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Tre piccoli nababbi a Nairobi (Prima puntata)

Racconto da un fatto vero di cronaca in Kenya

21-05-2019 di Freddie del Curatolo

Non è facile crescere a Wajir.
Forse per questo ci si toglie da subito la fatica e si diventa adulti senza passare dall’età della spensieratezza, della libertà e del sogno.
C’è poco da sognare quando tuo padre a cinque anni ti mette in mano un nerbo di bue per condurre le scheletriche vacche all’abbeveratoio, l’unica pozza a sei chilometri da casa.
La spensieratezza è tutta nel non avere tempo per giocare a pallone con i coetanei, non essere accettati a scuola non per assenza di volontà o di talento, ma per mancanza di scarpe.
E’ vedere il fratello maggiore lasciare casa per arruolarsi oltre confine con la gioventù somala, Al Shabaab.
E i sogni?
Non c’è spazio per la fantasia ai margini di un nulla chiamato deserto. Sono tutti desideri fin troppo reali, anche a soli dieci anni: pollo e patatine fritte, un pacchetto di sigarette, un telefonino. C’è chi si accontenta di un piatto di fagioli alla settimana, un tiro di sigaretta, sbirciare una partita dall’uscio del pub dove i ragazzini non possono entrare.
Moko e Kali sono sempre lì, fuori dallo Ngamia Club.
Ridono, scherzano e si fanno i dispetti, per poi farsi seri e tristi quando passa un signore panciuto in giacca e cravatta e chiedergli venti scellini per un piatto di fagioli, una Rooster senza filtro “per mio papà che fa il pastore” o una coca cola.
L’occhio è sempre vigile agli ufficiali di polizia, specie quando inizia a far buio.
Certe partite finiscono troppo tardi.
“A Nairobi non è così, ci sono dei posti dove ti fanno entrare anche se sei piccolo. Basta chiedere a un signore di portarti con lui”
“E’ arrivato il sapientone!” salta su Moko, girandosi di scatto e riconoscendo l’amichetto Hussein.
“E come lo convinci, il signore, mister Sotuttoio?”
“Ci sono adulti messi molto peggio di noi, pivello...basta dargli cento scellini e dice a tutti che sei suo figlio. Io l’ho fatto!”
Hussein si fa forte dei suoi undici anni, uno in più dei due compagni di sventura, ma anche di aver vissuto per tre mesi con la madre a Eastleigh, il quartiere somalo di Nairobi.
Lei si portava a casa ogni sera un uomo diverso. Nessuno di loro era suo padre, ma ognuno avrebbe potuto esserlo.
Un giorno lo ha rispedito a Wajir, dai nonni.
“A Nairobi c’è tutto quello di cui un ragazzo ha bisogno, ogni cosa è lì che ti aspetta. C’è solo da avere i soldi”.
Il nonno di Hussein una sera, gonfio di chang’aa, si è infilato nella sua branda e ha cercato di violentarlo. Per fortuna la nonna se n’è accorta e lo ha tramortito con una pentola.
Da allora lui resta in giro fino almeno a mezzanotte, quando sa che il vecchio non riuscirà più a svegliarsi fino al canto del gallo.
E il gallo dorme con Hussein.
Un diciottenne con la moto gli ha dato una bottiglietta con una roba marroncina e appiccicosa sul fondo.
“Respira con il naso e con la bocca”.
Stordimento, vertigine, senso di nausea, elettricità nel corpo.
Ma anche un po’ di spensieratezza, di libertà, di sogno.
Ora per avere quella bottiglietta deve scucire cinquanta scellini.
Ogni tanto pensa che fa schifo, ogni tanto ucciderebbe il nonno per averne una.
Ma forse il nonno lo ucciderebbe lo stesso.
Quella sera Hussein, Moko e Alì aspettavano la semifinale di Champions League: Liverpool-Barcellona.
Allo Ngamia Club fioccavano birre e scommesse.
Tutti tifosi del Liverpool, ma nessuno che credesse nel miracolo.
Tutti, tranne Big Tumbo, che accettava le scommesse sul Barcellona.
“Vincete facile, Barcellona qualificato, prendete metà di quel che giocate!”
Big Tumbo i soldi ce li ha, con tutte le vacche e le baracche che possiede. E non è uno che scherza, specialmente prima di essere ubriaco.
Quando il Liverpool segnò il quarto gol, il pub era pieno di tifosi increduli, entusiasti ma disperati.
C’era chi aveva perso l’intero stipendio e chi si era giocato due o tre capre.
Big Tumbo s’infilò nella latrina, prese a contare i soldi e capì che erano più di duecentomila.
Uscì e stemperò la delusione, mentre dal video risuonava il canto “You never walk alone”.
