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Il Sappe e l'austerity a Malindi

Puntata 2 della divertente saga di Ric Giambo

18-09-2020 di Marco "Sbringo" Bigi

Era uno di quei giorni che faceva così caldo, ma così caldo che si sudava anche a star fermi senza fare nulla, ed io mi ritrovavo purtroppo a passeggiare per le vie del centro di Malindi perché, prima di far la cosa più sensata - andare in spiaggia - avevo bisogno di ritirare qualche scellino dalla banca che si trova proprio di fianco al bar.

Da una delle numerose bancarelle strapiene di collanine e braccialetti, piazzate in zona strategica tra bar e banca, mi giunge un possente: «Ehi Ric, come te la passi?» È un giovane Maasai alto più di due metri che mi si avvicina e mi stringe la mano poderosamente.

«Ciao George, bene grazie e tu?»

«Non tanto bene rafiki, pochi turisti, pochi affari, pochi soldi. Però oggi ho da proporti un affare imperdibile!» mi dice abbassando il tono della voce e annuendo con la testa.

Rimango, tra me e me, sempre stupito dalla facilità di questi ragazzi nell'imparare la lingua italiana, mentre gli Italiani a Malindi sono famosi per conoscere a malapena il dialetto della regione dove sono nati.

«George, non ho molto tempo per fermarmi, stamattina, ho un po' da fare...»

«Aspetta!» mi risponde, ed estrae da sotto la bancarella un oggetto allungato e ricoperto da carta di giornale, che comincia a svolgere con la solennità di un prestigiatore.

«Et voilà!»

«Ma è la solita statuetta Maasai!»

«No amico mio! Questa è speciale, è veramente un affare imperdibile.»

Smanetta un po' e noto che dalla statuetta vengono fuori un cavatappi, un coltellino, una limetta e un cacciavite.

«Ma dai, è un coltellino svizzero!»

«No, questo è l'imperdibile e rarissimo coltellino/statuetta Maasai ed è tuo per solo 1000 scellini!»

Chissà se è un caso o qualcuno gliel'ha detto che i coltellini multiuso sono la mia passione. Convinto dell'affare - un coltellino per l'equivalente di otto euro - apro il portafogli dimenticandomi che è vuoto.

«George - gli dico, - fammi andare in banca a ritirare e poi passo a prenderlo».

«Quale banca? - mi fa - questa?» esclama con un'espressione preoccupata indicando l'edificio alle sue spalle.

«Sì, perché?»

«Ahi ahi» commentò con una faccia desolata e tornò alla sua bancarella rivolgendo l'attenzione ad altri passanti.

Asciugandomi il sudore dalla fronte, mi allontanai perplesso dalla bancarella e, gettando lo sguardo verso la banca mi accorsi che, di fronte alle porte sprangate, un capannello di italiani stava discutendo animatamente.

«Ecco, lo sapevo!» gridava uno.

«Bastardi - gli faceva eco un altro - e adesso come facciamo?»

«Io vado in consolato a protestare!» urlò un terzo.

Mi avvicinai a un elegante e attempato uomo col bastone, che sembrava non avere perso la calma come gli altri e gli chiesi spiegazioni.

«Pare che il direttore della banca sia scappato con la cassa, sono cose che, a volte, accadono in Africa. È quasi sicuro che soldi li riavremo, checché se ne dica qui le cose vanno meno peggio che in Italia. Ma ci vorrà almeno un mesetto», e così dicendo mi passò il quotidiano nazionale del Kenya che riportava la notizia in prima pagina a caratteri cubitali e se ne andò.

Dopo aver letto la conferma della notizia, mi avviai sconsolato verso il bar e presi posto a un tavolo senza sapere che pesci pigliare.

Quasi non mi accorsi del Sappe che, sedendosi di fronte a me e chinandosi in avanti con aria sorniona, esclamò: «Eccolo qua il ladro di ragazze! Spero tu ti sia divertito con Doris, anche se non sembra molto, con quell'aria da funerale che hai».

«Taci che con quello che mi è successo d'ora in poi le 'ragazze facili’ me le posso scordare per un bel po'!».

«Nooo! - mi rispose con la stessa espressione di uno che fa le condoglianze - vuoi dire che anche tu avevi messo i soldi in quella banca?»

«Me lo avevano consigliato tutti: 'così non te li rubano' dicevano».

«Vedi un po', se avessi chiesto consiglio al Sappe, avresti differenziato, è la prima regola della finanza!»

Ero così affranto che non trovai neanche la forza di ribattere.

