
Malindi è una cittadina che si
affaccia sulle rive dell’Oceano Indiano, situata
a 120 km circa da Mombasa e a poche miglia dalla
foce del fiume Sabaki, che nel suo alto corso
viene chiamato Galana ed è di fatto il secondo
fiume per importanza e bacino idrico del Kenya
dopo il Tana River, ma il più lungo.
La sua popolazione si aggira
intorno alle 40 mila unità, di cui più di un
decimo sono occidentali, ma l'intero distretto,
che comprende anche Watamu e Mambrui, oltre a
numerosi villaggi nell'interno. arriva a contare
più di centomila abitanti. Altre minoranze sono
rappresentate da indiani o cittadini kenioti di
origine indiana (stesso discorso vale per gli
arabi).
L’economia di Malindi si basa
prevalentemente sul turismo da quando agli hotel
britannici e tedeschi si sono affiancate
strutture alberghiere italiane.
Dalla prima metà
degli anni Ottanta sono state aperte anche altre
attività: bar, ristoranti, casino, discoteche,
boutique e aziende legate trasversalmente al
turismo e all’insediamento di stranieri sulla
costa, come import-export, falegnamerie e
laboratori di artigianato, piccole industrie
alimentari e soprattutto attività nel campo
dell’edilizia.

Il centro storico si snoda attorno alla stazione
degli autobus, attraverso due strade che formano
una Y, nel quartiere
detto “Barani”. Antica e caratteristica è la
cittadella araba di Shela, una serie di vicoli e
vicoletti, tra Moschee e piccole case con
cortili. A Malindi ci sono ben dodici moschee,
ma sono presenti anche diverse chiese di culto
cristiano cattolico e protestante.
L’integrazione tra le due religioni, che altrove
non è affatto facile, in Kenya è serena e
pacifica, con reciproco rispetto.
Quasi un
esempio per i credenti di tutto il mondo. Dal
porto e lungo la battigia fino alla punta detta
di Vasco Da Gama, le costruzioni arabe si
mescolano con resti della dominazione
portoghese, tra cui il palazzo che ospita il
museo storico di Malindi e il cimitero lusitano,
fino al monumento dedicato all’esploratore che
sbarco a Malindi nel 1498, il Vasco Da Gama
Pillar, che è di fatto il simbolo della
cittadina.

Dietro alla punta che porta il
nome del navigatore, si estende la spiaggia
detta della sabbia argentata (silversand), sulla
quale si affacciano molti hotel, villaggi
turistici, ristoranti e stabilimenti balneari.
Si raggiunge, nell’estremo sud di Malindi, il
quartiere residenziale di Casuarina, immerso nel
verde di palme e baobab e colorato dalle
buganvillee e dal terreno corallino. Qui ci si
affaccia sulla spiaggia del parco marino di
Malindi, zona protetta dal Kenya Wildlife
Service (KWS), il cui mare dalle splendide
sfumature di blu e la barriera corallina offrono
la possibilità di immersioni e indimenticabili
safari marini. Da qui ogni villaggio e anche i
privati si imbarcano per raggiungere i fondali
più suggestivi e le bellissime spiagge di
Mayungu.
La parte a nord della cittadina,
seguendo la strada che porta verso Lamu,
costituisce l’arteria commerciale di nuova
costruzione. Lungo “Lamu Road” si incrociano
banche, centri commerciali, supermercati e
negozi, le due discoteche più frequentate dai
turisti, i tre bar dove bere l’espresso,
trattorie, pizzerie e il casino con il suo
ristorante. Andando in direzione di Mambrui,
s’incontrano altri residence e villaggi
turistici che guardano verso l’immensa e
selvaggia spiaggia in cui l’oceano non è
protetto dalla barriera corallina. Altri colori,
paesaggi e altre profondità di cielo. Qui è
possibile prendere un cavallo e galoppare fino
al fiume, per vedere fenicotteri e ippopotami,
andare in “quad” sulle dune o giocare a golf con
vista mare. Il raccolto quartiere di villette di
Kibokoni delimita a nord Malindi, mentre la
strada, attraversando il fiume sabaki con un
ponte, va verso il confine con la Somalia, che
dista circa 300 chilometri.
La Storia
Anticamente era Melinde. Così era chiamato il porto attorno a
cui, all’inizio dell’anno mille, iniziarono a
svilupparsi traffici marittimi di navi arabe
sulla rotta tra l’Oman e il sultanato di
Zanzibar. Attorno al porto di Melinde si sviluppò un
fiorente mercato di frutta e spezie, senza
dimenticare la fauna ittica, che offriva
approvvigionamento a chi vi sostava durante
viaggi ed esplorazioni.
