LITTLE MILANO O BRIATORIA?
di Georg Von Eisen (geoferro03@gmail.com)
Da un articolo di Daniele Nyassy (un regolare corrispondente del Daily Nation da Malindi)
Veni, vidi, Vici. Un turista francese, visitando Malindi, si è molto seccato quando durante la prima passeggiata in città è stato regolarmente salutato dai locali che incontrava con un “ciao-ciao”. Il francese ha intuito che “ciao” e’ un saluto in italiano, ma non era entusiasta di riceverlo.
Ebbene questo e’ il saluto che tutte le persone dalla pelle bianca (wazungu) ricevono in Malindi, in qualunque posto vadano. I locali credono che tutti gli “wazungu” siano italiani e quindi sono salutati con il regolare “ciao”.
Malindi ha ricevuto il nomignolo di “Little Milano” in conseguenza dell’invasione italica degli anni ’80 ( ultimamente nell’ambiente italiano si chiama anche “Briatoria” n.d.r.)
Lo stile di vita in Malindi e’ italiano, di giorno e di notte. Incontri moltissimi italiani nelle strade, negozi e mercati, sia turisti o residenti delle numerose ville. Certi locali notturni sono quasi totalmente “All Italian” come pure il “Italian Supermarket” o il “Fermento”
Il console italiano, sig Roberto Macri, dice che almeno 3000 turisti italiani visitano Malindi annualmente e alcune migliaia vi risiedono stabilmente.
La comunità italiana ha investito fortemente in Malindi con prestigiose ville private e hotel di classe internazionale, come il gruppo Coral Key, Dream of Africa, Angels Bay, Ndovu Resort, Stephanie Sea House, Lawford Hotel, Tamani Jua, Jacaranda Beach, White Elefant e il prestigioso Lion in the Sun di proprietà del miliardario e quasi leggendario Flavio Briatore, tra molti altri.. Inoltre a Malindi, Watamu e Mambrui ci sono oltre 8.000 ville private che ricevono centinaia di turisti durante la “stagione alta”
Nel Galana Ranch – a 120 km da Malindi – ci sono oltre sei campeggi turistici di proprietà italiana che annualmente ospitano centinaia di visitatori.
Cos'è che attrae gli italiani a Malindi? Un residente spiega “ Il clima e’ fantastico e il sole splende tutto l’anno. Il costo della vita e’ relativamente basso, al confronto dell’Italia, l’ambiente e’ amichevole. E’ un paradiso per rilassarsi e anche investire, oppure - per un pensionato italiano anziano - semplicemente passare i giorni serenamente”
LA STAGIONE "ALTA"
di Georg Von Eisen (geoferro03@gmail.com)
Coincide con quella del turismo di fine dicembre/primi di gennaio, ma non c’e’ solo quella.
Mentre molte giovani ragazze, anche ben educate o studentesse universitarie ne godono i frutti, visitando le zone costiere turistiche, non e’ così per le giovanissime, anche bambine che vivono nel profondo entroterra.
In quasi tutte le comunità locali, la fine d’anno coincide la “stagione” delle circoncisioni per i giovani e quella della mutilazione genitale (FMG) per le ragazze.
Nel distretto di Busia almeno il 96 % delle ragazze sono soggette al rito forzatamente, dai genitori o custodi, non ostante la legge che la proibisce con pene abbastanza severe che tuttavia non ha ancora fermato la gente nel praticarla. La legge che la vieta non e’ confacente con i sistemi sociali o le “culture” tribali ataviche di quasi tutte le tribù del paese, che continuano a praticarla, sovente tra l’indifferenza delle autorità.
Centinaia di altre riescono ad evitare la “stagione alta” rifugiandosi in centri d’assistenza condotti da alcuni ONG umanitari o missioni religiose. Nella zona - al momento di scrivere - 290 ragazze sono rifugiate nella scuola media di St. Mary Mabera condotta da dei missionari e altre116 nel ONG Komotobo Rescue Centre.
