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Tre piccoli nababbi a Nairobi (Quarta Puntata)

Racconto da un fatto vero di cronaca in Kenya

24-05-2019 di Freddie del Curatolo

“Cosa bisogna fare per avere sempre una vita come oggi?” chiese Kali nel buio.
“Non è possibile, anche chi ogni tanto la fa è perché gli altri giorni lavora oppure ruba”
“E noi domani possiamo ancora farla?”
“Forse anche dopodomani” rassicurò Hussein
“E poi, che accadrà?”
“Torneremo a Wajir e diremo ai nostri che ci eravamo persi nel deserto”
“Io non voglio tornare a Wajir!” disse con fermezza Moko
“E dove vuoi andare?”
“Voglio restare qui e trovarmi un lavoro. Qualsiasi lavoro è meglio che portare in giro le vacche per un piatto di riso e fagioli”
“Io vorrei fare l’autista come Nyongo!” disse Kali
“Io il capo, come con voi due, testoni...e domani ci divertiremo ancora!” chiosò Hussein.
I tre si addormentarono nella loro reggia al terzo piano del Riverside, fantasticando sulla vita futura e rivisitando come un videoclip quella giornata campale.
L’ingresso al Beef & Bitings vestiti da veri nipoti di Nyongo, la carne alla brace più buona del mondo con una montagna di chips da stare male, milkshake e sprite.
Poi in giro per Uhuru Park, tante foto e tanti selfie, uno con mzee Kenyatta dietro e uno con mzee Nyongo insieme a loro. Infine un giro fantastico al Junction Mall, sulla Ngong Road, tra videogames e razzie di dolciumi, cioccolato e noccioline al supermercato. E le armi dei guerrieri: Moko aveva scelto una spada spaziale che si illuminava, Kali una mitragliatrice che s’inceppava, Hussein un coltello a serramanico, nonostante il tentativo di opposizione di Nyongo.
Avevano congedato il vecchio poco prima del tramonto a Pangani, fingendo di essere sotto casa della mamma. Da lì avevano camminato fino a Eastleigh con il motore della loro adrenalina.
Hussein si svegliò ancora una volta prima dei suoi compari e si arrampicò al tubo del bagno.
Avevano speso solo 50 mila scellini, ne avanzavano più di 80. Ma era certo che non potevano permettersi un’altra giornata come quella precedente.
“Dove andiamo oggi, capo?” furono le prime parole di Kali.
“Per prima cosa, ci compriamo due biciclette”
“Solo due?”
“Tu vieni dietro a me, Kali”
“Ma...”
“Poi quando Moko è stanco vi date il cambio. Dobbiamo risparmiare!”
“E cosa si mangia?”
“C’è un posto somalo dove fanno i chapati con dentro pollo e altre cose buonissime. Mi ci portò una volta la mamma”.
Per le biciclette non ci fu bisogno di noleggiare un adulto.
Le trovarono da un bravani con la barba rossa sull’ottava strada. Due piccole e aggressive pantere nere da bikers, facili da impennare.
“Con queste non vanno bene le nostre camicie da fighetti” disse il capo.
“Dobbiamo comprarci una T-shirt e un cappellino a testa!” confermò Moko
Moko e Kali non ebbero dubbi, davanti alla bancarella: casacca del Liverpool. Per Moko, il numero 11 di Salah (“si chiama Mohamed come me”), per Kali la 27 del keniano Origi.
Hussein preferì una fiammeggiante maglia della nazionale tedesca: vi era impresso un enorme uccello rapace nero con la lingua da serpente e le zampe da leone. Con una brandiva una spada, con l’altra delle frecce.
Scorazzarono in lungo e in largo per Eastleigh e Kariobangi, driblando macchine, moto e baracchine ai lati delle vie trafficate, infilandosi nei vicoli spesso senza uscita, arrampicandosi su colline create dalla spazzatura e saltando rigagnoli verdastri dagli effluvi tremendi.
“Godi Kali, godi!”
Davanti agli occhi stupiti del più piccolo dei tre apparve l’imponente costruzione dello stadio di Kasarani.
“Fan-ta-sti-co!”
“Proviamo ad entrare?”
Non fu difficile corrompere uno degli askari. Furono sufficienti mille scellini.
Lasciarono le biciclette nella guardiola e a piedi fecero il loro ingresso sul manto erboso dove giocava la loro nazionale.
“Wanyama, Johanna, Olunga!”
Improvvisarono una partita senza pallone, con triangolazioni, colpi di testa, accelerazioni dal centrocampo fino all’immensa porta. Qui un invisibile cross di Hussein fu deviato con il tacco da Moko per il tuffo decisivo di testa di Kali. I tre corsero in tondo fino alla bandierina del corner urlando come matti e poi andarono sotto la curva a rendere omaggio ai tifosi.
