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Kenya e alcool, motivi e rischi del divieto

Una "passione" da migliaia di morti all'anno

29-07-2020 di Freddie del Curatolo

La decisione del Presidente Kenyatta di vietare la vendita e il consumo di alcolici nei locali pubblici del Paese ha destato pareri contrastanti e sollevato polemiche, specialmente tra gestori delle attività di ristorazione e fruitori.
Al di là delle dichiarazioni del Ministro della Salute e delle strumentalizzazioni, chi conosce il Kenya può intuire cosa si celi dietro a tale scelta, in un periodo come questo.
La "passione" dei keniani per le bevande alcoliche non è un mistero.
L’origine della produzione di vino di palma (“mnazi”) e della distillazione di grappe ricavate da erbe e radici di campo (“chang’a”, “muratina”, “kumikumi”) si perde in tempi pre-coloniali.
I primi padri italiani delle Missioni della Consolata, in terre Kikuyu, erano costretti a bruciarsi gola e fegato prima di iniziare a discutere con i capovillaggio (in che lingua non si sa, ma di certo i liquori fatti in casa aiutavano a scioglierla).
L’Impero Britannico portò la birra, che per gli africani divenne prima un desiderio, poi uno status symbol. Potersi permettere una bottiglia di Tusker era un sogno realizzato.
Ma per chi era abituato a una tazza di acqua di canna da zucchero fermentata a 50 gradi, una birra non bastava. Ce ne volevano tre, quattro, cinque.
Così con l’Indipendenza, nacquero le prime fabbriche di brandy e whisky locale a basso costo e l’orgoglio nazionale: Kenya Cane, una sorta di cachaça originale fin dall’etichetta, che ritrae due leoni a sorreggere lo scudo maasai.
Ma il Kenya Cane diventa ben presto un’attrazione per turisti o semplicemente il rum bianco per il cocktail nazionale, la “dawa” (medicina, in kiswahili), in pratica una caipirinha con il miele al posto dello zucchero, o per il mojito importato anni prima da Ernest Hemingway negli hotel di lusso sulle verdi colline d’Africa.
Alla classe emergente keniana garbano maggiormente i liquori dolci: il brandy “Furaha” (Felicità),  la vodka “Kibao”, il cognac tanzaniano “Konyagi” o il gin ugandese “Waragi”. Tutti discreti veleni.
Non a caso in breve tempo la malattia numero uno del benessere keniota è diventata il diabete.
La passione per le bevande spiritose dagli anni Ottanta fino ad oggi ha visto sorgere locali su locali.
Ci sono accoglienti pub quasi sempre all’aperto con il solo bancone (a ferro di cavallo con molti sgabelli tutti intorno) coperto da un tetto di makuti e frigoriferi orizzontali stracolmi di birre e soda da mescolare con i superalcolici. Aperti fin dal mattino (in pratica un orario continuato, dato che specie nei fine settimana chiudono all’alba), non c’è legge che vieti loro di servire alcolici a qualsiasi ora. L’unica restrizione da applicare, secondo l’Alcoholic Drinks Control Act, riguarda la somministrazione ai minori di 18 anni. Questo genere di locale, nella sua accezione migliore, è provvisto anche di biliardo e di un palco per la musica dal vivo (oggi anche in Kenya come nel resto del mondo, sostituiti spesso tristemente da semplici disco-hall).
Difficile incontrare un paese, inteso come villaggione o agglomerato di case ai bordi di una strada asfaltata e a volte anche sterrata, in cui non sorga almeno uno di questi luoghi di ritrovo.
Oltre ai pub di prima categoria, meno visibili e spesso simili a baracche, seminascoste da muri di lamiera o rabbuiate da tetti bassi e spioventi di makuti, vi sono miriadi di taverne locali, quasi sempre dedite unicamente allo spaccio di distillati autoprodotti. La legge sugli alcolici, implementata nel 2010, peraltro permette la produzione della Chang’a, previo licenze e presunti controlli, e solo ultimamente alcune Contee hanno vietato il commercio di vino di palma ed altri liquori fatti in casa, se non consumati freschi nel luogo di produzione. Penetrare in chioschi del genere per un “mzungu” senza invito e senza conoscere la lingua e il dialetto locale è quasi impossibile e anche abbastanza pericoloso. Al suo interno lo stato di ubriachezza degli avventori è evidente, così come l’odore intenso di marijuana, che è la droga meno cara ma non è l’unica a circolare. Fino ad alcuni anni fa, nei paraggi di molte baracche del genere si notavano anche tuguri con prostitute pronte all’uso per una manciata di scellini e veicolo prediletto per la diffusione del HIV nel Paese, che non a caso oggi conta più di un milione di sieropositivi.
Negli anni passati, anche recentemente, le pagine di cronaca nera dei quotidiani nazionali si riempivano periodicamente di notizie di avvelenamenti di massa a matrimoni e funerali a causa di liquori fabbricati con metanolo o infusi di erbe nocive. Nel 2005 in una sola festa ne morirono 45, nel 2014, anno in cui la chang’a ne fece fuori 80 in un colpo, i morti ufficiali per bevande alcoliche alterate furono 2000.
Da un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del 2016 si evince che in Kenya 4 persone su 100 ogni giorno muoiono per problemi legati all’abuso di alcool e che il consumo dei distillati artigianali illeciti rappresenti il 37 per cento del mercato locale.
Senza contare l’indotto: buona parte degli incidenti stradali che causano centinaia di morti ogni anno vedono coinvolti guidatori con tasso alcolemico decisamente superiore al consentito (che in Kenya a regola sarebbe più basso di quello italianio: 0,8 grammi per litro nel sangue e 0,35 nel fiato), così dietro le violenze sessuali ed in famiglia si nasconde spesso l’abuso di alcool.
Ecco spiegato in parte il perché dei divieti di consumare alcolici nei locali pubblici del Paese ed il prolungamento della chiusura dei cosiddetti pub, che sono quasi sempre le degradate e degradanti baracche di cui sopra.
L’emergenza pandemia nasconde in parte le magagne di una Nazione la cui crescita è stata più volte lodata dalle grandi potenze mondiali ma che è anche palesemente insostenibile. Così si cerca di rimediare alla poca attenzione al sociale, ai giovani e alle categorie vulnerabili con misure estreme che rischiano di fare danni peggiori.
In questo caso il rischio, come per ogni proibizionismo, e non solo in Africa, è quello di veder proliferare contrabbando, corruzione ed ogni tipo di sotterfugio, specie con la crescente frustrazione di chi sta andando economicamente a fondo.
   
 

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