagione meravigliosa, da record. Vi aspettiamo tutti per la resurrezione! Nooo, per una volta non quella del Nostro Signore…quella della costa keniota, a partire da luglio: Malindi, per capire devi venire! (non male come slogan, vero?).
IL DIABOLICO PIANO DI JANE
Io mica sono uno sprovveduto e soprattutto non arrivo dall’Italia per farmi fregare.
Sono sbarcato a Malindi con le idee chiare. Trascorro sei mesi all’anno qui, lascio a quel paese la nebbia, il freddo e il grigio, lascio quella stronza della mia ex-moglie, i soldi per l’università ai figli che manco ci vanno e se li pappano, uno in cocaina e l’altra in concerti di metallo pesante, e lascio le rotture in mano al commercialista.
Qui trovo il clima gentile, a volte un caldo bestia, pesce fresco e tante belle figliole.
E mi guardo in giro, che prima o poi mi trasferisco in pianta stabile.
Ma attenzione! Non sono mica uno che ci casca…questo non è il paradiso, lo so bene.
Un amico, poi, mi ha dato un librettino scritto, dice, da uno che vive in Kenya e che la sa lunga.
O almeno è uno che si è informato e te la racconta bene.
Così grazie a questo libretto, e ai consigli del mio amico, ho trovato un bell’appartamentino in affitto in centro a duecento euro al mese, poi mi è stato presentato un buon avvocato, che mi assiste nelle operazioni finanziarie chiedendomi molto meno di quello che mi scucivano in Italia intermediari e consulenti del cazzo per ogni movimento o transazione. Inoltre ho messo su un piccolo business, giusto per avere qualcosa da fare, anche se con la rendita della casa e del negozio che avevo in Italia, qui vivo alla grande. Mi posso permettere il ristorante due volte alla settimana, ho una donna di servizio otto ore al giorno, bravissima ma intrombabile, e una segretaria incapace ma molto operosa da quell’altro punto di vista.
Più o meno come in Italia, ma spendendo un decimo.
Mi muovo bene, come uno che ha sempre vissuto da queste parti.
Fiuto i connazionali furbi e quelli intrallazzoni, le brave persone e i kenioti che vale la pena di frequentare. Rispetto tutti e sono rispettato.
Alla sera, ogni tanto, mi sento un po’ solo. Dopo il telegiornale, esco a fare un giro, che tanto qui fa sempre caldo e si sta bene anche fuori, anzi quasi meglio che in casa.
Sono seduto in un bar locale, con una cocacola baridi in mano.
Mi si avvicina una bella ragazza statuaria, un panterone di quelli che a Treviglio non si vedono nemmeno di notte, forse perché sono troppo scure, chissà. Altro che la mia segretaria! Quella, per quanto operosa, ha la femminilità di uno scaffale in mogano.
Questa è formosa, procace, con labbra che sanno di peccato. Un peccato sarebbe non farla sedere, non offrirle da bere. Posso farlo tranquillamente, senza rischiare nulla; tanto ho studiato la lezione del libro: le Naomicambell da queste parti sono pericolosissime. Peggio delle sirene di Ulisse, ti fanno innamorare e poi ti ripuliscono per bene. Ma io non farò quella fine.
“How are you? What’s your name? From Malindi?” il mio inglese finisce qui, ma per fortuna (e anche questo è scritto nel libro) lei parla e capisce l’italiano.
“Bene, grazie…mi chiamo Jane…”
Jane, mi suona come “iena”. Chissà da dove arriva, per spolpare me.
Sono tutte di Nairobi, anche quelle dei villaggetti sconosciuti, dice il libro. Sarà perché vogliono dare l’impressione di essere cittadine, e non arrivare dalle capanne nel bush. Nairobi è una città moderna, è la capitale…c’è cultura, lavoro, bei locali, tante opportunità. Altro che questa cittadina di disgraziati e arabetti, altro che il mondo derelitto che trovi girato l’angolo dei resort.
Qui solo fango e palme, vecchi sdentati che chiedono l’elemosina e bambini che chiedono le caramelle.
“Sei di Nairobi?”
“No, vengo da Matumbuku”
“Ah…interessante…come hai detto?”
“Matumbuku, è un villaggio vicino a Machakos”
“Uhm…è dov’è Machakos?”
“Non lontano da Nairobi”
“Ah…ecco…vicino a Nairobi…ora capisco…”
“Sì”
“E cosa facevi a…”
“Matumbuku”
“Matumbuku”
Cosa vuoi che facesse un pezzo di ragazza del genere…queste ti dicono che sono tutte studentesse, oppure hanno finito da poco la scuola e vengono a Malindi a cercare lavoro nel campo del turismo…così dicono tutte quelle che ti vogliono raggirare. Ci ha proprio la faccia da laureata, questa qua. Mi viene da ridere. Voglio proprio ascoltare che balle mi racconta…l’educanda.
“Non facevo niente, per la verità. Stavo a casa ad aiutare la mamma, ma appena potevo me ne andavo a divertirmi con le mie amiche. Non mi piaceva studiare, e mi annoiavo. Così a quindici anni me ne sono andata a Machakos, poi mi sono trasferita a Nairobi, e ancora a Mombasa e infine sono venuta qui a Malindi”.
Ecco…non studia, non ha un lavoro. Questa è ancora più furba delle altre, fa la finta sincera…ho capito…sicuramente la metterà sul patetico, sul vittimismo. Orfana di padre, una madre malatissima, il fratellino da mandare a scuola, la sorella violentata…e chi più ne ha più ne metta.
“E la tua famiglia a Matambu…là, vicino a Nairobi…come sta?”
“Bene, grazie!”
“Nessun problema? Mamma, papà? Ci sono ancora?”
“Sì, non sono vecchi. Lavorano. Mamma insegna nella scuola elementare di Matumbuku, papà guida i camion, non c’è quasi mai. Ho tre fratelli, uno più grande che lavora a Nairobi in una ditta di abbigliamento, una sorella che fa le scuole superiori a Machakos ed è bravissima, e un fratellino che ha sette anni e studia nella scuola dove insegna mamma”.
Che bel quadretto…tutti bravi e tutti felici…vediamo dove sta la fregatura, sicuramente la sua scelta di vita l’avrà messa in difficoltà qui sulla costa.
“E qui a Malindi, dove vivi?”
“Per ora sono ospite da un’amica”
Bingo! Ecco dove voleva arrivare la pantera. Certo, l’ha presa larga, per sedurmi a dovere. Sicuramente le serviranno i soldi per trovare una casa propria, arredarla…gli affitti a Malindi sono così cari…avrà bisogno di una mano, questo è il motivo per cui è qui al tavolo con me. Io le sembro una persona gentile…e lei è costretta occasionalmente, per bisogno, per disperazione…anzi no, non lo farebbe mai…non è solo per riconoscenza che si concederebbe, ma perché le piaccio veramente.
Se crede di farmi fesso, si sbaglia di grosso, prima o poi la faccio cadere.
“E non hai una casa tua. Jane?”
“Una casa? Per adesso non mi serve proprio…”
“E le tue cose, un tuo armadio per i vestiti, se vuoi ospitare parenti e amici...?”
“Ma quante domande mi fai…fai il poliziotto in Italia”
“No…veramente…vendevo polizze assicurative…”
“Sorry?”
“Niente…insurance…vabbè, lasciamo stare”.
C’è qualcosa che non torna…questa è veramente un osso duro, vuole tenermi sul filo, farmi intendere che ha dei segreti, circondarsi di un alone di mistero…ma prima o poi calerà l’asso nella manica. Lo so, perché sono tutte così. L’uomo bianco per loro è solamente un pesce grosso da far abboccare all’amo. Ognuna ha la sua esca particolare.
“Quindi hai una vita normale, tranquilla…sei felice?”
“Felice?”
Ride, l’attrice. Si bea della sua fisionomia, pensa di poter incantare chiunque.
Non sa che io so, o quantomeno immagino tutto.
“Certo! A Malindi si vive bene, ci vivi anche tu, no? Lo sai…a me piace ballare, stare con gli amici, bere una birra ogni tanto”
Ballare…stare con gli amici…la birra…ma questa c’è o ci fa? E come può pretendere poi di volere dei soldi, se la porto a letto? Quale altra arma pensa di usare, se non la compassione? Con la situazione dell’Africa, le sue miserie a portata di mano che fa, non ne approfitta? Questo è un caso patologico…devo assolutamente capire.
Decido di far precipitare le cose.
“Ti va di venire nel mio appartamento?”
“Perché no?”
Non ha avuto esitazioni. E se fosse una rapinatrice di professione? Una terrorista al soldo di qualche islamico potente? E se fosse pagata dalla cooperazione italiana per prendere i nomi di tutti i depravati italiani che abitano a Malindi?
L’importante è non cedere prima di essere convinti di conoscere tutta la verità. Devo entrare nella sua testa, capire la psicologia, che tattica sta usando e perché. Il libro dice che queste ragazze sono camaleontiche, si adattano al tuo modo di fare e scoprono subito i tuoi punti deboli, per poi farti fare la fine del maschio della mantide religiosa.
Prendiamo un tuk-tuk e in cinque minuti siamo da me.
Cento scellini. Pago io.
Entriamo in casa, siamo in camera.
Sorride, entra in bagno. Ne esce nuda. Un corpo perfetto, un seno sodo, che sta in piedi da solo come se se lo fosse rifatto a Dalmine. Avanza sinuosa con sguardo famelico.
“Ma…cosa ti sei messa in testa?”
“Ho fatto la doccia…non va bene?”
“Mah…Jane…credevo dovessimo parlare…prima”
“Si può parlare anche così, non credi? Vuoi che ti spogli io?”
“Io…io…”
“Ho capito, hai paura di spendere troppo. Allora, se vuoi fare tutto, sono 3000 scellini. Altrimenti ti faccio uno sconto”.
“Ma tu…tu…tu sei…”
“Sono una prostituta, italiano. Una prostituta a pagamento. Non hai mai visto una puttana? Non ce ne sono dalle tue parti? Se volevi una suora, la diocesi è a poche centinaia di metri da qui, se vuoi fare la storia romantica e poi chiedermi di diventare tua moglie, hai sbagliato persona, bello. Io lo faccio solo per soldi. Che faccio, mi rivesto?”
“No….no…per carità…mi si è alzato anche senza viagra…”
Sono al cospetto di una creatura intelligentissima, e indubbiamente molto bella. Non sono ancora riuscito a capire quale sia il suo diabolico disegno nei miei confronti. Probabilmente anche lei ha capito che non mi si può fregare facilmente. E’ arrivata addirittura a recitare la parte della mignotta…questa punta in alto…Ma la smaschererò, giuro che la smaschererò!
BARAKA, IL RAGAZZO DEL SALE
Oggi abbiamo trovato un'adozione a distanza per Baraka, uno splendido ragazzo della nostra accademia di calcio. E' ora di pubblicare il racconto che ho scritto quando l'ho conosciuto.
(grazie Fabio e Simona!)
Sole e sabbia salata, bianco accecante che va a sfumare nelle veloci nuvole passeggere, come se la terra d’Africa volesse scrollarsi di dosso una patina fastidiosa.
Il verde della boscaglia è puntellato dai contorni alti delle palme e degrada fino a quando, vinto dall’arsura, non si trasforma in blu.
Lontano, si scorge la piattaforma per le ricerche spaziali della base italiana San Marco.
In questo surreale scenario, inedito scorcio keniota, quattordici anni fa è nato Baraka Badi.
Siamo a Ngomeni, trenta chilometri da Malindi, sulla strada che porta a nord, verso la Somalia.
Qui nel 1965 uno scienziato italiano, il professor Luigi Broglio, scendendo da Mogadiscio, dov’era sbarcato, individuò il punto giusto per installare un centro di ricerche aerospaziali.
Meridiano Uno, poche centinaia di chilometri sotto l’equatore.
I tecnici che arrivarono furono i primi connazionali a mettere radici sulla costa del Kenya.
Alcuni di loro vivono ancora qui e hanno visto crescere i genitori di Baraka. Li hanno guardati macerarsi sotto il sole, tenere la loro resistente pelle sotto sale per anni.
Infatti a Ngomeni oltre alla base San Marco, ci sono le saline. Abbaglianti distese bianche da percorrere a piedi nudi, cumuli di sassi roventi da spalare.
Le saline sono una delle poche possibilità di lavoro sicuro per gli abitanti della zona.
I più fortunati sono stati assunti dai tecnici mzungu, agli altri non resta che il sale.
Dura la vita alle saline: pelle che brucia e si spacca, condizioni di lavoro inaccettabili. Tra i bianchi cristalli si è consumato uno dei primi scioperi kenioti.
