Amici dello Tsavo

SAVANA

Maasai Mara tra Natura fantastica, fauna e inondazioni

Safari avventuroso degli "Amici dello Tsavo" con Paolo Torchio

15-02-2020 di Giovanna Grampa

Le previsioni meteo non sono confortanti ma per nulla potremmo rinunciare al nostro safari nella Olare Motorogi Conservancy, confinante con il Maasai Mara. Abbiamo prenotato da oltre un mese con Paolo Torchio, una guida esperta, un fotografo professionista da cui posso solo imparare ma soprattutto un amico con cui condividere la nostra passione per gli animali. Atterreremo sulla pista di Kiombo, la più sicura, dopo le abbondanti piogge dei giorni precedenti, soprattutto di notte. Un volo Mombasa Air ci porta a destinazione: Paolo ci aspetta sulla pista con una Land Cruiser del Porini Lion Camp, il campo tendato che ci ospiterà per quattro giorni.
Ci assegnano una tenda lungo il fiume da un nome impronunciabile, il Ntiakatiak River, che a dire il vero sembra un placido ruscello che serpeggia a fondo valle, con argini alti più di due metri, dove qualche ippopotamo si bagna a malapena le corte zampe e ci accoglie con simpatici grugniti.
Nel pomeriggio usciamo in game drive: densi e oscuri banchi di nuvole rotolano nel cielo con l’intenzione di addensarsi nel tardo pomeriggio come un pesante velo su un paesaggio collinoso dai contrasti affascinanti. Poco lontano, sopra un albero dai rami contorti, un superbo leopardo fissa l’orizzonte con gli occhi a fessura. Non ha una posizione per lui molto comoda: si sposta in continuazione con le zampe per cercare di sistemarsi al meglio e ogni tanto sembra assopirsi. Rimaniamo ad ammirare a lungo questo enorme felino dal manto dorato, costellato da rosette nerissime. All’improvviso scivola sul tronco con estrema eleganza e leggerezza scomparendo nella fitta vegetazione. Ci allontaniamo alla ricerca di altri animali e dopo pochi chilometri troviamo due leoni maschi dalla folta criniera. Riposano tranquilli ma appena si alzano, mostrando tutta la loro possenza, sospiriamo per il piacere di quella visione: i più bei leoni che abbia mai visto! Occhi color miele contornati dal folto cespuglio della criniera bruna sfumata nero carbone sulle punte, con riflessi intermedi tra zenzero e cannella. Si dirigono sulle zampe massicce, con passo regale e senza far rumore, verso il loro harem di femmine e un numero imprecisato di leoncini che si rincorrono giocosi. Sullo sfondo un cielo nero carbone e in lontananza tuoni e fulmini.
Ci affrettiamo a rientrare al campo ma lungo la strada del ritorno la pioggia inizia a cadere dal ventre gonfio dei cumuli in un diluvio impenetrabile. Il tempo è ovunque pessimo e la pioggia forte e senza tregua.
Dopo cena siamo in tenda, schiaffeggiata dalla pioggia e dal vento: grosse gocce cadono come ghiaia dalle nuvole basse e nere nell’oscurità totale in un crescendo allarmante. Il fiume sembra ruggire e in poche ore si riempie di una massa d’acqua preoccupante. Stanno per saltare gli argini. Sono le due di notte ma non abbiamo dormito, impegnati a controllare ogni mezz’ora il livello del fiume ingrossato. Due masai dello staff ci avvisano che dobbiamo abbandonare la tenda per sicurezza e dopo aver preparato la nostra valigia in un lampo, ci accompagnano in una tenda più sicura e lontana dal fiume.
C’è acqua ovunque e per fortuna la pioggia è cessata con la subitaneità caratteristica dell’Africa. Gli alberi grondano ancora ma in cielo le prime stelle si affacciano tra i nuvoloni che lentamente si stanno diradando. Riusciamo ad addormentarci per poche ore in un comodo letto con l’angosciante rombo del fiume di sottofondo e il grugnire degli ippopotami nervosi e presi dal panico.