«Qui scatta il piano di Austerity, caro mio - continuò - quanti soldi ci sono rimasti?»

«Ci sono rimasti? In che senso ci?» domandai preoccupato.

«Perché adesso sei nella merda, amico mio e hai bisogno di prendere lezioni di "Austerity" da me, altrimenti... vedo e prevedo, i quattro soldi che hai ti dureranno al massimo una settimana e poi che farai?»

Ormai arreso di fronte a tanta determinazione e, perso l'ultimo briciolo di malizia, gli rivelai il mio segreto: «A casa ho una cintura che ha uno scomparto nascosto con dentro cento euro». «Perfetto, allora affare fatto, con quei cento euro tiriamo avanti un mese e vedrai che alla fine la banca si sblocca e avrai accesso al tuo conto». Non so il perché o il percome, ma in quel momento di totale scoraggiamento, mi lasciai convincere dall'indomabile insistenza del Sappe. In fondo io non ero abituato ad avere il portafoglio vuoto, cosa invece normale per lui, che sapeva nuotare agilmente nel mare della sua permanente ma dignitosa povertà.

«Apri bene le orecchie e ascolta attentamente, amico mio: la prima cosa che dovrai fare oggi sarà andare a riconsegnare l'auto che hai preso a noleggio, non te la puoi più permettere. Ti muoverai con i bajaj (moto taxi) o con i tuctuc, ma attento: non spendere mai più di cinquanta scellini per viaggio. Ovviamente, non appena possibile, scroccherai qualche passaggio come ho fatto io con te da Mombasa. Ma tutto sommato, per le strade Malindi, è meglio andare a piedi, è il sistema più economico e salutare. A proposito queste non si comprano più - disse mentre si accendeva una sigaretta presa dal mio pacchetto che finì nella sua tasca - d'ora in poi si va solo a scrocco, vedrai come starai meglio a fumar meno!»

Continuavo a restare senza parole ma una parte di me mi diceva che forse era meglio starlo a sentire, in fondo cosa avevo da perdere? Al massimo quegli ultimi cento euro.

«Ti va un caffè?» mi chiese. Sì certo ne avevo una gran voglia ma col portafoglio vuoto non mi era venuto neanche in mente di ordinarlo.

«Stai attento e guarda come si fa, questa è la prima lezione omaggio». Si guarda intorno e fissa lo sguardo su un ragazzone cicciottello e impacciato, con gli occhiali spessi, una maglietta con su scritto "Hakuna matata” e l'aria di quelli che passano la maggior parte del loro tempo davanti allo schermo di un computer.

«Mauro! - gli fa - da quant'è che non ci vediamo, quando sei arrivato?»

Il ragazzo farfuglia qualcosa e il Sappe continua «Accomodati con noi, ti presento Ric un mio vecchio amico!» e mentre stringo la sua mano molliccia e sudaticcia il Sappe ha già ordinato tre caffè. Dopo cinque minuti di chiacchiere il Sappe si alza e dice a Mauro: «Ora dobbiamo andare», fa il gesto di cercare qualcosa in tasca e poi esclama «Cavolo, ho dimenticato il portafoglio a casa!»

Come sperato, Mauro dice che non c'è problema, i caffè li offre lui.

«Grazie, sarà per la prossima volta» e mi fa un gesto con la testa come per dire "Filiamocela prima che cambi idea".

Mi diede un appuntamento la mattina dopo alle otto alla cosiddetta "Piazzetta del cambio", il luogo dove si possono trovare dei simpatici furbacchioni che cambiano euro in scellini ai turisti a un tasso per nulla conveniente.

«E non dimenticare di portare con te i cento euro!»

Quel pomeriggio andai a riconsegnare la macchina al noleggiatore e la mattina dopo mi presentai puntuale all'appuntamento. Il Sappe mi salutò, mi disse «Andiamo!» e mi trascinò tra i labirintici vicoli del quartiere arabo denominato Shella, finché trovammo un certo Abdul, un trafficante arabo dall'aria ambigua che, dopo una lunga trattativa in lingua swahili con il Sappe, alla fine prese i cento euro e si mise a contare ben tredici banconote da mille scellini (in banca ne avremmo spuntate a malapena dodici e alla piazzetta del cambio undici, tanto per spiegare le fluttuazioni malindine).

«Scommetto che, spendaccione come sei, fino a ieri sprecavi trenta o quaranta euro al giorno, ma da adesso parte la "manovra" per contenere le spese» disse il Sappe mentre si addentrava nei vicoli di Shella.

