Racconti

RACCONTI

Tre piccoli nababbi a Nairobi (Terza Puntata)

Racconto da un fatto vero di cronaca in Kenya

23-05-2019 di Freddie del Curatolo

Kali aprì gli occhi che non era ancora l’alba.
Avvertì rumori a cui non era abituato, ma era tanto il piacere di potersi rigirare sopra un vero materasso e farsi soffocare ad intermittenza da un vero cuscino, che non sembrava avere la minima intenzione di alzarsi.
Voltandosi, vide però che la branda di Hussein era vuota.
“E’ scappato con i soldi!” pensò.
“Moko, Moko...sveglia! Hussein è scappato!”
Il compare era nel mezzo di una specie di incubo. Un omaccione barbuto picchiava la madre e si rifiutava di darle i soldi pattuiti, ma a un certo punto arrivava lui e consegnava una mazzetta di scellini alla donna ed urlava al cliente “vattene via altrimenti con gli altri soldi che ho pago la polizia per farti passare due mesi in prigione”.
“Moko...Moko!”
Il ragazzino si rizzò di scatto, si guardò intorno per un attimo come fosse ancora nella casa-bordello di Pangani, poi realizzò.
“Cazzo...”
“Dove sarà andato? Ha lui tutti i soldi!”
“Dove vuoi che sia andato, Kali, senza scarpe e senza pantaloni?”
Quando entrarono nel bagno, apparentemente vuoto, bastò alzare la testa.
Lo trovarono, in mutande, arrampicato come una scimmietta ad una tubatura scrostata che passava parallelamente al soffitto.
“O mio Dio! Ma che cavolo stai facendo, Hussein?” squittì Moko
“Nascondo un po’ dei nostri soldi, quelli che non ti sei fatto fregare tu, in un posto sicuro. Non possiamo mica portarceli tutti fuori...”
“Hai ragione capo, scusa...”
I due si sciacquarono la faccia e a turno fecero i loro bisogni sul water più comodo che avessero mai provato. Kali non era abituato a sforzarsi seduto e salì in piedi sull’asse per defecare.
La colazione dei campioni li aspettava in strada, nel baretto di fronte al Riverside Hotel.
Hussein tirò fuori dalla tasca 500 scellini e li mise in bella mostra sul tavolo, poi chiamò la cameriera, una ragazza con gli occhi liquidi e con i denti di sopra al posto di quelli di sotto. E viceversa.
“Ho visto che i vostri mandazi non sono tanto grandi...portacene sei, per favore. Con tre chai e tanto latte”.
“Bene, signorino. Volete anche delle uova strapazzate?”
“Certo!” starnazzò Kali
“Si, due per i ragazzi...io no grazie” disse Hussein con intonazione da piccolo lord delle Corti Islamiche.
A Little Mogadishu era già tutto un brulicare di anime: donne d’ogni età, quasi tutte velate ma di tanti colori diversi, con borse di plastica dura cariche di verdura in foglie, patate e sacchetti di carta pieni di spezie, vecchi che si accingevano a lasciare le scarpe all’ingresso della moschea all’angolo con l’Ottava strada da cui provenivano suoni di clacson e urla di venditori. Dai negozi entravano ed uscivano signore contenute a fatica da tailleur che mostravano un fondoschiena abnorme e giovani segaligni attaccati al loro telefonino.
“Ecco cosa ci serve, per prima cosa...uno smartphone!” disse il capobanda.
Kali regalò uno sguardo perplesso, con la faccia seminascosta dalla tazza di té.
“E cosa ce ne facciamo?”
“Ci facciamo le fotografie, i selfie! Poi compriamo i bundle e vediamo i film in internet come i boda-boda a Wajir” rispose Moko, che era il tecnologico del trio. Poi precisò: “Abbiamo di nuovo bisogno di un adulto, per comprare la sim card con il suo documento”.
“Dobbiamo aspettare sera per trovare un altro vecchio ubriacone?” chiese Kali
“No, non c’è bisogno...ne troviamo uno anche a quest’ora, fidati...” lo tranquillizzò Hussein.
Dal tavolino a fianco si alzò un ragazzo dal naso come il becco di un bucero e dagli occhi spiritati.
Aveva una t-shirt rossa con stampata l’immagine di un pugno pieno di anelli che sembrava uscire dallo stomaco e al collo una catena dorata alla quale erano appesi nell’ordine una minuscola chiave         
inglese, una medaglia, un lucchetto e un’Africa di latta. Aveva gli zigomi da etiope e la bocca da somalo, ma poteva anche essere figlio di sudanesi di Kibera.