Le aziende del sale sono governative o in mano a ricchi indiani, i lavoratori si sentono sfruttati non meno che ai tempi del colonialismo britannico. Certo, si possono pescare i gamberi, in mezzo alle saline, e arrotondare con quelli. Ma poi chi ha tempo di venderli? Alla fine li metti sulla bicicletta di un cugino, li carichi su un matatu con un amico che prova l’avventura di andare a piazzarli a Malindi e torna quasi sempre a mani vuote, oppure con due spiccioli per te e il resto in pancia o nella gola.
Allora si ritorna sul tappeto di chiodi bianchi, ci si fasciano i piedi e la testa con gli stracci, si fissano le vecchie lenti da sole comperate al mercato di Garsen con il nastro adesivo e si imbraccia la vanga. Per un euro al giorno.
Al padre di Baraka non è mai piaciuto il sale.
Ha iniziato a battere il ferro e la latta fin da ragazzo. Ogni tanto ha prestato le sue braccia alla San Marco e, dopo anni di pratica, qualche mzungu della zona gli da lavoro. Quando arriva il lavoro per il bianco, c’è qualche soldo per mandare a scuola i ragazzi, ma non sempre accade.
A volte per mesi e mesi devi vivere di espedienti, inventarti lavori o sapere che terminerai la giornata con cinquanta scellini in saccoccia e avrai i soldi per dividere con tua moglie e i ragazzi mezzo chilo di polenta e un piatto di fagioli. A volte non ci sono nemmeno i fagioli, e allora si inzuppa la polenta in acqua e sale. Il maledetto sale.
Baraka è il quarto di cinque fratelli. La sorella maggiore Amina era portata per gli studi, ma ha dovuto lasciare la scuola superiore al terzo anno. Mancavano i soldi per le rette e i libri. Mariam, la secondogenita, ha preferito sposarsi a sedici anni e dopo poco ha dato alla luce il primo figlio pensando che, chissà, forse quando avrà la sua età le cose saranno diverse, forse potrà garantirgli un futuro migliore. Amani invece ha deciso che non vuole studiare. Vive di espedienti, coltiva spinaci e fatalismo, aiuta il padre e ammazza i giorni come fossero serpenti.
Baraka a sei anni si ritrova tra i piedi un pallone mezzo sgonfio e rattoppato e capisce qual è la sua passione. Ogni giorno, dopo la scuola, corre al campo di calcio, due porte di ferro tra le saline e la strada polverosa che porta alla base. Dribbla i sassi, i ciuffi d’erba, le naturali gibbosità del terreno. I suoi primi avversari, tutti insieme contro le disgrazie della vita. Baraka scatta, passa, tira e molto presto entra nella squadra junior di Ngomeni. Osserva i ragazzi più grandi quelli a cui, finite le scuole dell’obbligo, rimane solo il pallone.
“Non vogliono lavorare alle saline ma non vedono un futuro diverso da quello. La loro giornata è una partita di calcio e dopo si riposano all’ombra di una palma. Vivono alla giornata, sperano di poter mangiare almeno una volta prima di andare a dormire. Poco a poco perdono ogni minima ambizione”.
A Baraka piace studiare e non ha intenzione di fare la fine della sorella Amina. Capisce che il suo futuro è lontano da Ngomeni. Così si allena più duramente degli altri e a dodici anni si ritrova nella squadra con i diciottenni. Si mette in difesa, sulla fascia, e aspetta la palla come una possibilità per emergere, per dimostrare di essere già grande e di voler crescere ancora.
E’ così che viene notato dalla Kenya Football Academy.
E’ raro trovare un ragazzo così giovane con una tale strenua volontà.
“Mi piace studiare e giocare a calcio e quando ho capito che a Malindi avrei potuto fare quello che ho sempre sognato, non ho avuto esitazioni. Ci ho provato. Durante le selezioni ho dato tutto me stesso per raggiungere questo obbiettivo”.
Baraka fissa la sua meta, vuole arrivare un giorno a giocare nella Premier League keniota, ma se dovesse scegliere, preferirebbe iscriversi all’università.
“Magari, tramite il mio stipendio da calciatore, potrei laurearmi e diventare professore. Mi piacerebbe, un giorno, insegnare ai più piccoli ad amare lo studio, perché è un modo appassionante per sconfiggere, nel nostro piccolo, la povertà”.
Per Baraka la cultura è una salvezza, ma il calcio è una palestra di vita.
“Per diventare un buon giocatore devi imparare innanzitutto le regole e rispettarle. Se non conosci i principi fondamentali di questo gioco di squadra e fai di testa tua, non arriverai da nessuna parte.
Anche nella vita è così, credo. Io gioco terzino, ma potrei anche avanzare a centrocampo, mi piacciono i calciatori che usano l’intelligenza in campo, prima ancora che il piede. Il mio campione preferito è Xavi, il regista del Barcellona. In pochi secondi, prima ancora di ricevere il pallone, sa già cosa ne dovrà fare”.
Questo è Baraka, quattordici anni e una maturità che fa venire brividi di speranza.
Baraka, che ha dato un calcio al sale sotto i piedi e all’ancestrale rassegnazione dei suoi amici di Ngomeni, e ora quel sale ce l’ha solo nella testa.
NONNO KAZUNGU E LA FESTA DELLA DONNA
Vedere un bianco a Kakoneni, alle otto del mattino, non è un fatto raro ma regala sempre un senso di inaspettato, di nuovo; l’effetto sorpresa delle cose immaginate che si materializzano in un istante imprevisto. Questo accade soprattutto ai bambini che gioiosamente si dispongono sul bordo della pista come per il passaggio dei ciclisti sul Tourmalet e sono un tutt’uno con la polvere arancione, l’ombra delle acacie e il sorriso del sole.
Nonno Kazungu invece sa che un mzungu a quell’ora, su una strada sterrata, cinquanta chilometri all’interno di Malindi sulla via per il Parco Nazionale dello Tsavo, se non c’è nelle vicinanze un pulmino da safari, può appartenere a due categorie:
- Turista attardatosi a orinare e dimenticato dal conducente del pulmino da safari e non segnalato dai passeggeri (in questo caso dopo al massimo un’ora e mezza torneranno a recuperarlo) o
- Turista che si è avventurato verso la savana con la propria auto e l’ha lasciata qualche chilometro indietro, con la moglie grassa e sudata a frenare i rivoli con la sua camicia e la coppia di amici giunti per la prima volta in Africa a sognare, sui sedili posteriori, il giardinetto della loro villetta a Pietra Ligure.
Se non fa parte di una delle due tipologie, allora può essere soltanto lo Svaporato, che ha approfittato di un passaggio da avventurieri in Land Cruiser o è appena sceso dal matatu rapido Malindi-Kakoneni.
“Jambo, mzee!”
“Buongiorno, nipote pallido”
Dal candore della camicia e del volto, si direbbe Land Cruise, che passerà a riprenderlo domani.
E’ il momento di un tè alla cannella, di una partita a dama africana e di una sportsman da fumare con lentezza da olimpiade dei rilassati.
“A cosa dobbiamo questa visita, amico?”
“Oggi è l’otto marzo, sono venuto perché è la festa della donna e vorrei che anche a Kakoneni venisse festeggiata questa ricorrenza”
“La festa…?”
“…della donna…mwanamke! Delle tue mogli, figlie, delle nipoti, delle malaya”
“Ci mancava anche questa…ragazzo mio, il Kenya è il Paese con più feste comandate del continente africano e, credo anche del mondo. Non avendo adottato una religione ufficiale, celebriamo tutte le ricorrenze cristiane, quelle di Roma e quelle celebrate nei paesi anglosassoni, come la Pentecoste, per non fare torto al Papa ma nemmeno ai protestanti britannici che per primi ci hanno parlato di fede. Poi rispettiamo le feste islamiche, ci mancherebbe altro…la nascita del profeta Mohamed, la rivelazione e i giorni di preghiera in cui in molti si dirigono alla Mecca. Ovviamente facciamo festa anche nel giorno di inizio e in quello della fine del Ramadan. Abbiamo poi le ricorrenze storiche della nostra Nazione: il giorno dell’indipendenza, “Uhuru day”, quello della costituzione, “Jamhuri day”, il compleanno di Jomo Kenyatta, il padre della patria e anche quello del suo successore, un po’ meno padre ma sempre un po’ monarca, Arap Moi. Chiaramente ci allineiamo al mondo anche per quanto riguarda il 1 maggio, pur non avendo una grande tradizione operaia…il primo dell’anno non si lavora e dall’anno scorso è stato dichiarato festa nazionale anche il giorno di San Silvestro. Ultimamente c’è chi sussurra che ci stiamo aprendo al buddismo e ai giorni solenni del calendario celtico…e come ignorare a Malindi le festività italiane? Se non ci fosse stato il 25 aprile i tuoi connazionali erano ancora in Somalia, altro che spiagge, safari e cocktail tropicali!”
La saggezza e l’ironia di Nonno Kazungu lasciavano sempre allibito lo Svaporato, d’altronde sapeva bene che solo per uno come lui avrebbe affrontato l’entroterra malindino e dormito una notte in una capanna di fango tra serpenti e scorpioni. Era un esemplare unico: più di quaranta stagioni a fianco di bianchi di ogni razza e cultura, imparando ad osservarne altre migliaia di passaggio, gli avevano trasmesso come un calcolatore elettronico miliardi di informazioni e stimoli, il tempo a disposizione, il fluire lento delle cose e la limpidezza del pensiero avevano elaborato il tutto, sublimandoli con la filosofia della vita africana.
“Ma questa non è una festa del calendario, nemmeno in Italia…è un modo per celebrare la fortuna di avere il genere femminile al nostro fianco”
Nonno Kazungu guardò lo Svaporato in tralice e strinse con vigore ritrovato il suo pareo ai fianchi.
“Una festa per ringraziare il Cielo per la riproduzione della specie, dici?”
Lo Svaporato scosse alla maniera di un banano la folta chioma che aveva in testa.
“Andiamo a discuterne al Safari Bar”
Lawrence Kamongo stava caricando il suo pick-up celeste.
Sul cassone c’erano già sette persone, un piccolo generatore da portare a riparare, una cassetta degli attrezzi, due casse di vuoti della Tusker, la ruota di scorta di un camion, una bicicletta e una bombola del gas. Nel posto di fianco al guidatore, incassato e sorridente, l’elettricista Makotsi.
“Si va in trasferta!” disse, ordinando un kenya coffee.
“Quando torni? C’è da organizzare la festa della donna al tramonto”
“Sarò indietro intorn…LA FESTA DI CHE’?”
“Della donna…è l’otto marzo! In tutto il mondo si festeggia la donna”
“Noi festeggiamo tutti i giorni la donna, non c’è bisogno di un giorno speciale”
“Anche Gesù viene festeggiato tutte le domeniche, eppure ci sono ricorrenze particolari, settimane più importanti” disse nonno Kazungu, che aveva deciso di prendere le parti dell’amico italiano, immaginando che si sarebbe trovato presto in minoranza.
Sentendosi chiamato in causa, il prete si sgranchì la voce.
“Vogliamo mettere sullo stesso piano Gesù e…”
“La Madonna da cui è nato? Perché no!” lo anticipò lo Svaporato.
“La Madonna era una donna speciale, non commise alcun peccato…per questo la adoriamo” sbottò il prete “non dimenticate che è Eva ad aver commesso il peccato originale”.
“Il peccato che hanno commesso le nostre donne è stato quello di sposarci…” sghignazzò Kazungu.
“Avessero potuto decidere loro…” saltò su il gestore del bar, Kibonge.
“Che peccato ha commesso la mia prima moglie, venduta dal padre per sette capre e una piantagione di pomodori?” fece rimbombare Makotsi dall’interno del pick-up.
“Quello di non scappare a Matsangoni!” berciò una voce di giovanotto dietro il generatore.
“E io, che mi spacco la schiena da dieci anni per trasportare l’acqua dal pozzo e curare i miei quattro pargoli? – chiese con tono stridulo una delle ospiti del cassone, spostando la bicicletta affinché la si potesse vedere in faccia - Sono una peccatrice, forse?”
Il prete fu ricacciato nel più religioso silenzio, Kamongo proseguì.
“E in cosa consiste questa festa della donna?”
“Dovrebbe accadere che per un giorno la donna può fare quello che durante il resto dell’anno le è vietato…l’otto marzo decide lei, è la protagonista!” s’infervorò lo Svaporato.