«Per cominciare bene la giornata bisogna rimediare una sostanziosa colazione ma scordati il bar dove sei abituato a consumare tutti i giorni. Con quei prezzi va bene andarci al massimo per scroccare un caffè o una birra».

«Già, come hai sempre fatto con me» gli faccio notare, provocandogli una grassa risata.

Che strane sensazioni che stavo provando: in primo luogo ero onorato dal fatto di non essere più considerato dal Sappe come un pollo da spennare, ma come un allievo. Poi stavo scoprendo una Malindi che non avevo mai visto prima, fatta di un'umanità che tirava a campare facendo mille mestieri, dall'arrotino al venditore di spiedini. Via via che ci addentravamo nei vicoli scoprivo bambini che ci additavano gridando «Muzungu!» e poi scappavano via ridendo, donne col capo coperto ma dagli sguardi indagatori e penetranti, carretti spinti da muscolosi ragazzotti, vecchi dall'aria saggia che gurdavano i passanti, capre e mucche che pascolavano in qualche fazzoletto di prato mentre dalle moschee vari muezzin mettevano a dura prova la resistenza di altoparlanti. Il Sappe si muoveva agilmente in questo mondo per me nuovo incuneandosi tra i vicoli e sembrava che tutti lo conoscessero da come lo salutavano con riverenza. Ma anche i sorrisi rivolti a me - rigorosamente dopo aver rispettato la sequenza dei saluti col Sappe - mi facevano capire che bastava essere suo amicco per avere un lasciapassare.

Arrivammo di fronte a un negozio a due luci ed entrammo trovando un enorme frigorifero pieno di bibite e un banco a vetrina che esponeva cibo di ogni genere, dalle samosa ai bajia, dai fagioli a piccoli pesci di barriera fritti. Il gestore del locale, un arabo con una folta barba, ci invitò ad accomodarci nella sala adiacente, dove c'erano dei tavolini di formica bianca e delle sedie di plastica. Le ventole giravano tenendo lontane le neanche troppe mosche e il Sappe mi disse «Scordati cappuccini e brioche. Quello che ti serve è una colazione sostanziosa» e ordinò Maragwe, Mchicha e Sima che, nell'ordine, sono fagioli, una specie di spinaci e polenta bianca. «Ecco qua! Come vedi abbiamo proteine di quelle buone, vitamine con fibre e carboidrati».

Dissi che non ero abituato a mangiare quella roba di primo mattino.

«Questo non ha la minima importanza - mi rispose gravemente il Sappe come se avessi appena bestemmiato - tu mangerai tutto e stai bene attento perché, da queste parti, è un grave insulto lasciare avanzi nel piatto».

Alla fine la fame vinse, anche perché la sera prima avevo saltato la cena, mangiai con appetito e bevvi l'acqua che era distribuita in caraffe a ogni tavolo senza chiedermi da dove provenisse. Quando arrivò il conto, scritto su un pezzetto di carta, non credevo ai miei occhi. In due avevamo speso 120 scellini, lo stesso costo di un caffè al bar.

«Adesso sì che ci vogliono due passi per digerire e un bell'espresso» disse il Sappe e, usciti dal ristorantino, ci incamminammo verso l'ennesimo bar italiano che, questa volta, si trovava sul lungomare alle spalle del quartiere di Shella.  Come da copione si ripeté la scena del giorno prima: «Giovanni! Ma quanto tempo! Cosa ci fai qui seduto al tavolo da solo, ti posso presentare il mio amico Ric?»

Fu così che bevemmo il nostro caffè offerto da Giovanni e per l'occasione, il Sappe offrì da fumare a tutti dal pacchetto che mi aveva sottratto il giorno precedente.

Mentre il Sappe raccontava aneddoti e svelava frammenti di verità, ci trattenemmo al bar fino all'ora di pranzo, riuscendo anche a scroccare, da un altro avventore, un calice di spumante - un aperitivino - come lo aveva definito il Sappe e poi ci dirigemmo, sempre a piedi, verso la Lamu Road mentre, tra me e me, iniziavo a chiedermi quale trucco avrebbe tirato fuori dal cappello per rimediare il pranzo.