Dai primi di dicembre, nel distretto centinaia di ragazze sono gia state “tagliate” in barba alla legge. Una folla di facinorosi, armati d’armi tradizionali come machettes, spade, lance, coltelli, bastoni e mazze, forzava la polizia a rilasciare due donne arrestate, che la praticavano.
Un consigliere comunale locale difende la pratica dicendo che la Costituzione deve protegge le culture tradizionali” “ Il governo ci lascia circoncidere i ragazzi e non deve impedirci di creare una fonte di donne tra le quali potrebbero scegliersi le mogli”
In certe tribu’ l’uomo che sposa una non circoncisa e’ ridicolizzato alla moda di una specie di “cornuto” Tra le somale, “tagliate” al 90% la cerimonia ha anche connotazioni religiose.
La FMG e’ difficile da sradicare tra quasi tutte le etnie in Kenya. I sostenitori dicono che non “mutilano” le donne ma praticano solo una piccola incisione per rendere la ragazza una “donna” rispettabile e adatta al matrimonio. Purtroppo si riscontrano casi di dissanguamento e fatalità, ingiurie permanenti, abbandono dell’educazione, matrimoni e gravidanze precoci. I tradizionalisti spiegano che il “taglio” riduce la sensitività dei genitali della donna rendendola meno propensa ad indulgenze sessuali.
L’”operazione”dura meno di 30 minuti ma occorrono anche due mesi per guarire dalla ferita.
Nel mese d’ottobre 2011 il Parlamento approvava la legge contro la FMG decretando la pena di almeno sette anni di carcere per chi la pratica o la multa di Sh 500.000 ( euro 4.000). Chi ha causato la morte della vittima rischia l’ergastolo. Di recente nella Rift Valley 20 madri sono state portate in tribunale per aver forzato le figlie ad assoggettarsi alla pratica. Non è stato rivelata la condanna imposta. La pratica, ora fuorilegge, e’ confermata nei capitoli della nuova Costituzione che peró la permette - alle oltre diciottenni - se la richiedono volontariamente. Tra certe tribù la ragazza non circoncisa non trova marito.
La FMG e’ praticata in almeno 26 stati africani. Secondo statistiche ufficiali in Kenya (2007) il 35 % delle donne, dai 15 ai 49 anni sono sottoposte alla pratica.
TURISMO ALTERNATIVO A KIBERA
di Georg Von Eisen (geoferro03@gmail.com)
Sono sempre più visibili gruppi di turisti, carichi di costose foto camere, circolare tra le baraccopoli di Nairobi.
Sembra che i turisti ne abbiano abbastanza delle visite ai parchi nazionali e la bella vita nei lussuosi centri turistici, dove si dorme con l'aria condizionata e si mangia all'italiana.
Sentono il bisogno di portare a casa qualche foto della vera Africa.
Durante la severa carestia, nel distretto del Turkana, un'agenzia turistica portava in volo i turisti a Lokichogio, sul confine del Sudan, da dove erano trasportati in macchina a visitare i villaggi piú colpiti dalla fame.
A Nairobi esiste un’agenzia turistica dal nome "Kibera Tours" che porta i turisti in visita alla gran baraccopoli di Kibera. Un direttore spiegava: "noi crediamo che i turisti, dopo aver visto le bestie feroci nei parchi e assorbito il sole di Mombasa abbiano bisogno di vedere un po’ di "colore" locale da raccontare quando ritornano a casa"
Tra le attrattive di Kiberaspiccano le baracche di fango ai bordi della ferrovia, alcune con antenne televisive, cucine e bar all'aperto, sull'orlo delle fogne scoperte e le "toelette volanti" (sacchetti di plastica con feci umane fatti volare dalle case sulle montagne di rifiuti)
Kibera ospita circa 800.000 persone in una valle lunga tre chilometri e si dice che sia lo slum piu’ grande dell'Africa.