“Cioè oggi le nostre donne dovrebbero ubriacarsi, farsi cucinare il capretto, costringere l’uomo a un rapporto sessuale…”
“Per esempio, stasera il Safari Bar è a loro disposizione e non si vede la partita, ma il programma che decidono loro…”
“Ma c’è West Ham-Portsmouth…” provò Kibonge.
“Vi rendete conto di quel che fanno da sempre le donne per noi? - disse allora Kazungu – i lavori di fatica, i figli, tengono puliti i villaggi, lavano i vestiti, si procurano la legna e pestano il mais, raccolgono gli spinaci, vanno a prendere l’acqua…”
“Ma è normale, noi siamo a lavorare in giro o in città e guadagnamo i soldi per mantenerle…” disse Kamongo.
“E tu capovolgeresti la situazione? Manderesti a servizio tua moglie restando al villaggio a fare quello che fa lei?”
“Non è possibile – rimbombò Makotsi, apprendo la portiera – l’uomo non può allattare, i figli vanno cresciuti dalla madre, di conseguenza lei deve stare al villaggio”
“Ecco trovato l’alibi…” mormorò lo Svaporato.
“Su questo non posso dar loro torto…” confermò nonno Kazungu.
“Ho capito! – disse Kibebe, lo scemo del villaggio destandosi da un sonno sbroffante sotto il flipper – oggi si festeggiano le tette della donna!”
Quella sera, per l’otto marzo, gli uomini del villaggio cucinarono capretto e patate alla carbonella per le loro mogli, intonarono canti popolari ai quali le voci femminili si unirono, trascinandoli in danze tribali. Qualcuna di loro provò anche un goccio di mnazi, ubriacandosi all’istante. Quasi tutte fecero l’amore con i loro mariti e per chi aveva due o tre mogli fu una serata impegnativa.
Nonno Kazungu prevedeva che i primi di dicembre la popolazione di Kakoneni sarebbe aumentata del 90 per cento.
Lo Svaporato non sapeva se essere felice per le donne di Kakoneni o essere convinto di avere avuto un’idea del cavolo.
Ma soprattutto, alle nove la festa era già terminata e, con grande gioia di Kibonge, gli uomini stappavano Tusker Malt al Safari Bar, guardando West Ham-Portsmouth e facendo ogni volta un brindisi speciale.
“Viva l’otto marzo! Viva le nostre donne!”
VIENI IN AFRICA
Se in Italia non vivi più bene, vieni in Africa.
Se in Italia vivi bene ma è diventato un Paese di merda, vieni in Africa.
Se hai una rendita di 700 euro e non riesci nemmeno a mangiare, vieni in Africa.
Se ami gli animali più dell’uomo, vieni in Africa.
Se tuo marito è un animale ma non lo ami comunque, vieni in Africa.
Se tua moglie ama un altro animale, vieni in Africa.
Vieni in Africa invece di suicidarti per futili motivi.
Vieni in Africa invece di suicidarti per motivi seri.
Vieni in Africa se non hai nemmeno un motivo per suicidarti.
Se ne hai piene le palle del tuo paese, vieni in Africa.
Se il tuo paese ne ha piene le palle di te, vieni in Africa.
C’è sempre una soluzione, e non è ammazzare moglie, figli e anche la cognata. Parti per l’Africa.
Se lo smog ti asfissia, vieni a respirare in Africa.
Se il lavoro ti stressa, vieni a lavoricchiare in Africa.
Se hai lavorato per una vita, vieni ad oziare in Africa.
In Africa riscopri te stesso.
Se non hai un “te stesso”, in Africa riscopri qualcun altro.
Se hai il coraggio di cambiare vita, vieni in Africa.
Se hai vita per cambiare il coraggio, vieni in Africa.
Se vuoi gratificarti aiutando gli altri, c’è l’Africa.
Se vuoi graffitarti l’anima, c’è l’Africa.
Se vuoi africarti l’anima…lo sai.
Se non fai parte di una maggioranza, vieni in Africa.
L’Africa non è per tutti, per fortuna, non vuol dire che non sia per te.
E’ un consiglio da chi vuole esserti amico, vieni in Africa.
Certo, me ne potrei anche fregare, ma vieni in Africa.
In realtà, in meglio siamo e meglio stiamo.
Anzi, mi sale quasi il timore che poi diventiamo troppi.
Chissà, magari vi vorrei tutti in Africa per poi tornarmene solo soletto in Italia.
Ma no. E’ solo che ho questo assurdo difetto.
Alla fin fine credo all’uomo.
Vorrei dargli un’ultima possibilità.
Ripartire da zero, tutti insieme. In Africa.
Lo so, è soltanto un'utopia.
Avete ragione voi.
Sono un inguaribile sognatore.
Continuate pure a pensarla così.
Restate pure dove siete, sognate i vostri sogni occidentali.
La differenza è una sola: io questo sogno me lo sto vivendo.
Ogni istante, ogni giorno.
In Africa.
GerontoKenya: la "vecchia" Malindi alla riscossa
A Malindi si invecchia bene, non c’è che dire.
In questa grande botte di rovere climatizzata sull’Oceano Indiano, nel sud della prestigiosa cantina “Kenya”, apprezzata per il gusto selvaggio e agrodolce dei suoi prodotti, i retrogusti retrodatati, le etichette avventurose e l’infinita scelta di bouquet, continuano a maturare annate umane che in Italia sarebbero andate già da tempo all’aceto.
Allo stesso modo, è doveroso ricordarlo, ci sono anche numerose “gran riserve” di aceto che tentano l’avventura del “balsamico africano”, ma spesso rimangono buone solo per disinfettare le ferite dell’anima, del cuore o di uno dei pochi punti dove non batte il sole.
Malindi, luogo divino, anzi di vino, se vogliamo proseguire nella metafora.
Un tempo i pensionati italiani, per svernare e poi trasferirsi sempre più mesi all’anno, sceglievano mete meno esotiche e più vicine, fidando nella scelta economicamente più oculata e nei migliori servizi. Così per i milanesi era Rapallo, per i torinesi Pietra Ligure, per i fiorentini Forte dei Marmi o Cecina, per i bolognesi i Lidi Ravennati, per i romani un po’ dove capitava (e dove non li cacciavano dopo tre giorni) e così via.
Acquistavano prefabbricati per poche manciate di milioni, che d’inverno si riempivano di muffa, di gatti o di tossicodipendenti. I più fortunati riuscivano anche a trovare gatti tossicodipendenti ammuffiti. D’estate impraticabili, tra zanzare grosse come deltaplani e discoteche rombanti sotto casa, d’inverno il clima mite comunque non evitava il riscaldamento o un camino.
Le attività a mezzo servizio, gli ospedali messi sempre peggio, gli autoctoni in ferie o in letargo e i prezzi sempre più alti: ecco che in una ventina d’anni questi luoghi per anziani più o meno arzilli hanno perso il loro appeal. Così, pole pole come si conviene, si è fatta largo l’Africa.
Malindi: terzo mondo per terza età. La prima volta, ovviamente, in un villaggio turistico.
Vacanza rigorosamente fuori stagione, per approfittare dell’offerta all inclusive da 500 euro a settimana, compreso anche l’aereo! I primi tempi era meglio specificare, perché il Kenya fino a metà degli anni Ottanta era una destinazione d’elite, e nelle agenzie con 500 mila lire ti facevano vedere il depliant, un documentario e sentire l’odore di una scoreggia di ghepardo sottovuoto per entrare nel “climax”, altro che voli charter...
Oggi arriva l’allegra coppietta sessantacinquenne nel bell’hotel in riva al mare. Che gli importa a loro delle alghe? Tanto il bagno in mare non lo facevano nemmeno a Santa Marinella o ad Alassio. Una bella piscina, quella sì…rilassante e comoda, che ci si tocca e si può mettere il braccio sul bordo per ricevere un cocktail di frutta analcolico dal cameriere o ricevere un pestone dall’animatore rasta, distratto e saltellante. Fa un po’ troppo caldo, ma le ossa a una certa età preferiscono il tepore al freschetto, le zanzare sono un falso problema, perché il sangue di uno che ha respirato per più di mezzo secolo lo smog delle città italiane, fa schifo anche a loro.
Il Kenya è tutto positivo, e non solo siero! La coppietta, entusiasta, viene avvicinata da un venditore italiano (finto) giovane, (finto) dinamico e (vero) paraculo che illustra loro altri numerosi vantaggi del vivere a Malindi. Il maggiordomo a 70 euro al mese, il cuoco a 100 euro al mese, la badante a 120 euro al mese più gli extra per il marito, l’autista a 140 euro al mese più gli extra per la moglie. In più i venditori di case, dalla fine degli anni Novanta, devono ringraziare un elemento aggiunto: non il calo dei prezzi delle tegole canadesi e nemmeno l’importazione degli economici sanitari cinesi. L’elemento aggiunto per far vendere ancora più case è piccolo, piccolo, piccolo…tre centimetri di pastiglietta azzurra. Da allora, chissà come, i mariti spingono molto di più per la destinazione finale Kenya. I primi tempi portano la moglie in safari, la stancano con le gite in barca, con camminate sulla spiaggia, la iscrivono al golf, la mandano al mercato a scegliere personalmente la frutta e le ceste in vimini, a prendere il sole alla Rosada o al Parco Marino tutti i giorni…sperano di sfinirla e farla addormentare presto la sera per poi uscire di sottecchi ed andare a ballare al Fermento. Risultato: le anziane signore rifioriscono, si abbronzano, conoscono gente, imparano la lingua, capiscono vita e tempi africani. Vivono una nuova stagione e contraggono il mal d’Africa.
I mariti si gonfiano di birra, hanno occhiaie da tiratardi, si perdono dietro a ragazzine che li fanno soffrire come quando erano adolescenti e contraggono lo scolo (se gli va bene…).
Immaginate la scena: il marito torna a casa alle sei di mattina, dopo essersi ubriacato per attendere la fidanzata occasionale che si è attardata a ballare fino a tardi. Si è addormentato sul suo seno d’ebano e non ha fatto niente, in compenso aveva preso la pastiglia ed è stato cacciato a pedate fuori dalla sua stanzetta in affitto. La moglie, intanto, è già sveglia e pimpante, sta mangiando ananas e mango e si prepara al jogging mattutino in compagnia di Katana, il suo personal trainer. Lo vede presentarsi strepennato come Jack Nicholson nelle Streghe di Eastwick e con una roba gonfia in mezzo alle gambe che non aveva mai visto.
“Eginio…ma dove sei stato…che ti è successo…mi hai fatto stare in pensiero…ma…cos’hai nei pantaloni?”
“Lascia perdere…una serataccia…mi ha punto uno scorpione, mi hanno portato all’ospedale in stato di semincoscienza…ma ti ho mai detto che sei ancora una donna bellissima…vieni qua, mia leonessa d’Africa!”
“Eh…ma che dici…devo andare a correre, caro, che poi alle nove ho la parrucchiera per le treccine”.
Non sempre l’armonia di coppia viene esaltata in questo modo a Malindi, c’è anche chi non coltiva velleità “sentimentali” e preferisce un’intensa attività intellettuale: partite a scopa, pettegolezzi al bar, allegre dissertazioni su cateteri, dipartite e figli irriconoscenti, come nelle migliori tradizioni italiche. C’è chi insiste che a Malindi mancano le infrastrutture, che la popolazione locale non s’impegna abbastanza per lo sviluppo economico, che i turisti non vengono perché mancano i servizi…la verità è che il tempo passa e i residenti invecchiano, i pensionati di un tempo oggi sono già ultraottantenni e hanno bisogno di divertimenti…con altri arrivi il “gerontokenya” potrebbe diventare un business! Basterebbe poco per riempire ancor di più Malindi: un bell’ospizio con procaci infermiere locali in gonnellina e aitanti damoni di compagnia, un paio di bocciodromi con Kazungu che sposta le bocce, la tusker al posto della spuma e il rutto libero, un ristorante con menù di brodini digestivi di coccodrillo e samosa purganti alla papaia, un parco con panchine e una fontana nel mezzo, una bella rivista scandalistica tipo “Malindi 3000” da commentare e un moderno, elegante cimitero tropicale dove prenotare la propria lapide in pietra saponaria con il proprio mezzobusto in puro ebano.
Allora sì che Malindi sarebbe quella che abbiamo sempre sognato per il nostro futuro.
Un enorme, rigogliosa, equatoriale casa di riposo Villa Arzilla.