Nel tredicesimo secolo Malindi era già una
cittadina, con popolazioni che vi affluivano
anche via terra. Alle soglie del 1500 la
cittadina già rivaleggiava con Mombasa per il
traffico di spezie e di prodotti della terra (in
particolare prodotti ricavati dalla canna da
zucchero), ma non distante da Malindi vi era la
possibilità di cacciare gli elefanti e trattare
il preziosissimo avorio, tanto che molti arabi
vi si trasferirono e vi costruirono case,
riducendo gli indigeni in schiavitù. La
cittadella araba si estendeva dove sorge oggi il
caratteristico quartiere di Shela, proprio a
ridosso dell’ordierno porto. Era circondata da
mura rudimentali, quindi non era difficile
penetrarvi. Benché avesse subito a più riprese
l’invasione via terra di tribù somale,
particolarmente i temibili Galla, la cittadina
si evolveva e allargava i suoi commerci.
Nel 1498 sbarcò a Malindi l’esploratore portoghese Vasco Da Gama.
Era il primo navigatore a spingersi così in là,
durante la sua spedizione verso le Indie. Vasco
da Gama si fermò per un po’ di tempo e fu
accolto benevolmente dai signori di Malindi, ma
un’epidemia di peste ne decimò l’equipaggio. Fu
il sultano dell’Oman a venire in suo soccorso,
offrendogli parte degli uomini necessari per
riprendere il suo viaggio. In onore del
portoghese venne fatto erigere il Vasco Da Gama
Pillar, una torre segnaletica per naviganti, che
divenne il simbolo della cittadina.
Se Da Gama era un esploratore mosso soprattutto
dalla voglia di scoprire nuove terre e cambiare
le mappe conosciute, entrando nella storia, i
portoghesi che arrivarono successivamente, a cui
suo malgrado il navigatore fece da apripista,
non si curarono di instaurare buoni rapporti con
i locali, né tantomeno con gli sceicchi e i
sultani di origine araba. Arrivarono dapprima a
Mombasa e la saccheggiarono, poi a Malindi
fecero mambassa di qualsiasi genere e iniziarono
una cruenta tratta degli schiavi.
Anche quando Mombasa tornò in mano agli arabi,
Malindi era roccaforte lusitana e un secolo di
guerre intestine la minarono, impoverendola e
rendendola una sorta di porto disabitato, in cui
ci si fermava per comprare e vendere schiavi o i
pochi prodotti rimasti.
All’inizio del 1800, mentre si preparano le
grandi esplorazioni tedesche e inglesi, Malindi
torna sotto gli arabi che conquistano Fort Jesus,
roccaforte dei portoghesi a Mombasa e, con
l’aiuto dei sultani di Zanzibar e Lamu, si
riprendono la costa keniota. Grazie al sultano
Majir, Malindi vive una nuova età felice, con la
costruzione di un nuovo porto e la ripresa
dell’agricoltura e delle attività commerciali.
Alla fine del diciannovesimo secolo, gli
inglesi, da Mombasa approdano a Malindi, dopo
che i tedeschi, che si erano spinti fino a Witu,
avevano ripiegato sulla Tanzania. I coloni
britannici utilizzavano Malindi come “buen
retiro” per dedicarsi alla pesca d’altura e
partire alla volta del Tana River per la caccia
grossa. Grazie a loro aumentò di anno in anno la
presenza degli indiani anche a Malindi. Si
dedicavano prevalentemente al commercio, facendo
fiorire il mercato del tessile.
Il generale Lawford aprì all’inizio degli anni
Trenta l’omonimo hotel, che ancora porta il suo
nome. Vi affluivano imprenditori di Mombasa e
anche avventurieri che avevano il quartier
generale in quella che era diventata di fatto la
capitale dell’East Africa, Nairobi.
Alla fine della seconda guerra mondiale, e con
l’arrivo dei voli intercontinentali, Malindi è
luogo turistico prediletto da inglesi, americani
e tedeschi, tanto che sorgono altri due hotel,
il Sindbad e l’Eden Roc. Oltre a Ernst Hemingway,
che ha già celebrato il Kenya nel romanzo “Verdi
colline d’Africa”, affluiscono personalità
politiche ed economiche anglo-americane e
iniziano ad arrivare anche altri europei.
Nel 1963, l’indipendenza del Kenya ridimensionò la figura
dell’Impero Britannico nel Paese e molti ex
coloni, raggiunta l’età della pensione, si
trasferirono definitivamente a Malindi e Watamu,
costruirono vile sul mare e Malindi si allargò
specialmente a sud, dove sorge ai giorni nostri
la zona di Casuarina. Negli anni Sessanta gli
europei a Malindi sono più di 5.000, un terzo
della popolazione locale. A metà degli anni Sessanta arrivano anche i
primi italiani: dapprima i tecnici, gli
ingegneri e gli operai specializzati della base
italiana aerospaziale “Luigi Broglio” (meglio
conosciuta come “Base San Marco”) di stanza a
Ngomeni, trenta chilometri a nord di Malindi,
poi cacciatori, avventurieri, amanti dell’Africa
e primi teorici della “fuga dalla civiltà”.
Alla fine degli anni Ottanta sorgono i primi
villaggi turistici, ristoranti italiani e
alberghi. Negli anni Novanta il primo “boom”
turistico di Malindi: tremila residenti tutto
l’anno e migliaia di villeggianti nell’alta
stagione. L’edilizia va a gonfie vele e molti
europei scelgono Malindi come seconda casa,
approfittando anche dei prezzi bassi e della
qualità della vita in kenya.