A Kali parve distintamente di sentire “Iugnevauoccalon iugnevauoccalon...”
L’askari li riportò alla realtà.
“Tra poco arrivano i dirigenti della federazione, ve ne dovete andare di qui”
“Ok...aspetta solo un attimo! Con mille scellini avremo diritto almeno a qualche foto?”
Salah e Origi in posa sulla lunetta dell’area di rigore, la più bella.
Hussein non riuscì a trovare il ristorante dei chapati somali, ma forse la sua era una scusa per capitare nella via dove abitava la madre. Restarono qualche minuto all’angolo, poi da lontano il capo vide uscire Kyra e fece segno a Moko di pedalare.
Trovarono dei chapati ancora più buoni del suo ricordo a New Mathare e tornarono in hotel.
Il proprietario iniziava a domandarsi chi fossero quei tre figli di papà, e per giunta di un padre così dimesso benché acculturato e dai modi eleganti. Entrando nella loro camera, aveva notato pacchetti di biscotti, carte di caramelle, bustine di arachidi e confezioni di succhi di frutta, oltre a un vestiario da studenti dello Strathmore College.
“Quindi vostro padre passa domattina a riprendervi?” chiese a Hussein.
“Eh...sì dovrebbe...ma se non succede, mi ha mandato i soldi in mpesa e posso pagare un altro giorno”
“Noi non accettiamo ragazzini non accompagnati”
“Nemmeno con mille scellini in più”
“A testa, però”
“Affare fatto, compreso il parcheggio delle biciclette!”
“Sono vostre?”
“Certo, non le abbiamo mica rubate...comprate dallo Sceicco Barbarossa sull’ottava...vuoi vedere la ricevuta?”
Lola si era fermata a mezza scala per ascoltare la conversazione.
La minigonna in finta pelle era talmente corta che se le cosce gonfie non si fossero congiunte, stando nella posizione di Moko, in procinto di salire il primo gradino, si sarebbe spalancata su di lui l’origine africana del mondo. La ragazza fece segno alla sua socia Debbie di affrettarsi.
“Ehilà ragazzi! Ma come siete fichi con queste magliette...chissà quanto costano”
“Almeno mille scellini l’una” disse Debbie, poco più snella di Lola e inguainata in un tubino color oro che sembrava una maionese da schiacciare.
“Papà ci tratta bene, lui è un uomo d’affari” replicò Hussein, senza degnarle di uno sguardo.
“Mi piacerebbe conoscere tuo padre” ammiccò Lola.
L’intuito e il mestiere la indirizzarono sul titubante Moko, che come un adolescente Mosè dell’era di internet, aspettava forse la separazione delle cosce.
“Intanto possiamo fare amicizia noi cinque, che ne dite? Abbiamo anche un’altra amica...ho visto che avete un Samsung...ci facciamo un po’ di selfie nella nostra stanza? Voglio mettermi la tua maglietta!”
“Io voglio Origi, che gran gnocco!” disse Debbie, voltandosi e shakerando il fondo del tubetto di maionese a destra e sinistra.
I due pulcini del Liverpool sorrisero e fecero per seguirle, ma Hussein sbarrò loro la strada con il corpo attaccato al muro e il braccio sul poggiuolo come un passaggio a livello.
“Scusateci, signorine, ma papà ci ha proibito di entrare in altre stanze o di far entrare altre persone nella nostra”
“Ehi, ma noi non siamo delle sconosciute...siamo di casa qui, ci conoscono tutti...”
Alla vista di una donna agghindata come mamma, Hussein diventava più freddo e maturo di qualsiasi diciottenne di Wajir.
“Il giorno che mi presenti tuo marito, magari andiamo a bere un té insieme”.
“Ma vaffanculo, ragnetto...ma chi ti credi di essere...non sai ancora niente della vita, dell’amore...noi volevamo farvi solo divertire...noi sappiamo come si fa con quelli della vostra età”
“Anche io so come si fa con quelle della MIA età” chiuse il discorso Hussein, mentre Moko e Kali erano appoggiati al suo braccio come cocorite su un trespolo, con uno sguardo a metà tra rassegnazione ed ammirazione per il loro capo.
La sera era in programma la finale della Coppa d’Inghilterra.
Per entrare al Da Place, sulla diciottesima, bastarono due giovanotti masai. I tre ordinarono altrettanti tangawizi e si godettero la prima partita della loro vita seduti al tavolino di un Pub.