La risposta non tardò ad arrivare. Superata la sfilza dei bar italiani di Malindi arrivammo di fronte al Casinò e il Sappe mi spiegò: «Qui vige l'usanza di offrire il pranzo ai giocatori. L'importante è convincerli che siamo qui per giocare e non per scroccare. Sarà sufficiente comprare qualche gettone e passare un po' di tempo davanti alle slot machine, diciamo una ventina di minuti a spippolare coi tasti delle macchinette ma... mi raccomando - scandì con severità - senza giocare davvero. Quelle dannate macchine sono programmate per farti perdere, io ci ho lasciato una fortuna quando ero un pivellino come te. Vedrai che nessuno farà caso a noi, c'è sempre una sfilza di vecchietti assatanati che attireranno l'attenione molto più di noi. Comunque tu guarda me e fai quello che faccio io.

E osì dopo pranzo ci separammo per un riposino e ci demmo appuntamento per una cena a base di pesce in un ristorantino sulla spiaggia, rigorosamente africano con tanto di birre e di ragazzi che ballavano.

Alla fine della giornata avevamo speso in due circa quattro euro e, tornato a casa, mi ritrovai nel mio letto a osservare la ventola che girava, frastornato dalle mille nuove esperienze.

Il segreto del Sappe consisteva nel cogliere l'occasione. "Capre diem!" "Una capra al giorno" era la sua personale interpretazione del motto latino. Nel senso che se in Africa riesci a mangiare un piatto di capretto o simili al giorno, hai svoltato. Si sentiva parlare di un aperitivo organizzato nella villa di Pinco Pallino, ed eccoci lì a dribblare gente in piedi col piatto in mano e a passare più volte dai generosi camerieri che versavano vino nei nostri calici.

Eventi, inaugurazioni, matrimoni, vernissage, ma non solo.

Una volta mi trascinò all'affollata festa di matrimonio tra due giovani kenioti, che si svolgeva in mezzo a una piantagione di manghi. Eravamo gli unici due bianchi e gli invitati, all'inizio della festa,  ci guardavano in modo un po' strano, ma quando birra e mnazi (un imbevibile liquore artigianale a base di cocco) cominciarono a scorrere a fiumi, mentre una scassata ma coinvolgente orchestrina faceva ballare tutti, nessuno si accorse più di noi. Non ricordo come andò a finire perché eravamo talmente ubriachi che il ragazzo del tuctuc ci trasportò addormentati a casa.

 

Il giorno dopo al bar ci si avvicina un tipico turista con una Nikon al collo «Ciao Sappe, come va? Mi sai consigliare dove andare a cambiare cinquecento euro?»

«Ciao Sandro, da Abdul ovviamente. Hai la macchina? Ric, aspettami qui, torno subito»

E dopo una ventina di minuti, Sandro e il Sappe tornavano e, dopo aver bevuto il caffè, ovviamente offerto, Sandro se ne va e il Sappe mi sussurra nell'orecchio: «Vedi un po' cosa vuol dir avere Abdul come amico, a Sandro ha fatto il cambio a 110 ed io ci ho guadagnato un millino. Ora stai cominciando a imparare quale sia il valore dei soldi in Kenya... »

Dal canto mio rimanevo a bocca aperta a ogni nuova scoperta, però anche quella mattina si avvicinavano le dieci e qualche creditore si faceva avanti, infatti il Sappe si alzò e scappò via dicendomi «Ci vediamo da Mansur all'una, ti ricordi dove abbiamo fatto colazione ieri?»

«Sì, non ti preoccupare».

«Stavolta ti farò assaggiare una specialità: le lenticchie che qui si chiamano pojo.»

 

E così i giorni passavano ed io imparavo sempre nuovi trucchi, ero diventato astrologo, lettore di tarocchi, profeta indiano, consulente immobiliare e tante altre cose. Le risate che ci facevamo il Sappe ed io furono indimenticabili. Alla fine del mese, una domenica, arrivò la notizia che il direttore della banca era stato trovato e arrestato e che dal giorno successivo i conti correnti sarebbero ritornati  operativi.

Accolsi la notizia con sollievo e il Sappe mi disse.

«Ora sai molte più cose di un mese fa, sei un buon allievo. Fai tesoro dei miei insegnamenti e non sprecare il tuo denaro. Ora fammi fare due conti». Tirò fuori il taccuino, scrisse in colonna delle cifre e poi mi disse:

«La tua parte avanzata è giusto di mille scellini, così potrai finalmente andare da George a comprare l'imperdibile e rarissimo coltellino/statuetta Maasai»

«Ma... come fai a sapere che volevo comprarlo?»

«Quei coltellini... li costruisco io».

(I personaggi di questa storiella sono tutti immaginari, compreso il narratore. In quanto ai fatti narrati... beh, quelli, a Malindi, accadono quasi tutti i giorni.)

 

TAGS: racconti kenyasbringostorie malindi

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