Seguono alcuni anni di flessione dovuti alla
guerra in Somalia, al virus Ebola, alla
disinformazione dei media e della stampa
italiana e agli attentati terroristici di
Al-Qaeda a Nairobi e Mombasa. Sono specialmente
i turisti della vacanza “tutto compreso” ad
abbandonare Malindi, mentre chi ha la casa e chi
vi lavora stringe i denti e la cinghia e attende
tempi migliori.
Che puntualmente arrivano, favoriti anche dalla
stabilità del governo e dalla ripresa economica
del mondo occidentale.
Malindi torna ad essere paradiso delle vacanze,
con la savana e il regno degli animali a due
passi e l’Oceano Indiano a lambirla. La vendita
di ville e appartamenti procede a gonfie vele, i
“vip” sono ottimi testimonial per la costa
keniota e le attività si moltiplicano. Migliora
anche il tenore di vita della popolazione
locale.
Tutto questo fino alle tragiche elezioni del
dicembre 2007, che coinvolgono il nord del Paese
ma di rimbalzo anche la costa, grazie a una
campagna mediatica allarmistica e alla presa di
posizione dei ministeri degli esteri europei.
Dopo pochi mesi, un migliaio di vittime e
parecchi profughi, nel Nord del Kenya a quasi
mille chilometri di distanza dalla costa, si è
giunti a una soluzione politica nel Paese.
A Malindi, anche in quel periodo di tensione, si
è stati d’incanto per la giovialità e gentilezza
della popolazione locale, lo splendore del
paesaggio, la mitezza del clima e la presenza di
ogni elemento della Natura, compresi i frutti
del mare e della terra, in grado di deliziare
chiunque vi soggiorni.
Il Clima
La fascia equatoriale, a cui Malindi e la costa
keniota appartengono, si caratterizza per il
passaggio dei monsoni. Quindi l’anno solare non
è scandito dall’alternarsi delle quattro
stagioni (ma questo, purtroppo, ormai vale anche
per l’Europa). Al posto dell’inverno, in una
zona geografica in cui per nove mesi all’anno la
temperatura non scende mai sotto in venti gradi,
c’è la stagione delle piogge, in cui i venti
provenienti da est portano perturbazioni
continue e la temperatura può scendere
addirittura fino ai 18 gradi e raramente supera
i 26. Solitamente le piogge iniziano a metà
aprile, con sporadici acquazzoni, ma hanno il
loro culmine tra metà maggio e i primi di
luglio.
Da luglio in poi inizia una sorta di primavera
africana, che trova la natura felicemente
irrorata da tanta acqua e di un verde brillante
e vivo, il vento fresco e asciutto chiamato
“kusi” soffia imperiosamente e il tempo si
aggiusta progressivamente. Intorno ai primi di
ottobre il “kusi” viene sostituito da un vento
caldo chiamato “kaskazi” che porta una leggera
umidità (ma niente, in confronto all’umidità
dell’estate italiana) e anche le cosiddette
“piccole piogge” a novembre. Durano al massimo
quindici giorni e da lì in poi è l’estate
africana: secca, calda e accogliente. Il culmine
delle temperature si raggiunge a febbraio e
marzo (minima a 28 e massima a 37), poi il ciclo
della natura torna dove aveva iniziato l’anno
prima.
V’è da dire che la presenza del mare mitiga le
condizioni di caldo torrido ma anche quelle di
fresco di giugno e luglio. Per questo il clima
della costa keniota, nella sua estensione
annuale, è considerato tra i migliori del mondo.
Il Museo
Il museo di Malindi si trova nella strada del porto (Vasco da Gama Road) ed è all'interno di un'antica costruzione portoghese con le colonne. Ospita la storia della cittadina rivisitata attraverso libri, carte nautiche e geografiche, documenti, fotografie e disegni di monumenti e case e altre informazioni e testimonianze della dominazione portoghese in particolare. Orari di apertura al pubblico: dal lunedì al venerdì, dalle 8.00 alle 17.00. Sabato dalle 8.00 alle 12.00. Domenica chiuso.
Biglietti d'ingresso: turisti 500 Kshs. (bambini fino a 10 anni 250 Kshs.) Residenti nell'East Africa: 400 Kshs. (bambini 200), cittadini kenioti 100 kshs (bambini 50 Kshs.)
St. Peter Hospital
Il St. Peter Hospital, situato all'inizio della strada di Casuarina, è stato riorganizzato, ammodernato, fornito di macchinari e personale preparato per fornire un servizio migliore alla comunità, anche chiaramente a quella locale. Tutto questo 24 ore su 24 e con professionalità e pulizia tutta italiana. Il centro sanitario di proprietà del Key Group dq agosto ha un manager, Valentina Cappuccini, che è presente nella struttura e sta coordinando una serie di offerte e servizi importanti.
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