Quasi tutti i dignitari che visitano il Kenya trovano tempo per un giretto a Kibera, da Ban KI Moon a Meg Albright, Bill Gates, Gordon Brown, Serena Williams, Kofi Annan, vescovi e cardinali e tanti altri. La località fa parte del collegio elettorale del primo ministro Raila Odinga.
Gli operatori turistici riscuotono $30 a testa per una visita organizzata che comprende l'ingresso nelle baracche di un paio di famiglie, le quali approfittano di qualche donazione in contanti, vestiti, saponette ecc.
Non sono solo gli operatori turistici che guadagnano del "giro" di Kibera. Esiste una diecina di NGO's (organizzazioni non governative) che a - detta dei residenti - approfittano dei soldi donati fornendo scarsi servizi a costi esorbitanti. In effetti, gran parte delle donazioni sono da loro consumati in "spese di gestione" ovvero finiscono nelle loro tasche.
Il governo e l'agenzia UN - Habitat finanziano un progetto di riabilitazione di Kibera con la costruzione di abitazioni decenti a basso costo. Oltre 100 famiglie sono giá state rimosse dalle baracche. L'impresa è enorme e finora non sembra abbia effetto alcuno nel ridurre le dimensioni dello slum.
I "padroni" delle baracche resistono la mossa, facilitati da quelli che hanno ottenuto l'alloggio decente. Molti di questi prontamente lo sub-affittano a chi puó pagare e continuano ad abitare nelle baracche, che non rimangono mai vuote.
La soluzione sarebbe quella della distruzione in massa delle baracche, come praticata dal presidente Mugabe nello Zimbabwe.
Questo non è legalmente - e politicamente - possibile a Kibera. La verificazione della proprietà è un'impresa difficilissima.
dove la predominante comunità è di origine Nubiana che fu la insediata dal governo coloniale britannico come Communal Rights ovvero "Diritto Comune"
MALINDI vs ALBERIZZI: LE MAIL DEI LETTORI
"Ho cominciato a conoscere Malindi nel 1984 in vacanza con un amico che aveva una casa da 15 anni nella vecchia zona d’insediamento. Un po’ di tempo è passato ma ricordo che ero in vacanza, forse era il 2005 o il 2006 e già avevo passato 7 anni, i più belli della mia vita dalla fine degl'anni '80 fino al '97, come residente a lavorare presso La Malindina Hotel & Restaurant di Malindi. Ho dei ricordi meravigliosi di quel periodo, talmente tanto belli che ho continuato a tornare a trovare un po' di amici e a passare un po' di tempo libero sulla costa. Ricordo che nel '97 me ne andai per colpa delle bombe di Dar es Salaam e Nairobi. Sparirono tutti i turisti ovviamente come sparirono subito dopo la strage di Luxor nella valle delle Regine in Egitto. Ovviamente di nuovo il vuoto dei turisti. Io son stato sempre fortunato: ho chiuso tutto nella mia valigia e me ne partivo per altri lidi a cercare lavoro ma non tutti son fortunati come me. Ho visto ragazzi africani disperati senza un centesimo perchè l'unica fonte di guadagno che avevano era proprio il turismo. Alberghi chiusi, staff (europei e africani) licenziati...un disastro. Quando il famigerato giornalista, proprio mi pare nel 2006, raccontò di una rapina con spari, morti, fucili Kalashnikov, gente sventrata eccetera eccetera...mancavano i bazooka e i missili terra aria per completare un’immagine ben precisa di una Malindi che non è MAI stata così pericolosa come SEMPRE l’ha descritta il Sig. Alberizzi. Io capisco il bisogno di esser pubblicato, capisco il bisogno di esser pubblicato ed esser letto, ma decisamente ha sempre esagerato. Siccome il giornalista di cui parlo vive a Nairobi e Malindi è abbastanza lontanina dalla capitale, ha corrispondente e secondo me o lo deve cambiare oppure lui ci marcia sopra a tutte le storie che succedono perchè fuguriamoci se ci viene lui di persona a fare un’indagine. Ricordo di avergli scritto sul Corriere della Sera accusandolo di gonfiare a dismisura le notizie, di non essere per niente obbiettivo. Se avesse voluto parlare di bazooka e carri armati, la zona di guerra (allora credo fosse l’Afghanistan) era più indicata. Mi rispose una giornalista della Svizzera italiana, accusandomi di essere offensivo nei confronti di un giornalista di sicuro valore che era già stato in zona di guerra. Proposi di rimandarcelo ma forse, i sopraggiunti limiti d’età hanno fatto sì che l’editore lo “parcheggiasse” a Nairobi: grande capitale del Kenya, aria rarefatta, non proprio un pre pensionamento ma più facile scrivere da lì di sparatorie e rapine sulla costa o di cosa succede in Eritrea o in Somalia...da Nairobi...
