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Ecco perché in Kenya sono spariti Culemborg e Versus

Carenza di vini sudafricani, e la costa resta senza bianco

12-07-2019 di Freddie del Curatolo

Milioni di turisti che frequentano il Kenya e particolarmente la sua costa, da almeno vent’anni sono abituati a prediligere, sulle loro tavole o al ristorante, i vini provenienti dal Sudafrica.
Il clima quasi sempre caldo a sud dell’Equatore fa sì che vengano privilegiati i bianchi e in questo caso la scelta è sempre caduta sui sudafricani, a vantaggio dei vini importati dall’Europa, per via del prezzo e per quel tocco di esotismo. Per quanto riguarda i costi, infatti, l’unica concorrenza seria e continuativa è quella dei sudamericani, in particolare le grandi aziende cilene.
Questo mercato è rivolto pressoché solo agli stranieri presenti in Kenya, che difficilmente andranno a spendere più di 15 euro per bere un vino cosìcosì o che per acquistare un Orvieto Est Est Est pagheranno quanto in Italia una magnum di Moet Chandon.
Per il popolo keniano infatti l’abitudine di pasteggiare a vino, invece che con la birra, è riservata ai benestanti, soprattutto di Nairobi e dintorni.
Coloro i quali, potendosi permettere di spendere anche cifre considerevoli per una bottiglia, chiaramente si dirigono su prodotti francesi o italiani. Per loro il Brunello di Montalcino o il Bordeaux sono anche status symbol, non solo delizie di vigna.
Sulla costa keniana il dominio assoluto dei bianchi per anni ha riguardato due etichette che, secondo ristoratori e rivenditori, hanno sempre avuto un buon equilibrio tra qualità e prezzo: il terribile Versus ed il quasi imbevibile Culemborg.
Migliore qualità del primo: la bottiglia da un litro, ideale per la convivialità e i beoni. Il successo del Culemborg rimane un mistero: c’è chi dice che il nome evocativo lo abbia fatto preferire al “Bellingham” o all’impronunciabile “Drosty Hopf” (che costano all’incirca la stessa cifra ma vengono spesso snobbati), altri invece assicurano che abbia qualità afrodisiache o allucinogene che ben si abbinano con la vita sulle rive dell’Oceano Indiano. Insomma, è vero che in Africa ci si accontenta di tante altre cose, ma chi sventola il Culemborg come un buon vino, in Italia probabilmente non disgusta il Tavernello. se servito ghiacchiato in un bicchiere tulip, magari sulla spiaggia marroncina di Misano Adriatico.
Fatto sta che da alcuni mesi non c’è più traccia di questi due vini e probabilmente chi arriverà ad agosto farà fatica a trovare qualsivoglia etichetta sudafricana. Anche perché le riserve esistenti alternative sono già state saccheggiate da albergatori e ristoratori. Così come è successo per i box da 5 litri (Namaqua il più richiesto). Nei negozi di alcolici permangono perlopiù vini dolci o spumanti, oppure ci si deve affidare a bottiglioni da 1.5 litri italiani, argentini o appunto cileni. Frontera e Gato Negro i più gettonati, Zapallares l’emergente. Prezzi variabili da 1300 a 1500 scellini.
Per gli autarchici, i biologici e gli amanti dell’avventura, c’è anche il vino keniano Leleshwa. Si aggira sui 1000 scellini a bottiglia e sicuramente non fa venire il mal di testa.
Ma nemmeno l’acquolina in bocca.
Ma come mai non si trovano più Versus e Culemborg?
Il problema è apparso lo scorso marzo, quando gli investigatori dell’azienda keniana di riscossione delle tasse hanno ottenuto il blocco dei conti correnti delle aziende di proprietà del miliardario keniano Humphrey Kariuki, accusato di aver evaso il fisco per oltre 3 miliardi di scellini.
Tra le compagnie di proprietà di Kariuki c’è anche la Wines of the World Kenya, ovvero il principale importatore di vini e liquori dal Sudafrica, oltre che da altri Paesi del mondo.
Da allora l’azienda non ha più potuto importare container con i suoi prodotti e in poco tempo ha svuotato tutti i suoi magazzini dell’Est Africa, restando solo con qualche bottiglia del folkloristico liquore “Zappa” e poche casse di superalcolici che ricordano il whisky e il brandy come il Culemborg può ricordare un vermentino di Gallura.
Ecco spiegato il motivo per cui probabilmente la prossima sarà una stagione “in rosso” (anche se si mormora di escamotage dell'azienda per riprendere presto ad importare sotto altre spoglie...) oppure si tornerà felicemente ai tempi in cui la “tusker baridi sana” era il meglio del meglio da gustare con un piatto di calamari alla griglia o un pesce al forno, i vini italiani venivano conservati come reliquie sacre da consumare in occasioni speciali o per le feste comandate e qualcuno provava a fermentare la papaia per ottenere un bianco secco.
Qualsiasi cosa, in ogni caso, datemi retta, è meglio del Culemborg.

TAGS: vini kenyaimportazione kenya

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