Anche Moko, Kali e Hussein lo ascoltavano, tra tripudio e sbadigli, aggrappati alle grate di una finestra.
“Offro un giro di guinness a tutti gli scommettitori!”
Ne scolò avidamente una da mezzo litro ed approfittò della calca al bancone per darsela a gambe con il prezioso malloppo.
Uscì dal pub con in mano la mazzetta tenuta insieme da un elastico e nell’altra le chiavi dell’automobile. Preso dalla foga, non vide nel buio la radice dell’unica pianta del parcheggio e ci inciampò. Sfortuna volle che lo spigolo del parafanghi posteriore del suo Toyota Hi-Lux fosse proprio nella direzione della sua enorme capoccia pelata.
Un colpo secco nella regione occipitale, proprio nel solco dell’arteria temporale media.
Tutto ancora più buio, silenzioso, terminale.
La mazzetta che vola dietro una ruota dell’Hi-Lux.
Moko che vede tutta la scena e strappa Kali dalla grata, mentre Hussein che è più alto continua a cantare “iugnevauaccalon... iugnevauaccalon”.
“Ehi, dove state and...”
Istintivamente il capo della banda segue i due che trafelati corrono fuori dal parcheggio, inforcano la strada del ferramenta, svoltano nel vicolo degli stracci e si riparano nell’antro formato da due fogli di lamiera incastrati nelle colonne di una palazzina in eterna costruzione.
“A...adesso ci porti a Nairobi e compriamo tutto quello di cui un ragazzo ha bisogno e che è lì che ci a...aspetta” disse Moko col fiatone.
Prima che Hussein potesse domandare quale genere di scorpione allucinogeno lo avesse punto, Moko estrasse la mazzetta dalla tasca dei bermuda sdruciti.
La divise più o meno in tre parti.
“Contate!”
“Io so contare solo fino a venti” disse Kali.
“Dopo venti tieni a memoria uno e ricomincia da capo”.
Mentre i tre contavano in pagano silenzio, osservati solo da un gatto vivo ma in avanzato stato di decomposizione, fuori dal parcheggio era un finimondo ben diverso da quello scattato al fischio finale dell’arbitro di Liverpool-Barcellona.
Erano almeno in una dozzina, attorno al corpo inanimato di Big Tumbo.
Sembrava un’ammucchiata da rugby.
“Cazzo, non respira!”
“E chi se ne frega, dove sono i soldi?”
“In tasca non ce li ha”
“Potrebbe averli messi in macchina”
“E le chiavi?”
“Guardate in giro...cazzo...erano tanti”
Una voce tonante sferzò l’aria umida dell’ennesima notte afosa senza pioggia.
“Chi trova le chiavi me le consegni immediatamente, il mezzo è sotto sequestro”
Il vicecapo della polizia non era in servizio, ma ne era rientrato all’istante.
La folla si diradò.
Per qualche minuti ognuno deambulò per il parcheggio con gli occhi a terra e la luce del telefonino che li seguiva.
Poi alcuni presero la via di casa, altri la propria vettura ed altri ancora rientrarono nel pub.
Un’ora e mezza dopo arrivò un’ambulanza a prendersi il corpo di Big Tumbo e il vicecapo della polizia portò la macchina alla stazione.
Moko: 88.000
Hussein: 67.000
Kali: 2 volte 20.000 + 9.000
Totale, 204 mila scellini, in qualsiasi taglio di banconote esistenti in Kenya.
“Quando parte il primo matatu per Nairobi?”
“Alle 5.30, ma la biglietteria apre alle 4”
“Che ore sono adesso?”
“E chi lo sa...era quasi l’una quando tutti cantavano”
Passarono da casa di Hussein, che prese uno zaino, un paio di occhiali da sole e un maglione infeltrito. Poi nella stalla del padre di Moko dove bevvero dell’acqua senza mosche morte dentro, e presero un cappello e un piccolo coltello horoma. Infine passarono dove viveva Kali, ma restarono fuori perché c’era la luce accesa di una candela.
Alle 4.30 acquistarono tre biglietti per Nairobi, 5400 scellini.
Il bigliettaio non fece una piega, così come il controllore del Madogashi Sacco.
“A Garissa dovete cambiare e prendere l’express per Nairobi. Arriverete da Sonko prima di mezzanotte, se va tutto bene”.
Già, se va tutto bene. Due giorni prima, più o meno alla stessa ora, un matatu con 22 persone a bordo che da Garissa stava arrivando a Wajir, aveva preso in pieno il rimorchio di un camion fermo a bordo strada. In 14 ci avevano rimesso la vita. Tra loro, anche una zia di Kali.
 

(fine prima puntata – segue domani)

Foto: Leni Frau

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