Editoriali

EDITORIALE

Un mese in Kenya dal rapimento di Silvia

Tante parole inutili (se non dannose) nella terra delle verità relative

21-12-2018 di Freddie del Curatolo

Un mese fa, il 20 novembre, poco dopo il tramonto equatoriale, una ragazza italiana di 23 anni che in quel momento era l’unica presenza “bianca” in un’area dell’entroterra della costa del Kenya grande come la provincia di Lodi, è stata rapita da una banda di criminali (pastori? Bracconieri? Entrambe le cose?).
Dal giorno dopo il nome di Silvia Romano è diventato familiare a centinaia di migliaia di persone, di lettori e telespettatori non solo italiani.
In Kenya ci siamo trovati di fronte ad un fatto senza nessun tipo di precedente: in primis il rapimento di un connazionale, ma anche il rapimento di un cittadino straniero lontano da zone di confine con la Somalia, quindi lontano dall’influenza di Al Shabaab.
E ancora: non nell’insidiosa Nairobi degli slum, né nelle zone semiaride adiacenti al Turkana dove lottano tribù da sempre antagoniste per questioni di terre e di acqua.
No, a Chakama, nel placido entroterra rurale della costa, in mezzo all’umile e tranquilla etnia mijikenda, dove l’uomo occidentale, ed in particolare l’italiano che ha nella non distante Malindi il suo “campo base”, viene visto come un amico, un benefattore o nella peggiore delle ipotesi un’opportunità, una bianca, paciosa, simpatica mucca da mungere.
La drammatica sorpresa ha investito non solo i residenti stranieri e chi opera nelle Organizzazioni Non Governative, ma anche gli stessi keniani, i media e le istituzioni.
A questo si deve lo sbandamento dei primi giorni, le operazioni scattate in ritardo, le supposizioni di politici e forze dell’ordine tradotte in improvvide interviste e soprattutto i danni provocati (anche all’inizio delle indagini) dai titoli e dagli articoli di quotidiani e blog locali.
Per almeno cinque giorni Silvia Romano poteva essere stata indifferentemente vittima di una rapina finita male, di terroristi di Al Shabaab spintisi fin oltre le rive del fiume Galana, di vendicativi pastori Wardei infervorati in qualche modo contro la onlus o la popolazione locale o di una banda di malviventi connessi con signori delle Corti somale. 
Testimoni o presunti tali: nelle verdi colline d’Africa in cui Ernest Hemingway assicurava che ogni cosa vera all’alba diventa menzogna dopo mezzogiorno, chiunque si è sentito autorizzato a dire la sua, fosse un cacciatore di quaglie della Dakatcha Forest, un ranger del servizio forestale o un ragazzetto di Chakama.
Mentre la Presidenza del Consiglio italiana inviava gli uomini migliori della sua intelligence e l’esercito keniano si affiancava alla polizia locale nelle ricerche, contemporaneamente iniziava un percorso parallelo di giornalisti, free lance e avventurieri dello scoop alla ricerca della ragazza.
Ultimamente in questo Paese dove tutto cresce e si assimila a velocità tripla dei meccanismi arrugginiti del Vecchio continente in rottamazione ma dove la gente cammina ancora lentamente come chi non ha mangiato regolarmente per decenni, siamo abituati a grandi paradossi e situazioni anche grottesche.
Qui il dramma è vissuto con fatalismo perfino quando si materializza in famiglia, tra i propri cari.
In Italia (dove siamo moolto più avanti) non ci si è limitati alle congetture, ma partivano le invettive, già molto di moda, contro ogni tipo di volontariato, oltre che contro Africa Milele e la stessa malcapitata Silvia.
L’unico esempio di coerenza, in questo periodo, è arrivato da Farnesina e Viminale che hanno deciso, fin dal giorno dopo il rapimento, di mantenere il più stretto riserbo sulla vicenda.
Dal Kenya non una parola, da Roma ogni dichiarazione, da quella del Ministro degli Affari Esteri Enzo Moavero Milanesi a quelle del Vicepremier Matteo Salvini e, l’altroieri, del Presidente della Repubblica Mattarella, è stata incentrata sull’augurio di un felice epilogo della vicenda, sull’assicurazione di fare “tutto il possibile” e sull’ottimismo.
Parole come di consueto lette, sezionate e contestualizzate ogni volta in maniera diversa.
E intanto i giorni si sono accavallati con un solo pensiero, di chi conserva un briciolo di umanità nel sangue: le condizioni di Silvia, di quel sorriso ormai familiare che esplode da ogni sua fotografia africana.
Sorriso su cui inevitabilmente sono calate le carie del cinismo umano, la superficialità e grettezza di chi fa il mestiere di giornalista, i “verba volant” di circostanza e le “regine del tua culpa” che affollano i parrucchieri, come avrebbe cantato uno che di rapimenti se ne intendeva davvero.
Un mese è trascorso e quel che appare chiaro è che non ci siano certezze: l’impressione è che Silvia sia viva (e chissà in quali condizioni) e che sia ancora in Kenya, probabilmente al di qua del fiume Tana. 
Tutto il resto è supposizione, se non pura fantasia, a volte anche malata, di protagonismo o di cieca avidità.
Dovrebbe essere sacrosanto, anzi imposto che ogni altra considerazione sulla vicenda debba essere fatta una volta finito questo dramma, sperando che la parola “fine”, preceduta da tante, troppe inutili altre parole, possa essere accompagnata da un solo,  meraviglioso termine: “lieto”.

TAGS: silvia romanorapimento kenyachakama

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