“Ma qui fanno anche da mangiare!” appuntò Kali, indicando le griglie posizionate in un giardinetto interno contornato da palme nane.
Ordinarono tre mezzi polli, cavolo stufato e le solite, immancabili patatine fritte.
“Ci proviamo?” fece ad un tratto Moko, guardando i compari con occhi di sfida ed indicando lo stemma della Tusker dipinto sul muro.
“Non ce la daranno mai...” disse Kali.
Ad Hussein non importava bere, sapeva che poi gli sarebbe tornata voglia della bottiglietta marrone.
Ma era il capo e non poteva non accettare la sfida.
“Pagando si può tutto”
Il barista esaminò la sala per essere certo che non ci fossero poliziotti in giro.
Una Pilsner per loro costò esattamente il doppio.
La seconda tre volte tanto.
Quando il Manchester City segnò il quarto gol, i tre uscirono barcollando dal locale e tornarono a casa.
Non era molto tardi e la fermentazione degli zuccheri aveva fatto il loro corso.
“Andiamo a fare un giro in bici, di notte...figata!”
“Siiii, andiamo nel CBD!” urlò Kali
“Shhh...ma che CBD, ci arrestano subito...stiamo qui a Eastleigh, a Mathare semmai”
Moko teneva dietro a fatica Hussein, nonostante trasportasse una tarantola che agitava mani e piedi come in preda ad un attacco epilettico e gli dava indicazioni stradali con i suoi ormai leggendari schiaffetti impalpabili.
Se riusciva ad imbroccare la traiettoria giusta, all’angolo delle strade si riavvicinava e pareva poterlo superare. Così fu per un attimo durante uno zigzag tra un vecchio comatoso, un carretto abbandonato e due cavi che sorreggevano un palo della luce pericolante. Poi nel rettilineo sulla First Avenue Hussein recuperò, ma quando svoltarono sull’ottava per tornare all’hotel c’era ancora margine. Da una porticina però sbucò fuori l’imprevisto: una donna grassa con un borsone quasi più grande di lei, che conteneva biancheria intima di seconda mano da vendere al mercato del Bus Stage di Kariobangi. Hussein viaggiava sul lato strada e riuscì ad evitarla, scodando su una Probox parcheggiata e sbalzando Kali dal sellino. Moko, impegnato nella rincorsa a testa bassa, impattò in pieno con il donnone, colpendole una spalla col manubrio, restandole per un attimo faccia contro faccia e facendo volare in aria gran parte dei perizoma e dei reggiseni.
“Disgraziaaaati!” urlò da terra la malcapitata.
Moko raddrizzò il manubrio e pensò che non era il caso di fermarsi ad aiutarla.
Hussein aveva recuperato Kali e stava già svoltando sull’undicesima.
Dall’angolo delle due strade, un individuo basso e tarchiato con l’aria da askari in libera uscita, vide la scena e si affrettò a soccorrere la donna.
“Piccoli teppisti, mi hanno quasi rotto un braccio...e guarda la mia merce. Per favore, Nasser, dammi una mano a raccoglierla...ma non finisce qui...conosci quella gang?”
“Da ieri ne parlano in giro...hanno sempre soldi in tasca e dormono al Riverside...sembra che il padre li abbia lasciati lì, pagando, e non sia ancora tornato a prenderli. Fino ad ora si sono comportati bene”.
“Sì, ma quello che mi è venuto addosso aveva l’alito da ubriaco e non avrà più di dodici anni!”
“Ah, questo è grave... -  disse il bassetto – in quanto ronda volontaria di Nyumba Kumi domani dovrò avvertire la Guardia di zona”.
“Bravo, Nasser, e mi dovranno risarcire il vestito strappato e le cure mediche per la spalla”.
Al Riverside era tutto tranquillo, Hussein notò che qualcuno era entrato nella 313 e aveva spostato la sua spada spaziale.
Ebbe un fremito e si catapultò verso il tubo del bagno.
C’erano ancora tutti i trentamila scellini.
Fece mentalmente i calcoli: 8000 per tornare a Wajir, compresi i matatu a Nairobi e un ultimo pranzo da re, 6000 per un altro giorno di albergo e il resto per gli ultimi acquisti.
Kali era già crollato ma si rigirava nel letto lamentandosi per i lividi della caduta, Moko era decisamente brillo e sgranocchiava rumorosamente biscotti al cocco.
No, non avrebbe mai potuto farcela, da solo, a Nairobbery.  

(fine quarta puntata - domani ultima puntata)

Foto di Leni Frau

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