Sveglia all’alba, un caffè veloce in tenda e tutti pronti per affrontare la nuova giornata. Quanto è accaduto durante la notte è ormai un ricordo, un’esperienza insolita senza conseguenze tanto che le battute ironiche tra noi si sprecano. Il livello del fiume non accenna a diminuire e al levare del sole il cielo è ancora denso di nuvole sparse. Le strade sono viscide di fango, coperte di pozze e chiazze, scivolose come l’olio. Innumerevoli piccoli ruscelli poco profondi e limpidi scorrono serpeggiando sul terreno erboso. Odori eccitanti di fiori, di vegetazione umida, mescolati a migliaia di altri profumi mentre il silenzio è totale e tanto vasto da far pensare di essere gli unici esseri viventi in quella savana sterminata. Pochi minuti e davanti a noi si materializzano cinque ghepardi sdraiati nell’erba: i famosi Tano Bora, i ghepardi più studiati e fotografati in questi anni. Non sono fratelli ma sono inseparabili ed hanno sviluppato tecniche di caccia particolari, insolite per la loro specie. Muovono pigramente la coda, ogni tanto si rotolano in voluttuose capriole, sbadigliano indifferenti a noi e alle altre macchine che nel frattempo ci raggiungono. Aggraziati, sinuosi, di una bellezza sconcertante iniziano ad attraversare sulle lunghe zampe la savana, uno dietro l’altro in fila indiana con passo deciso scivolando morbidamente nell’erba umida. Hanno un bel colore: la loro pelliccia dorata, stampata a piccole macchie nere, è ancora bagnata dalla pioggia caduta nella notte e a tratti riflette qualche raggio di sole comparso tra le nuvole.
Ora tutti i ghepardi sono davanti a noi dando l’impressione di voler cacciare ma in realtà stanno solo cercando un posto più comodo per sonnecchiare e continuare a dormire. E’ giunto il momento di muoversi, di puntare altri orizzonti alla ricerca di nuovi scenari ma, era inevitabile, le ruote della macchina girano a vuoto nel fango molle. La Land Cruiser, anche se dotata di quattro ruote motrici, slitta e sbanda come ubriaca nel terreno cedevole: siamo impantanati e non c’è verso di uscire da questa situazione. Mentre aspettiamo una seconda macchina che venga in nostro soccorso e ci riporti al campo per il pranzo sui nostri cellulari iniziano ad arrivare le prime notizie di quanto successo poco lontano dal noi durante la notte.
Il fiume Talek che scorre nella Riserva del Maasai Mara ha rotto gli argini allagando dieci lodge, spazzando via vari oggetti tra cui letti, tende, computer e documenti. Un incubo per i turisti dopo una notte di forti piogge: alcuni di loro costretti a dormire sulle sedie o in macchina senza contare che tanti sono bloccati sia in entrata che in uscita al Talek Gate. Una situazione disastrosa che ci fa sentire fortunati in confronto ai disagi che altri sono costretti a vivere mentre numerosi corsi d’acqua stanno a loro volta raggiungendo livelli preoccupanti creando disagi indescrivibili. Si può solo sperare in un miglioramento delle condizioni del tempo ma il cielo non lascia sperare nulla di buono.
Nel pomeriggio i Tano Bora sono tutti a riposare su un termitaio mentre alle loro spalle un folto gruppo di elefanti si nutre con erba fresca e gli adolescenti intrecciano le loro proboscidi simulando lotte per il predominio. Uno spettacolo nello spettacolo finchè la matriarca s’avvicina con la chiara intenzione di farli sloggiare e i ghepardi s’allontanano di corsa in ordine sparso, guardandosi nervosamente alle spalle.
Nel cielo nuvole sempre più nere presagiscono l’arrivo di altra pioggia e per noi il rientro al campo significa un’altra doccia serale. Il primo fulmine scuote il cielo e fa tremare la terra: gocce pesanti come sassi si trasformano in scrosci accecanti, una pioggia fitta come un volo di locuste. Poi, verso mezzanotte, solo tuoni in lontananza come grossi macigni fatti rotolare nel cielo e finalmente il silenzio. L’ululato di una iena ci fa scivolare in un sonno profondo fino all’alba.