Stessa spiaggia, stesso mare
Stessa spiaggia, stesso mare”, cantava Piero Focaccia quando Malindi era
soltanto un “buen retiro” di mercenari inglesi sotto spirito. Oggi la costa
keniota, grazie anche agli italiani, ha la sua stagione turistica proprio come
quella adriatica o quella ligure. Noi si apre i battenti a metà luglio, poi ci
si rilassa ad ottobre e novembre (perché va bene il turismo, l’estate, il
lavoro…ma ricordiamoci che siamo in Africa, se la nostra missione era faticare
ce ne andavamo in Brianza…) e si riparte con “E la chiamano Estate” di Bruno
Martino.
Come ogni stagione, qui a Malindi le piogge hanno mondato pettegolezzi,
avventure e disavventure della comunità italiana più numerosa dell’Est Africa.
Si riparte tutti da zero (o quasi) e come in un ipotetico campionato, comincia
anche il calciomercato. Direttori di alberghi cambiano casacca come gli
allenatori, ne arrivano di nuovi dall’estero e quelli storici si riciclano. Qui
i residenti di lungo corso f“anno tutti come Trapattoni: in pensione non ci
vuole andare nessuno. Tra fare poco e fare un cazzo, la differenza è minima…Ma
il calciomercato di Malindi è più creativo di quello vero e proprio. Sì, perché
qui capita che un terzino, cambiando squadra, diventi un centravanti e un
portiere venga assunto come centrocampista.
“Jambo Ottavio, dove sei a lavorare quest’anno, sempre al Sun & Sea?”
“Macché, Anita! Faccio il costruttore edile”
“Ma l’anno scorso non eri Food & Beverage Manager?”
“E cosa cambia? In ogni caso continuo a darla a bere!”
Come vedete, può capitare addirittura che il massaggiatore sociale diventi
presidente della propria squadra. Perché no, il sogno malindino è anche questo.
Tra giugno e luglio arrivano anche gli emigranti. Italiani che hanno deciso di
provarci, di cambiare vita. Hanno scelto Malindi e ci arrivano in bassa
stagione. Si guardano intorno circospetti, annusano l’aria umida e spesso hanno
l’aspetto di uno che prima o poi se ne torna a San Benedetto del Tronto o a
Gorizia.
Poi la sera fanno certi incontri…e decidono di prendere tempo.
Qualcosa troveranno anche loro. Perché a Malindi, a differenza dell’Italia, ci
sono i saldi d’inizio stagione…
I presidenti, ovvero i proprietari o gestori di Hotel, ristoranti, attività
redditizie, conoscono bene i tempi dek Kenya turistico, e conoscono i loro polli
stagionali. Così ogni anno puntano al ribasso.
Se un animatore di villaggio turistico dieci anni fa guadagnava come un operaio
di Pomigliano, oggi guadagna poco meno di un guidatore di tuk-tuk. Quasi quasi
qualcuno ti fa intendere che per avere vitto e alloggio nel suo esclusivo resort,
lavorare lì dentro è un favore che ti sta facendo.
Non c’è hotel o villaggio che non abbia un paio di giovani leve, spesso figli di
papà, che fingano di essere in vacanza per un anno, e invece stanno svolgendo
mansioni fondamentali! Hanno imparato a mimetizzarsi così bene con i turisti che
non riusciresti a beccarli mai. Abbronzature invidiabili, notti brave stile
Ibiza, orari di sveglia al mattino non proprio da safaristi e metà dell’esiguo
stipendio che se ne parte in caffè. Sono loro gli “stranieri” che inflazionano
il campionato malindino, coi loro ingaggi ridicoli. Poi un professionista è
costretto a riciclarsi come venditore di pannelli solari porta a porta o come
produttore di “basucola”, innovativo innesto africano tra basilico e rucola,
presente soltanto a Malindi. Sì, perché qui ogni stagione ci si inventa nuovi
mestieri, e alla fine tutti campano felici e contenti! Un anno li vedi in
duecento a fare decoupage e volerti spacciare mobilia bianchiccia tutta uguale,
l’altro anno è di moda il kitesurf, e tutti a piazzarsi in spiaggia con i loro
catafalchi, la stagione successiva nascono dodici locali “lounge” che poi non si
sa che cazzo siano, ma fanno tutti pessimi cocktail che non capisci quanto
costino perché la musica è troppo alta e ipnotica per capire il prezzo detto a
voce dal barista (che di listini prezzi non c’è neanche l’ombra).
Evviva Malindi la creativa! Malindi delle stagioni sempre diverse, sempre
uguali. In questo angolo di mondo dove, tra mille piccole peripezie, tra micro
corruzione e cialtronismo, con ritmi che la moviola è andante con brio al
confronto, alla fine facciamo un po’ quello che ci pare con quella libertà che
l’Italia sembra aver dimenticato.
Perché Piero Focaccia, che già sapeva come sarebbe andata a finire, cantava
anche “lontano, lontano…nessuno ci vedrà”.
Malindi, Italia: "Piacere, Mestolo!"
Alberto Sordi,
lo sappiamo bene, non ha inventato niente.
Malgrado i tentativi sgraziati o meno di ripulire il retroterra, di fabbricarci
un nuovo pedigree di viaggiatori a-là-page, noi italiani rimaniamo sempre i
simpatici buffoni che il mondo vede in giro per i paradisi del pianeta.
Cialtroni, volgari, caciaroni, piuttosto ignoranti ma in compenso abbastanza
presuntuosi, convinti di avere il Made In Italy da esportare anche mentre siamo
in pieno relax e dovremmo solamente assorbire e apprendere.
Hai voglia a inventarti l’eco-turismo, le vacanze solidali…la maggior parte
degli italiani continuano a scegliere i villaggi con l’animazione, a mettere il
dito sul mappamondo dove c’è mare e spiaggia e scegliere Malindi come fosse
Santo Domingo o Phuket.
E se poi non ci vengono non è per il terrore di trovarsi un rinoceronte in
camera da letto o di contrarre la febbre gialla, ma perché costa più di Sharm e
di Capoverde.
Sulla costa keniota, dove arriva di tutto e di Totti, da Flavietto a Gedeone, da
Grillo alle cicalone, la colonizzazione da spiaggia è ormai un fatto assodato.
La varia umanità locale che attende i turisti italiani al mare per assalirli
festosamente, sa di dover imparare prima i diversi dialetti della Penisola,
piuttosto che la lingua dell’Alighieri. Nei mesi caldi, il litorale di Malindi e
Watamu è un florilegio di luoghi comuni da far impallidire i Vanzina. E fino a
che ci saranno allegre compagnie di vacanzieri che non solo si sganasciano dalle
risate al solo sentire un nero keniota pronunciare “mizzega, baciamo le mani a
vossia” o “anvedi, me pari ‘na mozzarella de bbufala da quanto sei bianco”, i
beach-boys non smetteranno di pensare che ci vuole davvero poco per divertire
quegli allegri portatori sani di soldi. D’altronde di cosa si può parlare con
questi poveri africani, se non di calcio, donne e barzellette? Vorremmo mica
intristirli intavolando discorsi sul debito del terzo mondo o sul fallimento del
capitalismo selvaggio che ora tentiamo di esportare proprio qui? O peggio farli
sentire ignoranti, oltre che poveri, facendo un excursus sulla storia d’Italia,
dal Sacro Romano Impero al Risorgimento…suvvia!
Di conseguenza, in pochi decenni, abbiamo trasferito il cabaret a noi caro
all’equatore, con quella voglia di protagonismo che in Italia ci fa partecipare
alle trasmissioni in cui si raccontano anche le corna ricevute o sgomitare per
essere intervistati da Italia Uno, spostando il palcoscenico del grottesco da
Zelig al Parco Marino, da Montecitorio a Silversand.
Uno degli aspetti che colpiscono, quando ci si reca in riva all’oceano, specie
fuori stagione, non è soltanto la maniera in cui i ragazzi si presentano
all’italiano in vacanza, ma anche i nomi che hanno.
Non quelli veri, ovviamente, ma i nomignoli che qualche turista più simpatico e
creativo di altri gli ha affibbiato e che sono diventati i loro “marchi di
fabbrica”.
Fino a poco tempo fa, era normale che Charo diventasse Carlo, Youssuf si
traducesse con Giuseppe e Ibrahim con Abramo. C’era chi azzardava anche un
Massimiliano per Mohammed. Roba del passato, oggi abbiamo dei veri e propri
personaggi: “piacere, sono Mestolo, l’ottavo nano” ti fa un piccoletto che
staziona davanti al White Elephant. Sorridendo alla battuta, giusto per non
deluderlo, immaginando però il suo disappunto non vedendovi rotolare sulla
sabbia dal ridere, potete anche chiedere come mai si chiami Mestolo. La
spiegazione (a quanto assicurato dal mzungu che gli ha consigliato di chiamarsi
così) dovrebbe incuriosire le ragazze e fare tanta invidia ai maschietti.
Mestolo, comunque, alla fine calza a pennello anche per chi si è intristito
nell’ascoltare le motivazioni.
I nani vanno per la maggiore: oltre al buon Mestolo, che offre indifferentemente
safari e conchiglie, ci sono anche Vongolo, che ha iniziato la carriera come
venditore di molluschi e crostacei e Bombolo, che è grassottello e potrebbe
doppiare Thomas Milian meglio dell’originale.
Poi ci sono i musicisti: a Watamu abbiamo Zucchero, Vascorossi e Ramazotti
(rigorosamente con una sola Z), se chiedete di loro con i veri nomi, Kalume,
Said e Festus, non li conoscono nemmeno più i loro compaesani. I più fortunati
sono quelli che sono stati ribattezzati così da veri geni del calembour, da
artisti della battuta, in vacanza in Kenya per puro caso, tra una partecipazione
a “La sai l’ultima” e un corso di accensione scorregge col fiammifero a Fregene.
Grazie a loro il buon Kitsao è diventato Schizzao, Kalama si è trasformato in
Calamaro, Katana è Catanzaro. Infine, siccome siamo un popolo di eroi,
navigatori, cabarettisti e commissari tecnici, non potevano mancare i
calciatori: a Malindi potete chiedere di Totti e Il Pupone, e vi stupirete che
non si tratti della stessa persona, poi abbiamo Drogba (ex spacciatore?), Etò
(ma non voleva essere il campione dell’Inter, semplicemente un bergamasco lo
aveva chiamato da lontano) e Gattuso, che è un barcaiolo che evidentemente non
conosce l’originale a cui è ispirato il suo soprannome, altrimenti si sarebbe
risentito parecchio con chi lo ha chiamato così la prima volta.
Per terminare la carrellata, non potevano mancare i politici. E anche qui,
quando si presentano, tutti a sbellicarsi dalle risate! Fa davvero sganasciare,
vedere un africano accoglierti su un isolotto assolato (che tutti chiamano come?
“Sardegna 2” ovviamente…), tra l’azzurro cristallino del mare e un cielo blu
intenso, nel silenzio impreziosito dalle onde che si infrangono sulla barriera
corallina, “piacere, mi chiamo Silvio Berlusconi”. Potete immaginare il livello
delle battute che si susseguono, da parte dei nostri connazionali in libera
uscita sulla barchetta. “Ah, ecco…se eri D’Alema non ti davo neanche cento
scellini” oppure “Stai attento, che un giorno o l’altro finisci in galera”. Se
lo sapesse il nostro premier, che la cosa fa così ridere gli italiani, potrebbe
pensare che funzioni anche all’incontrario, presentandosi in televisione con un
“buongiorno italiani, mi chiamo Kazungu”.
Ma in un Paese che per corruzione è ai livelli dell’Uganda e il cui Pil cresce
meno di quello keniota, potrebbe anche essere frainteso. No, non c’è bisogno di
fare i brillanti a tutti i costi, di scervellarsi per trovare la battuta o il
doppio senso. Da un po’ di tempo a questa parte noi italiani siamo talmente
bravi a far ridere tutti quando ci prendiamo sul serio, che non ne vale proprio
la pena.
Nonno Kazungu e Facebook
La giornata è a dir poco
epocale, qui a Kakoneni. Precisiamo: non che la Natura stia soffrendo più di
tanto il cambiamento climatico, l’effetto serra, le marmitte catalitiche e le
altre simpatiche novità introdotte dall’ingordigia umana. Il grande baobab ha
smesso le foglie come tutti gli anni di questi tempi, il cielo si è liberato
delle sue lenzuola di nuvole per il troppo caldo, la polvere rossa delle strade
sterrate ora si appiccica con più voluttà al corpo, fissandosi con una leggera,
invisibile patina di umidità.
La novità è che il satellite della Orange Kenya, una delle linee di telefonia
mobile controllata dallo Stato, “prende” anche qui. Così lo Svaporato ha
caricato in macchina il suo computer portatile, protetto da strati di panno,
plastica e da un borsone, e come cuore di cipolla l’ha sfogliato davanti agli
occhietti vispi di Nonno Kazungu.