E pensare che quando tutto questo gran discorso lo riferii al mio amico Freddie del Curatolo, giornalista free lands ora nuovamente in Kenya, lo difese e cercò di smussare il mio astio nei confronti di una persona che TROPPE volte aveva parlato malissimo di Malindi. Chissà, nella “casta” dei giornalisti forse usa fare così, ci si protegge, spalleggia, si tira l’acqua allo stesso inchiostro. Ieri però, ho sentito Freddie molto dispiaciuto, Freddie aveva veramente sempre portato rispetto ad un maestro (più che collega) ma si è visto bello sputtanato dal maestro tanto ammirato.
Io nel frattempo mi ero dimenticato del Sig. Alberizzi. Vi dirò, questa mia lettera è realmente poco più che dare importanza a qualcuno che non si dovrebbe sicuramente permettere di scriver male di Malindi ma sopratutto gli stiamo dando importanza perchè lo leggiamo e sprechiamo del tempo a scrivere su di lui: non lo merita... Forse sarà anche stato un gran giornalista ma stavolta (e non è la prima) ha esagerato e bisognerebbe fare qualcosa. Qualcosa di serio e reale, rivolgendosi a stituzioni sia del Kenya che Italiane. Non è che per il fatto che è stato un buon giornalista può fare quello che gli pare...non è mica Dio. E qualcosa la facciamo e questa volta ci mettiamo d’impegno, più impegno che la semplice rabbia di alcuni trentenni che stavano in un paradiso che è certamente più paradiso che Milano, Firenze, Roma, Napoli e anche di Cinisello, Scandicci, a Tor Bella Monaca, alla 147 o a Scampia.
Lo è ancora adesso, con o senza Sor Alberizzi".
Filippo Rosi
Rosada Beach Bar & Restaurant
Malindi
"Caro Freddie, ti leggo sempre con piacere. Mi puoi spiegare come mai nessuno ha ancora chiesto ufficialmente al Corriere della Sera di spedire Massimo Alberizzi da qualche altra parte? Con il suo atteggiamento puerile e palesemente provocatorio nei confronti di Malindi, luogo che com'è ormai noto non ama, da anni sta gravemente danneggiando l'incoming del turismo in questa cittadina. Propongo una class action dell'imprenditoria italiana a Malindi per chiedere a lui e alla proprietà del Corriere i danni di questa continua campagna denigratoria. Grazie dello spazio che eventualmente mi concederai".
Herbert
"...Alberizzi ha scritto che a Malindi ci sono frequenti attacchi ai turisti. Come sempre lancia il sasso e nasconde la pietra. Se ha dei dati e delle notizie precise, sulla famigerata "frequenza" ce li dia pure. Siamo tutti orecchi. Squallido e XXXXXX scrivano al soldo dei sensazionalisti. Speriamo lo pensionino presto...".
