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Tre piccoli nababbi a Nairobi (Seconda Puntata)

Racconto da un fatto vero di cronaca in Kenya

22-05-2019 di Freddie del Curatolo

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La stazione dei bus di Garissa è un’immensa spianata zeppa di quell’Africa che tutti pensano di conoscere ma in cui raramente sono stati catapultati, se non per pochi minuti.
Davanti agli occhi estasiati dei tre mocciosi sfilarono nell’ordine: bancarelle pericolanti con la base di cassette di frutta e verdura e il tettuccio di eternit, tenuto in piedi da pali di legno mangiato dalle termiti, mame abbondanti avvolte in khanga colorati che sminuzzavano cavoli bianchi e foglie di sukuma su uno dei parei raccolto in grembo, altre donne ancora più grasse che tuffavano samosa in una padella concava colma d’olio di palma, appoggiata in equilibrio instabile ad un fornetto a carbone, individui che commerciavano in capre, motociclette e ombrelli, giovani con radioline gracchianti, uomini ricurvi sotto sacchi di cemento o patate che trasportavano da un camion ad un negozietto, ragazze dal passo svelto intabarrate nei burka o svergognate nei loro sorrisi lanciati a pagamento, barboni sdraiati ai bordi di pozzanghere melmose, anziani immobili, sbalestrati dal traffico e dai rumori moderni, venditori d’ogni cosa indaffarati e attenti, giovani che saltavano al volo giù dai matatu urlando “Nairobi Nairobi” oppure “Malindi Malindi”.
“Nairobi, Nairobi” fece Kali a mo’ di pappagallo.
“Stai calmo, dobbiamo trovare il nostro...abbiamo già prenotato” lo zittì Hussein.
L’enorme pachiderma di metallo chiamato Garissa Express riposava davanti ad un distributore di simil-benzina. I portelloni laterali dei bagagliai sembravano le sue orecchie aperte come quando gli elefanti annusano il pericolo.
“Abbiamo i posti numerati - disse Moko – possiamo già salire, dentro c’è anche la televisione!”
“E non mangiamo niente?”
“Kali ha ragione, siamo ricchi...ma non diciamolo a nessuno”
Si liberarono di qualche pezzo da cinquanta scellini, comperando 3 chapati, 3 samosa, 3 sacchetti di semi di baobab zuccherati e 3 bottigliette di fanta.
“Wow, questa sì che è vita” commentò Moko.
Mostrarono il loro biglietto e si accomodarono.
Con la samosa in bocca, si beavano del mondo dalla visuale rialzata del Garissa Express.
Nessuno di loro aveva la minima nostalgia di Wajir, Kali non pensava all’immenso seno tiepido e protettivo della madre, Moko alla stalla e al frustino del padre, Houssein alla bottiglietta di colla.
Si addormentarono con il muso rosso di colorante e i granelli di zucchero sul collo e sulle magliette, dopo pochi minuti di morbida strada asfaltata. Come piccoli fantasmi risucchiati dalla varia umanità dei passeggeri, nessuno fece caso a loro.
Quando Moko si risvegliò il sole stava dipingendo di arancione il finestrino e giocava a scomparire dietro grandi alberi di una foresta non lontana.
“Sveglia Kali...guarda!”
All’orizzonte svettava come un gigante dal cappello bianco una montagna circondata da nuvole.
“Guarda, guarda...è il Monte Kenya, sveglioni – li canzonò Hussein – questo Paese si chiama così perchè quella era una montagna sacra”
“Cosa vuol dire sacro?” chiese l’analfabeta della banda
“Qualcosa come Dio” fece Moko
“Per i kikuyu Dio era la montagna” disse Houssein
“Se la possono tenere, Dio e Dio e i kikuyu non mi piacciono” chiuse il discorso Kali.
Un uomo magro e curvo seduto alle loro spalle, con un curioso berretto scozzese in testa e una giacca con il pelo al posto del colletto, sporgendosi dal sedile li apostrofò guardandoli con occhi da leopardo.
 “Cosa avete contro i kikuyu, ragazzini?”
“Ah...niente niente” si schermì istintivamente Moko
“Lei è kikuyu?” chiese Hussein
“Sì, certo...e come vedete non mangio bambini arroganti”
“Lei ha un bel cappello” disse Kali, con tono ossequioso.
“Viaggiate da soli? Dove andate di bello?”
“Da mia mamma a Nairobi” rispose il capobanda
L’elefante di metallo puntò le zampe nel centro di Mwingi.
L’uomo dal cappello scozzese si alzò e salutò i tre.
“State attenti a Nairobi, non parlate mai male di nessuno”