“Oggi ti spiego Facebook”.
Il vecchio ascolta, come è sua consuetudine e come sempre ha fatto per
quarant’anni dai mzungu, come pretende i nipoti facciano sempre con lui, prima
di lanciarsi in domande, supposizioni e voli di fantasia leggeri e imprevedibili
come quelli dell’aquila pescatrice, prima di lanciarsi sulla preda.
“E’ come partecipare alla vita del villaggio, Kazungu. Un villaggio in cui
decidi quali rafiki invitare e in cui ognuno può chiederti di entrare. Ma non
che a tutti interessi cosa succede nella tua piccola tribù. Più che altro è un
modo per sentirsi meno soli, per affiliarsi e far parte di un’altra tribù,
quella che partecipa a una vita sociale che in realtà non esiste”.
Kazungu squadra lo Svaporato come un matto, ma sa che qualcosa di vero e
importante ci deve essere, altrimenti questo libro in faccia non può essere
sfogliato da milioni e milioni di persone in tutto il mondo. Nel frattempo, si
avvicinano curiosi anche l’elettricista Makotsi, il barista Kibonge e il piccolo
genietto Kitsao, di ritorno da scuola.
“Qua noi ci sentiamo soli quando non ci arriva l’acqua - precisa il nonno – per
il resto sappiamo di dover contare sulle nostre risorse. Sapere che tanta gente
si interessa a noi, ma non ci conosce e non fa nulla per migliorare la nostra
vita, quali benefici ci reca?”.
“Forse un sollievo momentaneo. Il problema è quando tutto ciò diventa un
abitudine” risponde lo Svaporato, d’istinto.
“Quel che non capisco – blatera Kibonge, stappando la prima tusker della
giornata – è perché la gente cerchi di risolvere i propri problemi parlando e
commentando quelli degli altri”.
“Forse parlare delle beghe altrui fa sentire meno pesanti le proprie… - azzarda
Makotsi – anche in città, a Malindi, c’è chi fa così. Davanti all’ospedale ci si
ferma per bere un succo di tamarindo da “Mama dieci scellini” e si parla di
tutti quelli che sono entrati lì dentro e non sono ancora usciti. Poi si passa
al Governo, ai parenti che hanno perso il lavoro, e così via”.
“Ci si conosce sempre meno e ci si invade sempre di più” sentenzia da lontano
Kalama.
Nonno Kazungu osserva i commenti ai post di Facebook, guarda le foto, legge le
frasi. Storce il naso quando vede che qualcuno ha inviato un bacio virtuale allo
Svaporato.
“Ma lo sanno quanto sei sudato e appiccicoso, qui a Kakoneni, prima di mandarti
un bacio?”
La compagnia se la ride.
Al Safari bar hanno capito, e ci prendono in giro per l’ennesima volta.
Lo Svaporato annuisce. Quanto più gli esseri umani decidano di dividersi, di
spersonalizzarsi, tanto più hanno bisogno di sentirsi uniti. Criticando un
politico, sdegnandosi per un video sulla malasanità, iscrivendosi ad un gruppo
per la salvaguardia di un animale che non hanno mai visto dal vero e di cui
avrebbero soltanto paura, se se lo trovassero davanti come capita alla gente,
qui alle porte della Savana. Tutti nel calderone, con una sola immane paura:
quella di scoprire se stessi, quella di affrontare la vita vera.
“Non so se sia proprio così, rafiki – conclude Kazungu – forse per te è un modo
per sentirti ancora vicino alle persone con cui sei nato, ai tifosi della tua
squadra con cui condividi valori importanti. Secondo me voi mzungu dovete sempre
esagerare: spesso non vi conosce completamente nemmeno vostro fratello, il
vicino di casa vi ignora e voi ignorate lui, ma in Facebook avete 1.344 amici…”
“Lo voglio, lo voglio, lo voglio! - urla indemoniato Kitsao – a me non frega
niente che la gente mi conosca, sono io che voglio conoscere, voglio sapere,
voglio essere sempre informato di tutto!”.
Nonno Kazungu allarga le braccia come stesse reggendo un mantello invisibile, e
accoglie il nipote.
“Quel che vuoi sapere, piccolo, lo puoi apprendere dalla Natura, viaggiando,
potendo guardare le persone negli occhi. Il nostro fratello bianco ci ha
mostrato un gioco divertente, un passatempo come il bao o la caccia alla
faraona. C’è tanto ancora da imparare, da vedere, da vivere. Non avere mai paura
di conoscerti, di dover fare i conti con la tua condizione. Non sarai mai uguale
a un’altra persona soltanto perché ne condividi il video o perché ti piace il
suo elemento. Lo vedi il grande baobab? A lui non frega niente se una sequoia in
Madagascar viene a sapere che sta perdendo le foglie. Vorrebbe solo che Kibebe
lo scemo, quando la sera si accuccia in mezzo alle sue radici, si addormentasse
felice, perché ha vissuto un’altra giornata inutile in cui un bambino gli ha
sorriso, una vecchia gli ha offerto un piatto di polenta e un cane pulcioso gli
si è avvicinato per farsi accarezzare”.
LA STORIA DI MALINDI
(tratto da "Malindi, Italia - Guida semiseria
all'ultima colonia italiana d'Africa")
Per integrarsi
a meraviglia in un Paese nuovo, occorre innanzitutto conoscerne la storia, per
capire il perché di un certo tipo di evoluzione e dell’insediamento di chi è
arrivato prima di voi e ha occupato i posti migliori.
Le origini di Malindi risalgono all’incirca all’anno 1025 a.b. (Avanti
Briatore), come rivelano i primi reperti archeologici ritrovati nella zona: un
pezzo di polenta fossile, un braccialetto masai in una tomba, un perizoma
mummificato e un preservativo in budello di gnu.
A qualche secolo dopo risalgono invece le rovine di Gede, cittadella fortificata
araba tra Malindi e Watamu, oggi meta di inutili gite turistiche.
Furono i commercianti venuti dallo Yemen e da Gibuti, e non i commercialisti
venuti da Brescia e Verona, a scegliere Malindi come primo approdo africano, per
costruire nuove redditizie attività.
Incerta l’etimologia della cittadina, Malindi infatti potrebbe
significare “cattivi indiani”, ma gli indiani arriveranno secoli più tardi,
oppure il contrario di Benindi, fantomatica località del Mar Rosso in cui
il mare è privo di alghe, la terra priva di piante e le prostitute pagano per
andare con i clienti.
In realtà le prime carte nautiche la segnalano come “Melinde”, dal nome forse
di un leggendario ma scadente ristorante di quei tempi.
Il nuovo porto commerciale attirò mercanti dei mari, esploratori e vagabondi,
stuzzicati dalla possibilità di rifocillarsi di cibo e donne.
Così le tribù dei villaggi, che vivevano allo stato bradipo, si affacciarono
sulla costa, più per curiosità che per voglia o necessità di lavorare.
La sua posizione privilegiata, tra la foce del fiume Sabaki e le secche di
Watamu, ne fece un approdo importante.
I cinesi trafficavano in spezie (oggi invece preferiscono il traffico di La
Spezia…), gli arabi in frutta esotica e le ragazze locali in arte erotica.
L’apice del suo sviluppo si ebbe con l’arrivo dell’esploratore (e cantante rock)
Vasco Da Gama.
Eppure il passaggio di Vasco non fu fortunato: l’equipaggio fu avvicinato quasi
subito da un gruppo di accaniti beach-boys e dilapidò la paghetta
settimanale per acquistare ogni souvenir e oggetto caratteristico, molti di loro
frequentarono le già famose artiste locali lasciandoci il cuore, i pochi
spiccioli rimasti e la salute.
Così il previsto concerto rock fu rinviato e ai pochi sopravvissuti dalle
malattie veneree non rimase che la malaria.
Il cimitero portoghese e il Vasco Da Gama Pillar (che con un gioco di assonanze
ricorda ancora quanto fu ingenuo il navigatore lusitano) sono ancora testimoni
dell’accaduto e ancora oggi, tra la popolazione locale, si usa una frase che
suona più o meno “sei pillar come un portoghese”.
La notizia dell’annunciato concerto di Vasco, in ogni caso, aveva attirato
migliaia di fans provenienti da tutta l’Africa. Così Malindi ebbe il suo
primo sviluppo turistico. Arabi e indiani decisero di fermarsi, dando vita ad
attività commerciali nel campo dei tessuti e delle spezie, i cinesi ripiegarono
sulla Tanzania, i somali portarono le scaramucce e iniziarono (con grande
intuito da preveggenti) a studiare l’italiano, poi transitarono spagnoli,
malgasci, boeri, qualche francese che si era perduto e, si dice, un boss di
Pescara che inventò le scommesse sulle corse delle lucertole e dei gamberi e
creò una bisca clandestina per pirati.
L’eco della gloria di Vasco arrivò anche in Inghilter- ra dove la Regina
Vittoria, convinta che fossero molto meglio i Queen, band che avrebbe poi
lanciato Freddie Mercury, rockstar nata a Zanzibar, lanciò un manipolo
d’esploratori alla conquista dell’ Africa, immaginandone lo sviluppo turistico e
commerciale.
Così arrivò il bassista reggae Doctor Livingstone, che si integrò alla
perfezione, tanto da non voler più fare ritorno, diventare rasta ed aprire un
chiosco di birra e marijuana sul lago Vittoria, alla faccia della regina. Per
rintracciarlo, l’Impero Britannico inviò addirittura l’esercito, che fu accolto
con lo stesso calore con cui era stato portato in trionfo Vasco.
Era l’inizio della colonizzazione british del Kenya.
A Malindi, per il vero, gli effetti della nuova amministrazione si ebbero
soltanto nella prima metà del Novecento, con l’arrivo di marinaretti ed ex
galeotti che non fecero fatica ad integrarsi con pescatrici di uomini e bevitori
di vino di palma.
La guerra mondiale non scalfì la terra del sole e dell’amore.
Cadde qualche papaia in più e si videro i primi disertori, tra cui molti
militanti dell’estrema destra europea e, a seguire, i primi cacciatori di frodo.
L’indipendenza si aprì con un concerto finalmente riuscito, quello del gruppo
piemontese dei Mau Mau. Cadde qualche testa di papaia di troppo e gli inglesi
persero la proprietà del nuovo Kenya, prendendone però la gestione.
L’equatore conquistò l’immaginario collettivo: da Watamu passò Ernest Hemingway,
da Mombasa Pier Paolo Pasolini con Alberto Moravia ed Elsa Morante, purtroppo a
Malindi toccarono Albano e Romina, Zucchero e Claudio Martelli.
Negli anni Sessanta il boom fece nascere i primi alberghi inglesi e americani, a
ruota seguirono i tedeschi, i francesi, qualche polacco, un attore greco, un
cuoco turco, una rumena, un norvegese, quattro irlandesi, un venezuelano e dei
siciliani.
Poco dopo, fiutando l’affare, sbarcarono gli italiani.
L’età dell’oro di Malindi stava per iniziare.
I primi alberghi per cacciatori fecero somigliare Malindi a una nuova Valtrompia,
a una seconda Maremma. Poi alcuni connazionali ancora più furbi pensarono che
oltre ai safari e alla caccia, anche il mare e le palme potevano essere
un’importante risorsa turistica. Così piantarono conifere e costruirono piscine.
Nel giro di dieci anni a Malindi sorgevano 40 villaggi turistici, 20 ristoranti,
10 bar, 5 discoteche, due strade asfaltate e solo un casinò.
Il resto è mancia e storia di oggi.
Quindi, briciole.
Chiunque potrebbe raccontarvi una storia di Malindi diversa da questa.
Ma per quanto dettagliata, ineccepibile ovvero originale e improbabile, sarà
sempre una leggenda.
MALINDI, THE
LAND OF THE OCCASIONS!
Sarà che noi
italiani siamo un’altra razza.
Campanilisti, figli di comunesimo e Granducati, fieri dei dialetti e
dell’identità che fa sentire un varesotto più vicino alla Cornovaglia che alle
Marche, senso della Patria assente ma liti da cortile per la supremazia sui
cassonetti della raccolta differenziata e ronde di quartiere ogniddove.
Saremo noi ad essere strani, e a trasformare anche altri popoli, modificando i
loro usi e costumi, le abitudini sociali e quelle lavorative, ma non come gli
americani, con consapevole e bonaria invadenza. Noi lo facciamo per riflesso
condizionato, in maniera assolutamente involontaria.