“Ciao ragazzi...posso presentarmi? Il mio nome è Dee Faxx, con due X. Sono un deejay e grafico e ho un negozio di fotocopie, ma vendo anche uova e affitto macchine e soprattutto sono un consulente...”
“Un consul...che cosa?” chiese Moko
“Diciamo che aiuto la gente prendendo un piccolo compenso”
“Piccolo quanto?” indagò Hussein
“Più piccolo di te, fratellino...loro due no, ma a te ti ho già visto da queste parti, mi sbaglio?”
“Può darsi, abito a Pangani...e tu da dove vieni?”
“Io sto a Kasarani...”
“Dove c’è lo stadio!” irruppe Kali.
“Proprio lì, campione! Io conosco il custode, ci posso entrare quando voglio...”
“E che ci fai qui a Eastleigh?” lo interruppe Hussein.
“Spesso dormo dalla mia fidanzata qui sull’undicesima, si chiama Afswa, fa la commessa al Royal Mall. E’ la donna più bella del mondo”
“Lei dorme solo con te?” chiese Hussein.
“Che domande, fratellino...certo che sì! Altrimenti la sgozzerei come un capretto!”
Hussein pensò che era fortunato a non avere un padre, altrimenti sua mamma sarebbe già morta ammazzata da un pezzo.
“Bene, allora ti possiamo dire quello di cui abbiamo bisogno e tu ci dici quanto ci costa?”
“Sono qui per questo e data la vostra giovane età e simpatia vi farò un prezzo assolutamente speciale!”.
Hussein spiegò che per prima cosa voleva un Samsung S7 e una sim card, poi un taxi a disposizione tutto il giorno per andare in giro a mostrare Nairobi ai suoi due amici che erano venuti a trovarlo da Wajir.
“Wow! Un fantastico programma fratellino...ma ce li hai tutti questi soldi o mi stai prendendo in giro?”
Hussein tirò fuori parte delle banconote che aveva, le altre erano ben fissate nelle mutande.
“Con ventimila credo possiamo fare tutto, compreso anche mangiare in un buon ristorante. Quanto vuoi per accompagnarci al negozio e fare la sim card? E quanto per il taxi?”
“La macchina ve l’ho già detto, ce l’ho io e in via straordinaria sarò io il vostro driver. Hey, conosco Nairobbery come le tette di Afswa! Con quindicimila facciamo tutto, sim e telefonino compreso, affare fatto?”
Hussein si voltò verso Moko ed ottenne una smorfia di assenso.
“Dodici mila”
“Quattordici”
“Tredici e cinquecento”
“Sei forte, fratellino. Vada per 13.500. Ma voglio cinquemila in anticipo, per bloccare la Toyota Corolla Delux”.
“Ma non era tua?”
“Seeh...magari! Ho detto che noleggio automobili, non che sono il proprietario. Comunque la Corolla è di mio zio.”
“Ok ecco l’anticipo, ma devi darmi la tua ID Card fino a quando non ci sediamo in macchina con il telefonino in mano!”
“Sei davvero in gamba, fratellino! Potresti diventare mio socio. Quanti anni hai?”
“Quattordici” mentì il capobanda.
Quando uscirono da Kismayu Electronics con il Samsung nuovo di zecca ed il numero safaricom con 500 mega di bundle in omaggio, i tre erano più felici dei tifosi del Liverpool al termine del match col Barcellona. Moko non ricordava di essere stato mai così bene in vita sua. Pancia piena, occhi come telecamere a scrutare liberamente il mondo, e il potere dei soldi sugli adulti.
“Facci una foto, Dee Faxx!”
Eccoli: tre intraprendenti mocciosi sulla First Avenue di Eastleigh, appoggiati a un Harrier nero fiammante, con il Royal Mall sullo sfondo.
“Andiamo a trovare la tua fidanzata?” chiese Moko.
“Eh...no fratellini, non posso durante il suo orario di lavoro, il somalo per cui lavora è molto severo, la licenzierebbe subito...e lei mi lascerebbe al volo!”
“Eh già...” disse Kali.
“E poi abbiamo la nostra vettura che ci aspetta! E il CBD, i grattacieli del centro, la statua di Mzee Kenyatta...”
Dee Faxx parlò fitto per dieci minuti con un meccanico unto di olio dei motori fin sul collo, in un linguaggio sconosciuto perfino ad Hussein.
Ricevette un mazzo di chiavi e li invitò a seguirlo.
La Corolla non era proprio l’ultimo tipo: il vetro davanti aveva una vistosa spaccatura e sembrava pendere decisamente a destra. Dopo cinque o sei tentativi, il motore si avviò e dalla marmittà uscì una fuliggine nera e densa come quando a Wajir bruciarono la camionetta della polizia.