L’autobus ripartì, imbroccando la highway per Thika e prendendo velocità nel buio che si fece profondo, stemperato qua e là dalle luci dei negozi ancora aperti e delle case lungo la strada.
“Hai un piano, capo?”
“Sicuro! Appena arriviamo, prendiamo un taxi...”
“Un cosaaa?”
“Una macchina, Kali, una macchina con un guidatore che ci porta a Eastleigh. Poi troviamo un signore che vuole guadagnarsi una birra...”
“Cosa significa?”
“Lo vedrai”.
L’autostrada era ancora molto trafficata, le luci dei lampioni e dei fanali illuminavano a giorno.
Moko e Kali erano rapiti dalla quantità di mezzi, automobili camion, pick-up e matatu che sfrecciavano al loro fianco e nella corsia opposta.
Alla guida ogni genere di razza, familiare e sconosciuta.
C’era addirittura qualche femmina al volante.
Passarono la Kenyatta University, videro i tetti infiniti delle baracche di Kahawa e una serie di capannoni industriali, campi recintati con dentro veicoli bianchi e neri al posto delle vacche, poi alla loro sinistra, in chiaroscuro apparve qualcosa di magico.
“Lo stadio!”
“Dove giocano le Harambee Stars”
“Una volta ci andiamo?” chiese Kali
“Non so se avremo tempo, ma se c’è una partita in questi giorni, perché no?”
 Il Garissa Exporess procedeva lento, con la colonna sonora dello strombazzare di clacson dalle differenti tonalità.
L’aria non sapeva né di sabbia, né di alberi bruciati.
Sembrava di respirare il fumo della paraffina in una stanza chiusa.
“Ora!”
L’elefante si fermò all’angolo con la Outer Ring Road.
I tre scesero rapidamente come dovessero lanciarsi da un aereo col paracadute.
"Nairobi, Nairobi!" urlò Kali.
“La tua roba, scemo!” gridò invece Hussein all'indirizzo di Moko.
"Nooo!!!"
Moko cercò di aggrapparsi al Garissa Express che ripartiva e con la coda dell'occhio vide una donna che aveva già le mani sul suo zainetto. 
"Ma come hai fatto...non dirmi che..."
"Io...però anche tu, ci hai avvertito all'ultimo minuto..."
Sessantamila scellini andati così. 
Hussein prese decisamente in mano le redini della spedizione.
Era il più maturo, l’esperto e avvertiva una certa responsabilità.
“Da adesso in poi non ci sono più scuse per nessuno, capito? Dovete stare attenti, qui siete in una città e non siete abituati. Non fate capire a nessuno che siete di Wajir. D’ora in avanti, parlo solo io e la gestione dei soldi spetta a me, intesi?”
"Va bene, capo" berciarono all'unisono i due.
Acquistarono tre banane e tre bottigliette di coca cola, poi videro due matatu in attesa di sgommare via, fermi in uno spiazzo ai piedi di un dirupo inghiottito dalla notte.
Su uno di questi era scritto “Kariobangi-Eastleigh”.
“Meglio ancora del taxi” pensò Hussein.
“Venite!”
Pagò tre biglietti e il matatu s’infilò con loro nella frenetica anarchia dei sobborghi della Capitale.
A New Mathare il matatu svoltò  in Juja Road.
Hussein riconobbe il Mama Brian Hair Saloon, dove sua madre almeno due volte alla settimana andava a cambiarsi i capelli e lui aspettava tre ore nel vicolo laterale, giocando con altre piccole vittime delle acconciature femminili a tirare sassi contro il muro.
Poco lontano, verso il quartiere di Pangani, c’era l’appartamento che la madre divideva con zia Rukia, che faceva la ballerina, e con Kyra e Janet, due amiche che a loro volta invitavano uomini, spesso ubriachi. A volte ne vedeva alcuni che erano già stati con mamma e che entravano in camera con Kyra, o viceversa. Janet si portava quasi sempre vecchi o storpi.
“Guadagnerai pure di più, ma io non ce la faccio” sentì dire un giorno alla madre.
Il capobanda pensò di andare almeno tre isolati più in là, per non rischiare di incontrarla.
Il matatu si fermò sulla Quinta strada, proprio davanti ad una baracca gialla che emanava un profumo di carne alla brace che avrebbe risvegliato Big Tumbo dal coma in cui versava all’ospedale della Croce Rossa di Dadaab.
I ragazzini fecero il loro ingresso trionfale nella taverna.
Il gestore, un somalo pelato con il grugno da bufalo, li accolse tuttaltro che cordialmente.
“Cosa volete a quest’ora, piccole canaglie, fuori dalle palle!”
 “Fiid Wanagssan - lo salutò Hussein nella sua lingua – guarda che ce li abbiamo i soldi, ecco tieni mille scellini, e adesso facci mangiare, che la mamma sta facendo kashanga kashanga e poi ci aspetta a casa”