Io non ho mai visto un poliziotto di Brescia fare carte false per essere
trasferito a Porto Cervo, un finanziere umbro pagare di tasca sua tre mesi di
stipendio per poter esercitare a Cortina d’Ampezzo e un giudice andare a tentare
la carriera a Portofino.
Anzi, da noi succede quasi l’esatto contrario. Un posto grigio e asettico come
Cologno Monzese può diventare il trampolino di lancio per un avvocato, che
spiccherà il volo addirittura verso la carriera politica e, chissà, magari un
giorno diventerà ministro! E così invece gli agenti prediligono paesini
tranquilli del Centro Italia o della bassa padana, dove i delitti avvengono solo
all’interno del focolare domestico e gli extracomunitari cattivi te li portano
le ronde volontarie prima ancora che commettano il reato.
In Kenya no. Niente di tutto questo, grazie a noi figli della Lupa e anche un
po’ di Annibale.
Il desiderio confessabile, il punto d’arrivo, l’anelito di ogni carica statale,
toga o azzeccagarbugli keniota è trovare lavoro a Malindi. Ah, che bel posto
Malindi. La sognano i cadetti di Kapsabet, i laureandi di Kisumu, i fanfaroni di
Machakos. La studiano i magistrati che a Nairobi sono stati esclusi dal grande
giro, i politici che escono dal giro, i manager che si guardano in giro, i
vagabondi stufi di andare in giro, i boda-boda che vorrebbero partecipare al
giro. Ci fanno un pensierino gli indiani a cui hanno chiuso i ponti e i pontili
a Mombasa, i venditori di monili di Kinshasa, gli ex monaci di Lhasa e i
casalinghi mandinghi senza casa perché al suolo gliel’hanno rasa.
Malindi, poi, con tutti quei vacanzieri italiani con i neuroni arrostiti al
sole, è la bengodi per qualsiasi categoria, la rivalsa che ci si attendeva
ancestralmente.
Certi agenti della polizia turistica, con le mani come mulinelli e le divise
come esche in un lago artificiale pieno di trote (e relativi figli), non sanno
più da che parte guardare e dove andare a pescare: fumatori tabagisti per cui
l’Africa non ha locali pubblici, fumatori vegetariani per cui in Africa l’erba è
pubblica, automobilisti a noleggio senza cintura di sicurezza che non spiccicano
una parola d’inglese (e per fortuna che i locali non sanno valutare il buon uso
della grammatica italiana…), lucrezie ingioiellate che portano a spasso il
barboncino sulla spiaggia di Silversand, ometti falsomagri, falsogiovani,
falsorolex e veroviagra che oltre alle bellezze locali amano farsi notare in
pubblico in atteggiamenti affettuosi con la loro dama, impiegati con camicia
hawayana e berrettino da baseball che pagano un cocco fresco 10 euro e poi
bisticciano con un beach boy che gli chiede 200 scellini per un portachiavi col
suo nome scolpito nell’ebano…Il paradiso del quiproquo, l’estasi del
coltinflagrante, l’abbecedario della veniale infrazione. Che bel luogo di
vacanza, anche per un poliziotto!
Per non parlare degli avvocati! Mai visto all’Equatore un terreno così fertile
per cause e conflitti civili. Italians versus Italians, Italian versus Africans,
Italians versus Indians or Arabs, Italian che si ubriacano di Versus, versus
tutti gli altri. Ci sono anche casi di avvocati che arrivano a Malindi e
costituiscono strane partnership. Lo studio legale Omanji-Obevi (noti legulei
della tribù Luo arrivati dal Lago Vittoria) si è sciolto per dare vita a due
uffici distinti: Lo studio Omanji e l’avvocato Obevi. Così quando uno dei due
prende sotto la sua ala protettrice un italiano in causa con un connazionale,
come per incanto l’altro italiano finisce tra le grinfie del socio. Stranamente
in questo caso i procedimenti durano anni e anni, con esborsi notevoli ma senza
mai una fine. A volte, stremati, i due contendenti si ritrovano dopo un decennio
e decidono di rinunciare alle antiche liti e di mettersi d’accordo, scoprendo
anche moltissimi interessi comuni e in rari casi anche un’omosessualità latente
che li porta a fidanzarsi. Sul terreno conteso e gestito da Omanji Obevi,
sorgerà la capanna dei due cuori spennati. A Homa Bay, sul Lago Vittoria,
sorgerà una palazzina a sei piani con supermercato, bar e ristorante a pian
terreno, di proprietà del duo legale malindino…
Vogliamo dire dei dirigenti della società elettrica e dell’acqua? Chi viene a
Malindi è tutta gente colta, dei veri intellettuali, studiosi indefessi: sì,
perché sono talmente appassionati di letture che pur di leggere e leggere
qualsiasi cosa, arrivano a leggerti il contatore anche tutti i giorni,
modificandone il senso e aumentando il prezzo. Alla fine questi raffinati
lettori si trasformeranno in protagonisti di un romanzo! Anche loro finiranno
infatti su un libro: il tuo libro paga!
E che pensare dei giudici che hanno sotto le mani veri rompicapo intricatissimi,
più di un teleromanzo della KBC. Come il famoso caso del mzungu che ha
riconosciuto come suoi i due figli dalla donna, ex commessa di Meru (ma quanti
negozi ci sono a Meru…quasi come le università di Nairobi…) che sta con lui da
cinque anni, che poi trova a letto con uno di Pinerolo e allora le fa il DNA e
scopre che i bambini sono uno mezzo tedesco e l’altro tutto di Watamu. Però
adesso vuole tenersi i bimbi perché si è affezionato e quindi sottrarli alla
madre che da parte sua chiede una buonuscita milionaria e nel frattempo ha
venduto la casa che il mzungu le ha intestato a quello di Pinerolo, che
comunque ha ritenuto giusto rintestarla a lei…
Che teste…e che gran mal di testa per il giudice…a Malindi buoni affari anche
per la ditta produttrice del Panadol. Alcuni magistrati dopo un po’ si mettono
in malattia: è tragico quando non riesci più a capire a chi conviene chiedere
soldi. C’è da impazzire!
E i commercialisti che aprono società che poi per chiudere non basta nemmeno la
morte di entrambi i director? E gli intermediari…questa sì che è una splendida
realtà malindina. Recentemente e segretamente c’è stato il primo congresso a
Majengo degli intermediari degli italiani. Una varia umanità che nemmeno a
Eurodisney o nel Parlamento italiano. Dallo yemenita unto di samosa al pescatore
di Mambrui, ex galeotti neo testimoni di Geova e malaya convertite dal
parrucchiere, tassisti senz’arte né parte, questuanti senz’arti, dee-jay senza
party. Vieni a Malindi e sai a chi affidarti. Trionfo dell’anarchia, esaltazione
della libertà, nuovo “kenian dream”.
Ecco cos’è Malindi, un luogo splendido in cui si vive di occasioni.
E le occasioni, si sa, per metà fanno gli uomini quel che sono, e per l’altra
metà quello che non sapevano di essere.
“FUGHE DI
CERVELLI”, ANCHE MALINDI E' UNA META
In Italia, da diversi anni, si dibatte e ci si rammarica per
le cosiddette “fughe di cervelli”, ovvero la dipartita dal Belpaese di studiosi,
scienziati e ricercatori che preferiscono gli Stati Uniti, la Francia o la
Germania alle nostre università e ai nostri centri, esasperati dai continui
tagli alla ricerca e attratti da fondi e stipendi ben più interessanti. Bene,
siamo in grado di dimostrare che anche Malindi ha saputo approfittare
dell'esilio volontario di pezzi da novanta.
Ebbene sì, possiamo dire che Malindi è una delle mete predilette dei “cervelli
in fuga”.
Fin troppo facile parlare di ricercatori in Africa. Dai tempi del dottor David
Livingstone, qualsiasi viaggiatore, avventuriero o turista arrivato in questi
luoghi non si è limitato ad esplorare, ma ha trasformato il suo viaggio in una
ricerca introspettiva, nella ricerca di un mondo migliore o nella ricerca della
felicità e della pace interiore (di cui nemmeno gli scienziati più acclamati
hanno svelato il segreto). Anche sulla costa Keniota abbiamo fior di ricercatori.
Ma non mancano nemmeno gli scienziati, gli studiosi e chi si cimenta con la
vasta gamma di usanze e deviazioni in dotazione al genere umano, fino a
sperimentarne di persona le dinamiche e i risultati.
Eccovi alcune tra le più note categorie di “cervelli” che hanno lasciato
l'Italia per affinare o migliorare le proprie attitudini.
BIOLOGI
Capire la vita attraverso la Natura, comprendere
il linguaggio degli animali e diventare uno di loro per capire nel profondo la
vita all'Equatore e quella degli italiani che in questo luogo hanno saputo
attingere dal Regno degli Animali: dalla generosità degli avvoltoi,
dall'altruismo della iena, dalla dolcezza del ghepardo, dalla bontà
dell'ippopotamo e dalla saggezza del facocero. Vivere in prima persona
l'esistenza di una pianta, dormendo ubriachi nell'incavo di un baobab, bevendo
il mnazi dalla palma. Solo qui un biologo moderno può trovare le risposte
essenziali al rapporto tra uomo e natura e tra stato vegetale e stato
neuro-vegetativo. Metodo empirico, si direbbe. Non immaginate quanti famosi
biologi si celano sotto le mentite spoglie di residenti che conversano per ore
con un Frangipane o muovono la testa al ritmo di un varano, quanti insigni
luminari sembrano semplicemente dei vecchi fulminati che si muovono con la
lentezza del ragno e simulano l'acutezza mentale della rana toro.
FISICI NUCLEARI
Non si tratta di ricercatori alle prime armi,
spesso sono attempati studiosi che amano mettere in pratica anni di teorie mai
applicate. Testoni nucleari alla ricerca di altri “fisici”, nel senso di figure
esplosive, di vere e proprie bombe. Spesso trovano i fisici che gli interessano
e cercano di unirsi a loro in improbabili fusioni a caldo, non senza problemi.
Infatti spesso i fondi a loro destinati non sono sufficienti e ogni tanto il
risultato degli esperimenti non è soddisfacente, a volte prendono certe testate
nucleari contro il muro... Spesso la ricerca ricomincia da capo. C'è chi si è
arreso e ha scelto fisici non proprio nucleari, lasciando i centri di ricerca (ve
ne sono due molto noti, in centro, aperti solo di sera) per studioli a casa
propria. Ma c'è anche chi della ricerca ha fatto un vero e proprio stile di
vita, tanto che la considera più importante delle scoperte stesse.
PSICANALISTI
Arrivare in un luogo, perdipiù di un altro
continente, e capire tutto dopo due giorni. Si tratta di cervelli superiori,
persone dotate di una capacità di analisi e sintesi fuori dal comune (e in fatti
sono ben lontani dal loro comune di origine). Arrivati a Malindi da poche ore,
già stringono amicizia con personaggi locali che sono pronti (gratuitamente,
s'intende...) a consigliare loro le migliori occasioni, l'albergo in cui
soggiornare, le boutique meno care, i connazionali da frequentare, come cavarsi
in fretta dagli impacci in cui loro stessi li hanno cacciati. Allo stesso modo
dopo una settimana sono pronti ad acquistare terreni a prezzi che un italiano
residente da vent'anni non spunterebbe nemmeno pregando in dialetto yemenita,
troveranno la fidanzata che almeno venti connazionali sognavano di possedere e
usciranno in un solo giorno dalla stazione di polizia, entrandoci però un paio
di volte al mese. Dopo sole due settimane, gli psicanalisti in fuga potranno
erudire loro stessi i neofiti di Malindi, sarà lo stesso rafiki locale con cui
aveva stretto amicizia, a portarglieli...
INGEGNERI
Ci sono cervelli che vanno in fuga senza sapere di
esserlo, poi arrivano in un luogo magico che, come per incanto, esalta le loro
inaspettate potenzialità. E' il caso di camionisti, parrucchieri, giocatori
d'azzardo, postini e fabbri che arrivati in Kenya hanno l'illuminazione: “ma io
sono un costruttore edile!”. Altro che geometri o architetti, ma quali ingegneri!
Questi cervelloni sono in grado di progettare, costruire e arredare la villa dei
tuoi sogni in un batter d'occhio e in un buttar di soldi, e te la consegnano
cancello in mano (le chiavi qui non si usano e le inferriate si staccano
facilmente...). Menti italiane sopraffine qui trovano mani pronte a mettere in
pratica le loro geniali intuizioni. Grazie a loro, gli studi sposano la pratica,
i progetti diventano materia.