Rita
"Alberizzi, torna in Italia. Qui ci sono notizie degne dl tuo bieco giornalismo. Non sei obbiettivo perchè odi Malindi e gli italiani che ci vivono. Se ne sono accorti anche i tuoi colleghi. Non accetti mai un pensiero diverso e attacchi Malindi anche quando non centra niente. Non sai distinguere la microcriminalità da rapimenti, uccisioni e terrorismo. Ma il terrorista è lui che non perde occasione per massacrare Malindi gratuitamente. Complimenti per aver scritto l'ennesima non verità"
Siria Scrano
"E' tornato il giornalista che non vede l'ora che a Malindi ci sia un attentato, una uccisione, un rapimento. Godrebbe sicuramente come poche volte in vita sua. Purtroppo questo giornalista lavora per il quotidiano più letto d'Italia e gli hanno dato pure uno spazio sull'edizione online. Lui va al mare a Diani, a Lamu e come molti italiani di Nairobi ama parlare male di Malindi e degli italiani che ci vivono. Questa sua perversione personale gli fa addirittura scrivere balle. Tanto - pensa - chi viene fino qui a vedere se le cose stanno veramente così? Ogni volta che c'è una piccola rapina la ingigantisce, senza mai essere sul posto. Ha preso un collaboratore keniota che odia gli italiani più di lui e che più volte è stato richiamato anche dal Console Italiano per aver scritto sui giornali grosse castronerie, sempre a svantaggio della Malindi turistica. Noi sappiamo bene che a Malindi non è tutto rose e fiori, come non lo è in qualsiasi cittadina marittima e turistica del mondo. Ma il perché di questo accanimento non lo capiremo mai, se non con una bella diagnosi medica. Ma di uno bravo!"
TroisM
MALINDI vs ALBERIZZI: UNA LUNGA STORIA D'AMORE
di Freddie
RIASSUNTO DELLE PUNTATE PRECEDENTI: Massimo Alberizzi è un bravissimo ed esperto giornalista del Corriere della Sera, in età pensionabile. Da anni è inviato e corrispondente per l'Africa e fa base a Nairobi. E' stato l'artefice della liberazione di dipendenti dell'Agip in Nigeria da parte dei ribelli di quel paese, ha commentato il golpe in Liberia e parecchie guerre civili. E' stato rapito e poi rilasciato in Somalia, ha rischiato di morire in un tentativo di rapina a Nairobi. Per motivi un po' etici e per un po' di sano snobismo, detesta la Malindi italiana. Parlare male di Malindi, da chiacchera da bar di Nairobi, è diventato per lui un luogo comune. Un po' come dire "governo ladro".
Certo, lui ricorda la genesi della colonia italiana degli anni Settanta: gli scappati, gli inquisiti, poi i socialisti eccetera. Una delle sue "non verità" più celebri è che esiste un sito dove ci sono i nomi di tutti i pregiudicati che vivono a Malindi. Non esiste nessun sito con quell'elenco, ma a lui piace raccontare questa balla perché evidentemente lo diverte. Oggi, per carità, come in tutte le comunità italiane all'estero (Alberizzi probabilmente non è mai stato in Costarica, in Brasile, in Thailandia) anche Malindi ha i suoi ex galeotti, qualche uomo d'affari non proprio raccomandabile e via dicendo. Qui sono arrivati amici degli amici della banda della Magliana, qualche bancarottiere fraudolento, e diverse "teste di legno". Pensate che in giro ci sono perfino dei sampdoriani. Ma questo non vuol dire che sia un far west, che si viva senza legge e che non vi abitino invece tante belle e brave persone che fanno di tutto per condurre una vita serena e in sintonia con i kenioti (cosa che a Nairobi tra italiani e locali difficilmente avviene).