“Agli ordini, capo!” sghignazzò il somalo.
In poco meno di dieci minuti, al tavolo dei tre arrivarono altrettanti piatti di nyama choma, con contorno di riso, patatine fritte e kachumbari.
“Da bere?”
“Niente, abbiamo le nostre cocacole. Shukran”
Il gestore li guardava divorare la carne come non avessero mai visto un pezzo di bue arrostito ed annegare le patate nel ketchup come un parlamentare avrebbe stappato una bottiglia di champagne, osservandosi l’un l’altro soddisfatti.
“Non avranno più di tredici anni, eppure se la intendono da adulti” pensò.
Un rutto roboante di Kali sembrò confermare la sua intuizione.
“Fanno 1050...mancano 50 scellini, ma vi faccio lo sconto - disse il bufalo, congedandoli – salutatemi vostra madre e ditele di passare...magari c’è lavoro per lei, così avrete un altra nyama choma da mangiare!”
“Ma vaffanculo, shababu” avrebbe voluto urlargli Hussein, uscendo.
“Andiamo” disse invece ai suoi.
Svoltarono sulla diciottesima e si fermarono davanti ad uno dei tanti bar della via.
I somali, per quanto mussulmani, quando decidono di bere, ci danno dentro che è una bellezza e finiscono quasi sempre le serate in zuffe memorabili e anche divertenti, quando non spuntano fuori i coltelli. Hussein però cercava un keniano, un uomo tranquillo di quelli che si aggirano fino a tarda notte con una valigetta o un giornale sotto braccio e attaccano bottone con tutti, sperando che qualcuno offra loro da bere.
“Eccolo, è lui” sussurrò ai piccoli complici.
Elias era al quinto giorno senza lavoro.
Dopo dieci onorate stagioni come contabile di un vecchio indiano sulla First Avenue, con cui divideva il masala tea la mattina e il Famous Grouse Whisky la sera, l’indiano era morto e il negozio di stoffe e tappeti aveva chiuso i battenti.
A lui erano rimasti uno sputo di liquidazione dalla moglie dell’indiano e la dipendenza dall’alcool.
Successivamente aveva trovato un paio di impieghi provvisori ma l’età avanzava e svegliarsi presto al mattino dopo una serata di brandy artigianale al metanolo era sempre più difficile.
Quella sera per un sorso di Furaha avrebbe venduto il fondoschiena a un pakistano.
“Signore, signore!”
“Tre ragazzini che ti chiamano, Elias, no...non credo sia possibile. Eppure non ho bevuto...mi vengono incontro...cosa posso ottenere da tre ragazzini? Solo rogne...qui ci sono le baby gang...ma che mi possono rubare, le scarpe con le suole bucate forse?”   
“Signore...abbiamo bisogno di un favore...vuole guadagnarsi una bevuta?”
“Angeli! Voi siete angeli, non bambini. Mi avete letto forse nel pensiero? In cosa posso esservi d’aiuto, figlioli? Avete smarrito la via di casa, dovete ritrovare i genitori?”
“Non proprio...dobbiamo prenotare una camera al Riverside Hotel, e lei deve farci da zio...o meglio, papà di Kali che è quello più nero dei tre, e zio nostro. Io mi chiamo Hussein, e lui è Moko. Quando siamo fuori dall’hotel le diamo i soldi per tre notti, poi ci accompagna su, le diamo altri 500 scellini, lei ritira il documento e dice che torna a riprenderci tra tre giorni, va bene?”
“Facciamo 1000 scellini”
“Facciamo 600 oppure troviamo un altro come lei”
“Affare fatto, 600 vanno bene” strizzò l’occhio Elias.
Il Riverside Hotel, sull’undicesima strada, occupa una palazzina di cinque piani piastrellata marrone e damascata che sembra un pallone da calcio o un tappetino da doccia. Sono trenta stanzette tre metri per due. Al terzo piano ce n’è una con quattro letti e una piccola vasca da bagno. La numero 313.
“Va bene quella, grazie – disse Elias con tono professionale – eccole i soldi in anticipo, mi raccomando, dia un’occhiata ai miei ragazzi, io torno a riprenderli sabato mattina”.
Intanto Moko saltava dalla gioia sui letti veri, Kali guardava fuori dalla finestra la luce del lampione che allungava le ombre degli avventori del bar dove al mattino dopo avrebbero fatto colazione con mandazi gonfi come i cuscini della stanza. Hussein era già nella vasca da bagno, con in bocca una sigaretta del pacchetto che aveva fatto comperare ad Elias, lasciandogliene un paio.

(fine seconda puntata - segue domani)

Foto di Leni Frau

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