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Ecco cosa può fare un giovane italiano in Kenya

Sempre più under 35 emigrano all'estero, le possibilità in un Paese che cresce

19-10-2017 di Antonio Altieri

Il recente rapporto annuale della Fondazione Migrantes segnala che cinquantamila giovani nel 2016 hanno lasciato l’Italia per cercare fortuna all’estero. 
Da quel che sembra, anche quest’anno i dati saranno confermati.
Sono sempre di più gli under 35 che emigrano, quasi tutti per questioni di lavoro e non solo per disperazione, come un secolo fa.
Molti sono professionisti, neo laureati o hanno un gruzzoletto da parte per aprire un’attività, ma si sentono frustrati dalla poca meritocrazia del nostro Paese, dalle tasse e dalla difficoltà a trovare ambienti dove “crescere” professionalmente o conseguire soddisfazioni e successi nel loro ambito.
Per molti però si tratta anche di una ricerca spirituale e di vita, lontani da certe logiche dell’era moderna, dalla decadenza del mondo Occidentale e dallo stress.
Probabilmente i 1500 giovani all’anno che decidono di trasferirsi in Africa, di cui gran parte scelgono Kenya e Sudafrica, la pensano così.
Ecco cosa può trovare e a cosa può aspirare un giovane che decide di trasferirsi in Kenya per lavoro.

PROFESSIONALITA’:   Il Kenya è un Paese in crescita e ha bisogno di imparare. La professionalità degli italiani è ben accetta in molti settori. 
Primo di tutti, ovviamente, l’enogastronomia.
Il proliferare di hotel di superlusso a Nairobi e dintorni spinge i proprietari e le catene alberghiere a cercare chef di livello. 
Gli italiani sono sempre favoriti e i giovani possono portare le ultime tendenze della cucina internazionale ma anche essere più adatti ad insegnare a colleghi locali coetanei e vogliosi di cimentarsi con l’arte culinaria. 
Molti chef italiani già vivono e lavorano a Nairobi, alcuni anche sulla costa e nei lodge del Maasai Mara ed altre riserve. Ultimamente c’è richiesta anche di sommelier, nonché di esperti cocktail-barman. 
Sulla costa abbiamo potuto notare come chi è pratico di mestieri collegati alla catena alimentare, come pasticceri, panettieri e gelatai, abbia il loro riscontro e guadagno. Ovviamente occorre ricordare che per aprire un’attività in proprio, come un ristorante, un panificio o una gelateria, bisogna investire un capitale minimo di 100 mila dollari, o comunque trovare finanziatori disposti a farlo.
Altrimenti, come avviene per gli chef a Nairobi, farsi assumere con regolare permesso di lavoro da dipendenti.

ARTIGIANATO: Far bene il proprio lavoro nei settori in cui l’artigianato italiano ha sempre primeggiato nel mondo, per un giovane può essere una marcia in più. 
Sarti, stilisti, calzolai, disegnatori e artisti in generale possono avere buone chance di vendere le loro creazioni, ed anche chi lavora materiali particolari, specie quelli di riciclo, ha ottime possibilità di riuscita in un Paese come il Kenya che sta iniziando adesso a proporre originalità nel segno della buona fattura.
Basti pensare al successo non solo locale di griffe come “Ali Lamu” che dall’arcipelago e dagli accessori prodotti utilizzando le vele dei dhow, sono arrivati a vendere in tutto il mondo e ad aprire una boutique a Miami. Così hanno fatto anche creativi di gioielli e di borse. La “fusion” tra arte africana e capacità europea di lavorare la materia e rifinire con classe e qualità qui può ancora fare la differenza ed avere mercato.

SOCIALE:  Il Kenya ha una forte presenza di associazioni umanitarie internazionali, specie quelle collegate ai programmi delle Nazioni Unite, ma anche di NGO private e fondazioni che si dedicano a sanità ed infanzia. Chi ha studiato nel settore o ha buona esperienza di volontariato, può trovare lavoro in luoghi dove ancora si può migliorare la vita delle persone.
I progetti di auto sostentamento ultimamente sono in espansione, mentre molti altri programmi umanitari legati al lavoro e all’ambiente ricevono interessanti contributi da bandi di concorso internazionali. 

INDUSTRIA: Negli scorsi anni in Italia abbiamo assistito ad eredi di dinastie industriali o a figli di imprenditori che hanno chiuso o liquidato le aziende di famiglia, non vedendo sbocchi per il loro futuro economico e commerciale in Italia. In molti però nel 2016 hanno considerato di trasportare esperienza, macchinari e “know-how” in un Paese straniero.
Non a caso il polo industriale di Nairobi ospita multinazionali e aziende straniere che hanno deciso di impiantare parte della loro produzione in Kenya. Anche filiere importanti, come quella lattiero-casearia e quella agro-alimentare hanno stretto accordi con aziende italiane. Il Kenya è da considerare oggi anche per la piccola e media impresa che nella nostra Penisola rischia di boccheggiare.
Anche nel campo dell’edilizia ci sono buone possibilità, ma spesso sono soggette ad investimenti più importanti che i giovani solitamente non possono sostenere, pur avendo la professionalità necessaria (architetti e ingegneri ad esempio).

TURISMO:  Il settore tanto vituperato che vive di alti e bassi a seconda delle crisi socio-politiche del Paese e di altre incidenze ormai proprie di tutto il globo, come terrorismo e aumento della violenza, ha i suoi caposaldi: uno è sicuramente il settore dei safari. Esperti d’avventura e guide non sono i soli che possono trovare lavoro in Kenya. A loro ultimamente si sono aggiunti anche istruttori di sport un tempo chiamati “estremi” che stanno avendo grande seguito qui: dal rafting al parapendio, dall’alpinismo al surviving. Per quanto riguarda le destinazioni costiere, le possibilità migliori sono legate ad investimenti mirati (sempre tenendo conto dei famosi 100 mila dollari) e della capacità di farsi un buon marketing, utilizzando internet e i social network. Ci sono casi, anche a Malindi e Watamu, di giovani che hanno aperto bed&breakfast o altre situazioni simili e riescono a lavorare abbinando alla qualità della vita anche uno stipendio sufficiente a vivere bene in questo Paese.

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