Incredibile, una sola persona riunisce in sè almeno quattro diverse
specializzazioni: geometra, architetto, ingegnere e paraculo! Che cervelli!
Mimetizzati, incantati o in simbiosi con questo mondo, i “cervelli in fuga”
dall'Italia costituiscono ormai una minoranza, sono inoffensivi e per loro
stessa volontà (questa è la grandezza massima dello studioso) si sono
trasformati in cavie per permettere a nuovi geni in arrivo di non fare i loro
errori di percorso. Anche per questo noi ce li coccoliamo come si fa con una
specie protetta, con esemplari rari che hanno scelto, alla fine, di fuggire
addirittura dal loro stesso cervello.
LE LEGGENDE DEI VIP: VERONICA LARIO A MALINDI
Mai come quest’anno Malindi e la costa keniota hanno suscitato interesse dei
media nazionali per l’affluenza di Very Important Persons. Politici, uomini di
sport, spettacolo, cultura (poca) e mondanità (tanta) hanno fatto parlare di sé
tra noci di cocco, aragoste e barriera corallina. Ma a Malindi, vip o non vip,
basta poco per creare le leggende. Con un po’ di sole in testa, suggestione da
passion juice ed erbe di savana, puoi vedere chiunque e diventare tu stesso
un’agenzia stampa del gossip.
Eccovene un esempio.
La semiresidente similbresciana era esaltatissima.
Aveva riconosciuto la signora mezza abbronzata mezza ingioiellata mezza
ritoccata mezza leopardata e mezza rintronata “dico io, due ore e mezza per
scegliere un paio di tessuti…” che era appena uscita dal negozio del sarto
Sharif Shabir Rashid Amin Sashim…”non mi ricordo mai come si chiama…”
Ma sì, era proprio lei, non ci si poteva sbagliare!
”Voglio ordinare per mio marito gli stessi pantaloni lunghi che ha fatto fare la
signora, con quella fantasia lì…o sono bermuda…”
Ci pensò un attimo, valutò l’altezza di suo marito e quello del marito della
signora.
“No, sono pantaloncini corti…”
Poi prese in mano il cellulare e compose un numero in fretta.
“Tafadhali, nambari ya piga simu apatikani qwa sasa…”
Ma vaff…
Magari è la fretta, avrò sbagliato a digitare.
Infatti.
“Tesooooro, Deda sei tu? Non puoi capire chi c’era qui da Shabrifschidamin
un minuto fa! La Veronica Berlusconi! Ma te lo giuro…a Malindi, pazzesco… eeeehh
ma è un po’ invecchiata, eh? Sì, sì, ha sempre il suo bel davanzale…ma si vede
che è rifatto…come le labbra…no, nonò…un vestitino bianco semplice…ha preso dei
pantalon…cini da uomo, ma allora dico io ci sarà anche Silvio, no? Ma saranno da
Briatore? Oh, mamma mi prenoto subito una settimana di cure di bellezza, così me
li frequento…”
Infilò il cellulare nella borsa, ma nell’euforia scelse quella appesa perlinata,
al posto della sua. Acquistò senza farci caso anche un kikoy, tre parei, due
pigmei e sei copri-zebedei.
Pagò e uscì di fretta alla ricerca di Veronica, inciampando in un questuante
ubriaco di mnazi e finendo addosso a un boda-boda.
“Twende!”
“Non ho bisogno di tende, grazie”
“Dove porto bella?”
“Portobella? Che m’hai preso per un pappagallo? E levati di mezzo…”
Veronica aveva appena voltato l’angolo.
Deda tornò verso la piscina costeggiando il vialetto di buganvillee, prese in
mano un bicchiere di roba colorata e sorrise agli ospiti.
L’ora dell’aperitivo in piscina, in Africa, è incantevole, ma senza l’aperitivo
in piscina sarebbe solo un’ora e basta. Per di più in Africa.
Si avvicinò al bordo e sciolse il pareo, per poi riannodarlo più lasco.
“Mi hanno chiamato da una boutique…non indovinerete mai chi c’è a Malindi…”
“Uomo o donna?” lanciò una bionda sui sessanta con la pelle abbrustolita.
“Coppia!” ammiccò la Deda mordicchiandosi il silicone.
“Totti e Ilary!” urlò un grassone di Pomezia che affondava la manona in un
vassoio di samosa.
“Ma nooo, il Pupone è a Chale Island a fare i fanghi…poverino, sta male…” disse
un’ex bomba sexy che era rimasta solo bomba, cercando approvazione dal marito
giornalista, che seguiva in trance le forme della giovane donna delle pulizie
che riportava nella casa padronale la biancheria stesa.
“Macchè, di più…” disse la Deda.
“Brad Pitt e la Jolie” fece l’Angelica, salendo le scalette e controllando che
le sue natiche uscissero dall’acqua insieme al resto del corpo.
“Ancora di più…”
“Ma poi quelli non vengono più in Kenya… lei preferisce la Namibia” disse
l’abbrustolita.
“Che c’è un mare di merda” disse l’Angelica recuperando le chiappe.
“E perché qui? Siamo mica in Costa Smeralda, cocca…”
”Ma ci sono le aragoste a dieci euro al chilo…”
“Dai, fàmola finita – grugnì il grassone – chi ce sta?”
“DADADAM! C’è la Veronica… e sembra anche Silvio!”
“Ma noooooooooo!”
“Davvero?"
“ E dove?”
“Mah, da Briatore… dove sennò?”
La similbresciana si liberò del boda boda, lasciando mezzo vestito tra i raggi
della ruota posteriore, evitò un tuk-tuk in frenata zigzagante e raggiunse
l’altro lato del marciapiede.
L’inserviente del negozio di utensili stava riportando le bacinelle colorate
all’interno. Per fare un viaggio solo le aveva impilate in una colonna unica,
alta ben più di lui.
Poté solo avvertire la furia bianca che lo travolse, mentre effettuava una
virata di centottanta gradi.
Fu un tripudio di catini, che arrivarono anche in strada, su un pick-up e
addosso al passeggero dietro di una motocicletta, che ne prese uno al volo e se
lo portò via.
L’inserviente non fece caso al suo polso slogato, contava le trattenute sullo
stipendio.
Trecento scellini a bacinella, fanno almeno mezzo salario.
Passò un altro tuk-tuk.
“Sciaaak"
Un altro pezzo di stipendio.
La similbresciana gli rovesciò in testa i catini restanti, gracidò qualcosa
nella lingua ufficiale di Malindi e riprese la sua corsa.
Il giornalista marito della bomba si era già asciugato, diede una sorsata veloce
al cocktail e recuperò il cellulare.
“Parlo con la redazione?”
L’abbrustolita chiacchierava invece contemporaneamente con due persone, e teneva
un terzo telefonino in mano, pronto per l’uso.
Il grassone, fischiettando l’inno di Forza Italia, componeva a sua volta un sms.
La Deda cercava suo marito, roba che a quell’ora non lo faceva mai ma proprio
mai.
E lo sapeva bene anche la donna delle pulizie.
Questa volta le era andata bene…roba di cinque minuti e la stessa mancia di
quando è mezzora.
“Gilberto…c’è Silvio, c’è Silvio…come si chiama quel suo consigliere che conosci
bene? Prova a chiamarlo…magari è qui anche lui…”
“Ah…arrivo cara…”
La voce (non quella del marito della Deda con la donna delle pulizie) si diffuse
per tutta Malindi in un quarto d’ora.
La similbresciana aveva svoltato l’angolo.
Entrò nel primo negozio ma vi trovò soltanto, nell’ordine: un vecchio indiano
addormentato che usava la barba bianca come cuscino, il commesso che rovistava
con perizia con il dito medio nel suo naso e un bambino olivastro di sei sette
anni che faceva i conti e consegnava lo scontrino a un turista tedesco.
Uscì di fretta, si liberò con una gomitata degna di Materazzi di un cambista in
nero, entrò in tackle scivolato su un beach boy con la maglia del Manchester
United e saltò a piè pari i tre gradini che la riportavano in strada. Poi la
vide!
Veronica era uscita dalla gioielleria.
Madonna se era lei!
Alzava il braccio come per chiamare qualcuno, probabilmente l’autista.
Bisognava fare in fretta per bloccarla. Solo un attimo, presentarsi.
Ringraziarla. Di che? Di essere a Malindi…di essere la First Lady.
La similbresciana vide passare un tuk-tuk verde pisello. Un ragazzotto locale
coi capelli da rasta lo fermò e fece segno a Veronica di avvicinarsi.
Ma cosa voleva fare quell’energumeno con la signora Berlusconi?
Bisognava assolutamente fermarla!
Mohamed se l’era promesso: domani vado da mio cugino Bakari a riparare questi
dannati freni.
Per fortuna con il tuk-tuk è sufficiente andare piano e avere sempre la
prontezza di riflessi per sgattaiolare via, quando ti trovi davanti un ostacolo.
Ma un ostacolo improvviso come un baule di donna muzunga in mezzo alla stretta
stradina della città vecchia, Mohamed non se l’era mai trovato davanti.
Con una fila di auto parcheggiate da una parte, i gradoni del marciapiede
dall’altra e un tuk-tuk fermo davanti, non puoi né accelerare né tantomeno
scartare di lato, per evitare il baule.
L’impatto fu abbastanza violento, ma Mohamed con l’aiuto di Allah riuscì a
contenere i danni, andando in testacoda e spogendosi dall’abitacolo come un
esperto velista su un trimarano.
Con il piede d’appoggio e una mano teneva il tuk-tuk in posizione verticale, con
l’altro piede assestò un calcione nel fondoschiena alla muzunga, evitando così
che sbattesse la testa sul mezzo.
La vide rotolare come un sacco di farina di mais in mezzo alla strada e
terminare la sua corsa contro un cambista in nero che era già a terra per conto
suo, con il naso sanguinante.
Lei invece, prima di provare a rialzarsi e capire che le fratture erano più di
una, vide Veronica baciare il rasta, consegnargli le borse della spesa e salire
sul tuk-tuk verde pisello.
Con un forte accento napoletano la sentì urlare al conducente: “Raaafiiiiki,
portamaccasa. Stongo alla Biringani House, a Majengo. Haraka Haraka, uagliò!”.
Non trovò nemmeno il cellulare nella borsa per avvertire la Deda.
Dopo poco meno di un’ora l’Ansa di Roma batteva la notizia:
Veronica Lario fa shopping a Malindi. La moglie del presidente del Consiglio
Silvio Berlusconi è stata vista nella località turistica keniana. Secondo fonti
ben informate sarebbe ospite della coppia Briatore-Gregoraci. Il premier invece
si trova a Villa Certosa, in Sardegna.
La smentita ufficiale di Palazzo Chigi arrivò prima della similbresciana in
ospedale a Mombasa. Ma ormai era troppo tardi. Per Malindi ufficialmente
Veronica Lario Berlusconi ha passato qui le vacanze di Natale ed ha fatto
acquisti in un negozio di tessuti e in una gioielleria.
Perché a noi, qui, non sfugge mai nulla…
IL
TURISMO SESSUALE E' UN'INVENZIONE DELLA SINISTRA!
Inizia una
nuova stagione per il turismo italiano in Kenya, e già c’è chi punta il dito
contro Malindi, “meta di turismo sessuale”. Già, ma le cose quest’anno sono
cambiate! Perché da qualche mese qualsiasi uomo in vacanza sulle rive
dell’Oceano Indiano, specialmente se un po’ in là con gli anni, si sente
protetto, spalleggiato, se non addirittura fiero e orgoglioso di frequentare
ragazze locali.
Da quando ha saputo che un settantaquattrenne che invita a casa sua una
diciassettenne e ci passa insieme la serata è un virtuoso e giammai un pedofilo
(e mi sembra anche giusto…la ragazzina a diciassette anni è ben capace di
intendere e di volere), che le festicciole con orgia sono in realtà “disegni
sovversivi della sinistra”, cammina leggero per Lamu Road ed entra nelle
discoteche che s’illuminano di musica, cocktail e sorrisi con l’aria di chi
porta alto l’onore del suo Paese.
Da quando ha scoperto che un vecchio che vuole sentirsi ancora un playboy,
riempie di banconote una ragazza di vita per infilarsela di nascosto nel letto
di uno dei palazzi più importanti d’Italia, gli pare fin troppo onesto far
entrare con una mancetta al portiere di notte la sua conquista serale nel
villaggio turistico che non accetta le sconosciute.