Per Moko, Kali e Hussein era una limousine presidenziale e i tre guardavano scorrere la città e i suoi trafficati quartieri dai vetri scuri, ridendo del fatto che nessuno potesse accorgersi di loro.
Hussein, seduto di fianco al guidatore, memorizzava il percorso, Moko s’incantava a leggere i nomi dei negozi, mentre Kali non smetteva di inquadrare le persone e i ragazzini liberi tra marciapiedi e mercatini.
Dee Faxx aveva alzato il volume della radio, che trasmetteva poca musica e tante chiacchiere in sheng di intrattenitori, battute che lui segnalava con grasse risate.
Ad un certo punto cambiò direzione, rispetto alla strada che Hussein si era immaginato.
“Dove stai andando?”
“Tranquillo, fratellino...faccio una scorciatoia, tu non sai cos’è a quest’ora Lusaka Road...meglio di qua”.
Quando però i negozi si diradarono e riapparvero strade sterrate, baracche di lamiera e cumuli d’immondizia, Hussein cominciò a sentire puzza di bruciato. E non era quella dei copertoni dei camion ai bordi delle vie.
“Tu non ci stai portando in centro, Dee Faxx. Gira la macchina o non ti pago”
“Ehi, fratellino...non ti fidi? Prima passiamo a Soweto a bere una cosa insieme ai miei amici musicisti”
“No, qui decidiamo noi, non ce ne frega niente di Soweto, andiamo a Uhuru Park”
Per tutta risposta Dee Faxx estrasse una pistola e la puntò alla tempia di Hussein.
“Qui si fa come dico io o siete morti, uno per uno, piccoli bastardi. Dovrete dirci a chi avete rubato i soldi che avete in tasca. Io lavoro anche con la polizia e voi siete solo dei ladruncoli”.
Kali stava per mettersi a piangere, Moko ebbe una reazione d’istinto e cercò da dietro di strozzare il finto deejay che, per divincolarsi premette il grilletto della pistola, che ora puntava sulla guancia del capobanda, mentre l’auto sbandava vistosamente.
Fortunatamente l’arma era scarica.
Quando Hussein realizzò, tirò il cazzotto più veemente della sua breve vita nel fianco di Dee Faxx, che accusò il colpo. Contemporaneamente Moko gli mise un dito nell’occhio e Kali lo schiaffeggiò, sul viso, per la verità in maniera blanda. Quando però Hussein mirò ai testicoli, la macchina riprese a sbandare. Dee Faxx perse definitivamente il controllo e non potè evitare un muretto divisorio tra un bivio e l’ingresso di una pompa di benzina. La Corolla si ribaltò due volte e finì la sua corsa contro la casupola del gonfiaggio gomme. Dee Faxx era come tramortito, Kali e Moko riuscirono a saltare fuori dall’abitacolo, strisciando come serpenti, Hussein era incastrato ma sembrava stare bene.
Per confermarlo, prese la pistola e con il calcio colpì in testa l’impostore, che era già svenuto di suo.
“Aiutatemi a uscire!”
Dalla stazione Kobil si avvicinava una folla sempre più nutrita di curiosi, con in testa i due inservienti e un indiano claudicante che doveva essere il proprietario.
Moko e Kali, tirando forte, riuscirono a creare il varco nella portiera per far sgattaiolare fuori il loro boss.
Iniziarono a correre più veloce possibile, senza guardarsi indietro, mentre mezzo quartiere di Donholm si era riversato sulla toyota. Qualcuno riconobbe nel guidatore Abdullahi detto “il condor”, un noto spacciatore e ricettatore di Soweto.
Cercarono nell’abitacolo eventuali soldi o droga, ma trovarono solo tremila scellini e le istruzioni di un Samsung S3.
Attraversarono lo stradone e si sedettero sullo spartitraffico per leccarsi le ferite e fare il punto della situazione. Hussein notò che Kali aveva i pantaloncini tutti bagnati.
“Mah...te la sei fatta sotto, pivello!”
Moko scoppiò a ridere, Kali vibrò due dei suoi famosi schiaffetti al vento e fece per tenere il broncio, poi vide Hussein sorridere e anche lui irruppe in una risata liberatoria.
I tre si abbracciarono ed emisero suoni acuti come le donne akamba durante i riti propiziatori.
“Siamo forti! Siamo invincibili!” disse lo stregone capo.