Terzo giorno di safari. La sveglia suona sempre molto presto per poter godere del risveglio della savana e anche oggi il cielo non è limpido. Una giovane leonessa richiama i suoi cuccioli che irrompono vivacemente nella piccola radura. I leoncini maculati dopo qualche istante si lanciano in un animato combattimento giocoso nell’erba bagnata sollevando spruzzi d’acqua nel rincorrersi. La madre li asseconda e gioca con loro prima di nascondersi tra i cespugli per il lungo riposo diurno. Poco più lontano i due leoni maschi avanzano insieme verso di noi con la testa che dondola al ritmo della camminata imperiosa, con la bocca semiaperta. Adesso possiamo vedere i loro occhi sotto l’enorme criniera, freddi, glaciali, inesorabili. Sono giganteschi e lo diventano ad ogni passo in più mentre accorciamo la distanza che ci separa: controsole due enormi sagome che camminano affiancati con incedere regale accennano anche ad alcuni minuti di gioco tra loro prima di scomparire alla nostra vista. Momenti affascinanti e magici che ci rendono felici e adrenalinici, pronti per godere della vista di un altro leopardo che troviamo “appeso” ad un albero. Un felino enorme con le zampe e il corpo completamente rilassati mentre muove solo la folta coda con ritmo ipnotico. E’ un grosso maschio dallo splendido manto maculato, occhi che brillano come giada e lunghi baffi rigidi di un bianco vitreo. Mentre lo osserviamo balza in piedi scende rasente il tronco dell’albero con la solita eleganza mostrandoci il suo lato B con tanto di attributi e coda sollevata, vanificando così le nostre speranze di una foto di muso. Spicca un balzo e sparisce nel sottobosco.
Nel pomeriggio ritroviamo i cinque ghepardi e questa volta sembrano proprio avere intenzione di cacciare. Sono scene che non vorrei mai vedere dal vivo perché mi fanno soffrire ma è il cerchio della vita e ogni giorno in savana si ripete il dramma del cacciatore e della preda. Pochi attimi e i ghepardi si alzano di scatto e iniziano a correre con passo veloce seguendo con lo sguardo un gruppo di Topi (grosse antilopi simili ai Kongoni) che pascolano tranquilli. Teste erette con una unione perfetta di velocità e coordinazione, un flusso di energia che esplode con molteplici strategie: all’inizio sembrano attacchi senza una logica ma è tutto fatto per generare panico. Si avventano su un cucciolo ma la madre interviene per difenderlo sacrificando così sé stessa: i Tano Bora le sono addosso e in pochi attimi il povero animale è a terra, inerme ed esanime. Chiudo gli occhi ma non posso fare a meno di sentire le mandibole dei ghepardi che divorano il Topi voracemente: devono mangiare in tempi stretti per evitare che altri predatori rubino il loro prezioso pasto. Uno a turno si guarda in giro mentre nell’erba il ghepardo che ha sferrato il primo attacco con maggior dispendio di energie sta riprendendo le forze spese e mangerà per ultimo. Nell’aria l’odore acre e rarefatto della morte richiama in breve tempo una iena maculata solitaria che arriva ululando, esaltata dall’odore del sangue. A testa bassa e rasente il suolo cattura il suo pezzo di carne iniziando a ringhiare. I ghepardi tentano una timida resistenza davanti ad una vera macchina da guerra con denti aguzzi e forti capaci di divorare ogni parte di una carcassa di animale. La lotta è impari e la iena se ne va con andatura poco elegante, con la coda gonfia e ritta in segno di avvertimento con il suo bel pezzo di carne ridacchiando e digrignando le fauci sporche di sangue. I ghepardi increduli e delusi si allontanano assistendo impotenti al suo banchetto.
Dopo la ormai tradizionale pioggia serale ci corichiamo stanchi ma felici per risvegliarci il mattino seguente pronti per la partenza. Il safari volge al termine e finalmente il cielo all’alba è terso e la luce del sole inizia a produrre i suoi magici effetti. All’orizzonte un tripudio di colori rossi aranciati ci regala la visione di un elefante con la proboscide alzata quasi volesse salutarci e rinnovarci l’invito a ritornare. Dopo il decollo un ultimo sguardo alle vaste pianure del Maasai Mara inondate di acqua con qualche elefante sparso intento a bere. Ci ritorneremo sicuramente, magari in un periodo meno piovoso e più secco per rivivere giornate piene di momenti magici e avventure indimenticabili. Atterriamo a Malindi…ed è già nostalgia!

TAGS: maasai maraamici tsavosafari torchio

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