Poi ha sentito dire che nessuno deve poter introdursi nella vita privata di un
essere umano, che non ne può rovinare a suo piacere la reputazione. Andassero a
quel paese quei giornalisti che cercano lo scandalo a tutti i costi! Anche qui a
Malindi, con quelle inchieste che ti vengono a spiegare che il sole splende e il
mare è bagnato. Da che mondo e mondo ci piacciono le donne, meglio se giovani!
“Tanto più che io ho ancora più coraggio di quel vecchio così importante” pensa
tra sé e sé il turista pensionato.
“Perché io mi sono innamorato e non ho paura a dirlo!”.
Già. E’ successo tutto la prima sera che era arrivato a Malindi.
Dopo cena, attirato dal ritmo ripetitivo della musica dance, come fosse un
fachiro indiano col flauto, era entrato come un discoletto nel disco-pub con una
gran voglia disco-pare…ehm…di curiosare.
Si era aggirato tra il bancone e la pista da ballo ammirando quelle bellezze
d’ebano da urlo che ancheggiavano, aveva anche osato qualche passo di rumba e
ordinato una caipirinha.
A un tratto una splendida regina d’Africa, dallo sguardo felino di pantera e
dalle forme sinuose come quelle di una gazzella, si era alzata dal suo sgabello
e gli si era fatta incontro.
“Tu, bel mzungu”
“Chi, io?” si era guardato intorno, per vedere se non ci fosse un giovane
aitante e ben vestito proprio dietro di lui. Con un riflesso condizionato, però,
si era aggiustato il colletto della camicia alla Tony Manero.
No, la pantera guardava proprio lui, con occhi magici di conquista.
“Vuoi ballare con me?”
Si sentì trasportato indietro alla festa delle medie, quando la più bella della
classe gli aveva chiesto di invitarlo per un ballo della mattonella e solo il
giorno dopo aveva saputo che era stato per una scommessa con le amiche. Vinta.
Ma quale scommessa poteva essere questa? Lo scherzo di un connazionale burlone?
La trappola di un giornalista di sinistra ficcanaso?
Chissà, non aveva voglia di chiederselo.
Ballò, si strusciò, l’abbracciò. Al diavolo i disegni sovversivi.
Chissà se per il caldo, il viaggio in aereo, le milleluci del disco-pub,
la caipirinha...
Era visibilmente rincoglionito.
Ma lei se lo stava mangiando con lo sguardo!
Si innamorò all’istante e benedì quelle pastiglie di viagra che gli aveva dato
l’amico farmacista del Paese: “Vai in Africa, Celestino…! Fai il leone, una
volta nella vita!”.
Il leone… veramente ora il cuore gli batteva come quello di un pettirosso.
Fu una notte meravigliosa, per lui.
Lei invece, mentre lo abbracciava con dolcezza e si faceva accarezzare dall’alba
nascente tra le lenzuola, trovò in lui quel confidente di cui evidentemente
aveva tanto bisogno, quella figura paterna che avrebbe capito i suoi problemi. E
che problemi! Una sorella minore che doveva assolutamente finire gli studi per
poter aiutare la famiglia col suo stipendio da segretaria d’azienda, la mamma
molto malata che avrebbe dovuto emigrare a Johannesburg per farsi operare e
tornare a una vita normale, il fratello arruolato nell’esercito e morto durante
gli scontri dell’anno prima, lasciando tre bambini da mantenere.
Lui pianse e si sentì molto vicino alle lacrime del suo Presidente durante i
giorni del terremoto dell’Abruzzo. Sentiva di avere molte cose in comune con
quell'uomo, e non era certo che la cosa fosse positiva.
L’avrebbe aiutata, glielo promise ieratico come stesse parlando al popolo
italiano.
“Amare in fondo significa questo, essere capaci di provare sentimenti di ogni
tipo, dal profondo altruismo al trasporto fisico”.
Lei si ritrasse, asciugò le lacrime con il lenzuolo e, al riparo dal suo
sguardo, sorrise.
Poi si voltò morbidamente e gli salì di nuovo a cavalcioni, ripetendo
mentalmente e meccanicamente quella splendida parola in italiano che la sua
amica Janet le aveva insegnato: “Reversibilità”.
Quando il giorno li colse, prima di un sonno ristoratore e giusto che sarebbe
durato fino all’ora di pranzo, lui ebbe un lampo.
Le lanciò un’occhiata nuova, da amante irreprensibile.
Per la prima volta appariva duro e irremovibile anche a se stesso.
“Ti chiedo soltanto una cosa” disse, e la sua voce era ferma e non dava adito a
ripensamenti.
“Ti prego, non chiamarmi mai, dico mai, PAPI”.
MALINDI AL CINEMA
Che Malindi
sia il set ideale per ogni film non è un mistero. Non soltanto quelli che sono
stati girati in passato e che potrebbero essere ambientati qui in futuro, ma
anche quelli quotidiani che sfilano sotto gli occhi di noi tutti, le incredibili
sceneggiature fornite da chi ci vive e si imbatte in storie che altrove
potrebbero sembrare inverosimili. Altro che Bollywood, in questi film esotici
c’è proprio di tutto: amore, mistero, abbandono, imprese eroiche e vili
bassezze, piccoli grandi gesti quotidiani e storie fantastiche. Per non parlare
dei dialoghi: lungometraggi che iniziano in kiswahili e finiscono in bergamasco,
oppure documentari in inglese sottotitolato in inglese per far capire qualcosa
anche agli inglesi stessi.
Insomma, che stupenda e infinita pellicola è la nostra cittadina. Proprio per
questo meriterebbe un Festival del Cinema come altre località turistiche famose,
come Cannes e Venezia. E per il premio, noi di statuette (d’ebano) ne abbiamo
quante ne volete!
Eccovi allora in anteprima le nomination del Festival del Cinema di Malindi!
BALLANDO
SOTTO LE ASCELLE
(Genere: Fantastico – Regia di Frank Mbuzi)
Un’appassionante e romantica favola metaforica sull’amore e sull’integrazione
degli italiani a Malindi. E’ la storia di un pensionato italiano, Geremia, alto
più o meno come il Ministro Brunetta, che s’invaghisce di una ragazza masai e la
asseconda nella sua passione principale, che è il ballo nelle discoteche locali,
dopo le due del mattino. Il povero vecchietto, pur di non lasciare la sua
conquista da sola, si lancia ogni sera in pista, tra corpi che sudano e si
strofinano e soprattutto guardando tutti all’altezza delle ascelle. Con
l’attività motoria e il caldo, viene rapito da effluvi intensi d’Africa che in
breve tempo diventeranno una sorta di droga e lo trasformeranno. Fino a quando,
una mattina, si risveglierà completamente negro e fiero di esserlo…Commovente la
scena dell’incontro con il suo compaesano sulla spiaggia, che abbracciandolo (in
ginocchio) gli sussurra “Ora nessuno riderà più di te soltanto perché sei un
nano!”
ULTIMO
MANGO A MALINDI
(Genere: commedia – Regia di Nani Morettoni)
Durante la stagione delle piccole piogge, non si trovano più manghi. Una
disdetta per il giovane Kaingu detto Giancesare che vuole conquistare la bella
mzungu Caterina che ne è ghiotta. Quando finalmente, dopo innumerevoli
ricerche, ne troverà uno grande e bellissimo, il perfido beach-boy Mwangolo
detto Pierferdinando glielo ruba scappando in tuk-tuk. Dopo un inseguimento per
tutta Malindi, il lieto fine. Kaingu detto Giancesare riuscirà a portare il
mango, un po’ ammaccato per il vero, alla sua Caterina che però nell’attesa ha
già divorato dieci papaie e non può giacere con il suo amato per via di una
dissenteria fulminante. Indimenticabile la scena cult d’amore del rapporto
contro natura con il Blue Band.
TRE UOMINI
E UNO SHAMBA
(Genere: Grottesco – Regia di Alcool, Chapati e Charcool)
Un classico di Malindi. Un italiano acquista un bel terreno a Mayungu per
costruirci un residence a quattro stelle. Paga un prezzo d’occasione e riceve il
suo titolo di proprietà. Ma quando si reca sul posto, trova già un muro di
recinzione di corallo. L’ha eretto un altro italiano, che (dopo liti furiose e
urla che coprono le reciproche ragioni) si scopre avere lo stesso title-deed
intestato a quel terreno. Nasce una disputa tra di loro e tra i loro avvocati
Omanji e Obevi, fino a che si rendono conto che in realtà chi ha fregato
entrambi è l’ex proprietario del terreno, un ricco commerciante di origine
araba. I due italiani decidono allora di allearsi, riuniscono gli avvocati
Omanji e Obevi e si rendono conto anche che i due legulei hanno lo studio in
comune. Tornano con loro nel terreno di Mayungu e scoprono che un terzo italiano
nel frattempo vi ha già costruito una casa…il finale non ve lo raccontiamo ma
potrebbe essere: 1. I due bloccano i lavori del terzo e (dopo liti furiose e
urla che coprono le reciproche ragioni) scoprono che anche lui ha un titolo di
proprietà intestato a quel terreno. Nasce una disputa tra di loro e i loro
avvocati fino a che si rendono conto che in realtà chi ha fregato tutti e tre è
sempre lo stesso ricco commerciante di origine araba. 2. Cercano di spiegare al
nuovo inquilino che in realtà quel terreno è diviso in tre e provano inutilmente
a vendergli le loro quote. 3. Presi dalla disperazione i due italiani occupano
la casa e decidono che per una questione di principio rimarranno lì dentro fino
a che i loro avvocati non verranno a capo della cosa. Il film prevede ovviamente
un seguito: “Così è la vita in Kenya”.
FUGA DA
ALRAZAK
(Genere: azione – Regia di Takeshi Katana)
Un’agguerrita coppietta di pensionati, Silverio e Robinia, che alloggiano in un
appartamentino sul mare di 17 metri quadrati e vivono con la minima, accumulano
debiti di gioco frequentando la cooperativa dei pescatori locali e sfidandoli a
bao, una specie di dama locale. Sono sul lastrico, ipotecano
l’appartamentino e tentano anche il suicidio, ingerendo dieci mandaazi a testa
acquistati in un chiosco del centro con gli ultimi cinquanta scellini rimasti.
Quando nella disperazione comunicano all’houseboy Vincenzino che sono costretti
a licenziarlo, questi espone loro un piano diabolico. Vendendo il monoloculo sul
mare e intascando il poco che rimane, saldati i debiti, possono prendere in
affitto una stanza proprio sopra a un noto negozio di telefonini ed
elettrodomestici di Malindi. Da lì, con pazienza si potrà progettare il colpo
del secolo, perché in Kenya i piccoli negozi non hanno sistemi d’allarme. Con il
bottino della refurtiva i due potranno ricominciare da capo costruendosi una
capanna a Matsangoni, villaggio natale di Vincenzino, a pochi chilometri dal
mare. E giocando a bao usando i fagioli al posto dei soldi…come finirà il
colpo?
L’ULTIMO
IMPRENDITORE
(Genere: Epico – Regia di Bernard Bellebabbucce)
Un capolavoro della cinematografia malindina. E’ la storia di un predestinato.
In Italia, in provincia di Brescia, Furio Ghiriami faceva tutt’altro:
rappresentante di calzature. Ma un giorno, per caso, si imbatte in un piccolo
incidente stradale. Il facoltoso signore coinvolto nell’incidente è imbestialito
perché scendendo dall’auto si è rovinato le scarpe. Stava per partecipare al
Consiglio di Amministrazione di un’importante azienda, così Furio Ghiriami non
ci pensa due volte ed estrae un campionario delle sue calzature. Fortuna vuole
che Furio abbia il 42, numero del ricco uomo d’affari che non sa come
ringraziarlo. “Mi ha salvato da una situazione imbarazzante, mi chiami, le farò
una sorpresa”. Dopo due giorni Furio, incuriosito, chiama l’uomo d’affari e lui
gli promette una vacanza in Kenya nel resort che ha appena acquistato. Così
Furio si reca a Malindi e scopre il paradiso terrestre. “Vuoi fare il mio uomo
di fiducia qui?” gli chiede il ricco signore. “Con vero piacere” risponde Furio.
Il vivace bresciano s’innamora di una procace studentessa locale e le paga
volentieri l’università, nel frattempo s’intrattiene anche con una segretaria
d’azienda e un’operatrice turistica. Fino a quando i soldi dello stipendio del
suo datore di lavoro non bastano più. Quindi decide di tornare alle origini e di
fare le scarpe a tutti i ricchi uomini d’affari di Malindi. Fino a quando sarà
lui a costruire il resort più lussuoso e confortevole di tutta la costa. Un
palazzo di dodici piani in riva al mare tra Watamu e Kilifi, a forma di stivale.
In onore non soltanto al suo Paese natio.