“Quel fottuto ladro ci voleva fregare”
“Ma noi abbiamo il telefonino...e ancora tanti soldi!”
Hussein tirò fuori mille scellini e li fece sventolare, attirando l’attenzione di una berlina rossa con a bordo un africano di una certa età, che indossava una giacca due volte più grande di lui.
“Taxiiii”
L’auto si fermò a bordo strada con le quattro frecce.
“Dove dovete andare, ragazzi?” chiese il vecchio.
“Più vicino possibile al CBD con questi soldi” fece Hussein.
“Salite a bordo!”
La berlina ripartì e lasciò Donholm, mentre dal lato opposto qualcuno aveva rimesso la Corolla accartocciata nel verso giusto e l’indiano aveva preso in custodia quel che restava di Abdullahi Dee Faxx, in attesa dell’arrivo della polizia. Con i danni provocati alla stazione di servizio e la sua recidività, anche nel caso fosse sopravvissuto, non se la sarebbe cavata facilmente.  
“Cosa dovete fare nel CBD, ragazzi...se mi posso permettere?
Il vecchio parlava con tono pacato e rilasciava un buon profumo di lavanda.
“La mamma ci ha dato un po’ di soldi per comprarci dei vestiti...ma pochi. Poi vorremmo fare qualche foto in Uhuru Park e mangiare nyama choma e patatine” disse Hussein.
“Siete troppo piccoli per fare queste cose da soli...quanto mi date se vi accompagno?”
Kali faceva no con la testa, ma Hussein e Moko avrebbero scommesso che il nonno era una brava persona.
“Cinquemila per tutto il giorno, ma la nyama choma te la paghi tu”
“Quanti soldi avete in tasca?”
“Più di cinquemila” rispose lesto Hussein.
“Va bene, ci sto. Il mio nome è Nyongo”
Erano le dieci passate quando la berlina imbocco Hailé Selassie e svoltò in Moi Avenue.
“I grattacieli!”
La maestosità del centro della capitale calamitava le pupille dei tre mini-avventurieri di Wajir.
Altro che Eastleigh e Pangani! Qui si vedevano solo persone ben vestite, le strade erano senza buche e contornate da piante e fiori colorati, i palazzi avevano scritte pulite e ordinate, c’erano case mastodontiche che non sarebbero mai crollate e askari dappertutto.
Era il sogno che si materializzava, magari con meno spensieratezza.
D'altronde, quando la libertà arriva bisogna prenderla al volo, mica chiedersi quanto durerà e come andrà a finire.
“Parcheggiamo qui al Sasa Mall e poi andiamo a cercare un buon negozio con vestiti per bambini”
“Per ragazzi, Nyongo, per ragazzi...”
Il vecchio agli occhi degli avventori e degli stessi insoliti clienti, si trasformò in un vero e proprio nonno premuroso.
D’altronde i suoi veri nipoti non li aveva mai potuti conoscere. Una figlia era passata a miglior vita sotto i ferri arrugginiti di un aborto clandestino e Isaac, il maschio, era emigrato in Scozia con l’aiuto della Diocesi, aveva sposato una ragazza zambiana conosciuta all’università di Edimburgo ed era tornato solo una volta in dieci anni, senza la moglie e senza i due gemelli che aveva avuto da lei.
“Voglio una salopette nuova!” ordinò Moko, mentre Kali nel guardaroba faceva sparire calzoncini e mutande puzzolenti e se ne usciva con un paio di fantastici pantaloni alla zuava beige.
“Te li puoi togliere, li devo passare con la macchinetta” lo apostrofò la commessa.
“No...non posso...o li compro così o niente” disse Kali.
La donna lo guardò come avesse capito tutto, poi lo prese con forza in braccio, lo appoggiò sul bancone e prese il codice, prima di tagliare via il cartellino dai pantaloni. 3500 scellini.
Moko era talmente gasato e divertito che non aveva ancora scelto la sua divisa da bambino ricco, mentre Hussein si era provato già due paia di calzoni lunghi, quattro camicie e una giacca con le spalle più larghe di quelle dell'omaccione barbuto che aveva liquidato in sogno.
Nyongo pareva il più divertito dei quattro, si fece consegnare 20 mila scellini, pagò e una volta fuori dallo store restituì il resto.
“Tieni altri mille come acconto – lo ringraziò Hussein – e adesso andiamo a mangiare!”

(fine terza puntata - segue domani)

Foto di Leni Frau

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