No, per Alberizzi Malindi è tutto uno schifo, così facciamo prima. Le quattro o cinque rapine all'anno diventano "frequenti attacchi ai turisti", considerando turista anche chi vive in ville da favola e tratta la servitù come nemmeno gli inglesi negli anni Venti. Considerando turista anche chi torna a casa e lascia sul tavolo la sua vincita al Casinò, che corrisponde a vent'anni dello stipendio di un houseboy. Considerando che molti di questi turisti, lettori del suo Corriere della Sera, comprano la villa a Malindi perchè se ne prendessero una uguale in località balneare In italia spenderebbero quindici volte tanto e sarebbero visitati da albanesi, rumeni e perché no, italiani, una volta al mese. Salvo avere porto d'armi, rottweiler e sistemi d'allarme peggio del Louvre.
Nella "pericolosissima" Malindi ci adattiamo con un maasai provvisto di arco e frecce come nell'Ottocento, abbiamo postazioni di sicurezza che farebbero ridere qualsiasi città italiana. Il porto d'armi non è diffuso e soprattutto, conosciamo i nostri polli e sappiamo che se non ostentiamo, se siamo gentili e rispettosi, se ricordiamo a noi stessi ogni mattina che siamo ospiti di questa terra e fortunati di goderne, sarà molto difficile subire una rapina con metodi violenti. A me più volte in vent'anni hanno rubato qualcosa. Non più tardi di due giorni fa un ragazzino è saltato dal muretto del retro e si è portato via il telefonino e le scarpe dell'houseboy...e ho dovuto ricomprargliele. Ad Alberizzi non importa sapere queste cose di Malindi, ha già le sue verità. Peccato, perchè persone che entrambi stimiamo lo hanno invitato più volte da queste parti, gli hanno raccontato, spiegato, mostrato la bella Malindi italiana. Al suo editore non interessano queste storie, basterebbe ammetterlo. Invece Alberizzi è talmente aziendalista (prossimo alla meritata superpensione) che continua a sostenere di sapere tutto di Malindi, pur frequentandola due giorni ogni due anni, soprattutto per mangiare gamberoni e aragosta. Io, ad esempio, non dirò mai di conoscere Nairobi come la conosce lui. E se lo considerò un posto orribile, me lo tengo per me.
PUNTATA ODIERNA: Sul portale, sono tornato a criticare Alberizzi giornalista per una sua affermazione all'interno di un articolo che riguardava la povera donna francese morta dopo essere stata rapita da criminali somali a Manda, nell'arcipelago di Lamu. Nel dire che Lamu e Kiwayu (posto assolutamente d'elite, frequentato da miliardari dove Alberizzi si fregia di essere stato...io maaagari!) prima d'ora erano stati sempre luoghi sicuri, il nostro fa un bel gratuito paragone con Malindi "dove invece sono frequenti gli attacchi ai turisti".
Il mio articolo è anche un atto dovuto dalle tantissime e-mail (più di trenta) che ho ricevuto dai lettori del portale.
in più ho allegato anche una lettera aperta del giornalista Bruno Angelico, direttore del quotidiano City, stesso gruppo editoriale del Corriere. A differenza di Alberizzi con Malindi, Angelico è una persona obbiettiva, che ha casa nella cittadina keniota e vi passa diversi mesi all'anno. E non ha nessun business e nessun altro motivo per difendere Malindi, se non la sua onestà intellettuale.
In aggiunta a ciò, ho inviato un mio messaggio personale a Massimo Alberizzi, sulla sua mail di Facebook.
Personale, intimo, dettato dall'istinto e dal rapporto di amicizia professionale che mi lega a lui.
L'ARTICOLO: Le truppe keniote sono in Somalia, la turista francese rapita a Lamu è morta per mancanza di medicine. C'è da parlare di problematiche con cui Malindi ha ben poco a che fare. Ma se sul Corriere della Sera scrive Massimo Alberizzi, che ha licenza di dire quel che gli pare sul Kenya come lo conoscesse meglio di chiunque altro, e soprattutto della costa su cui viene solo in vacanza e viene sempre trattato benissimo, c'è sempre spazio per lanciare una frecciata a Malindi. Nell'articolo che parla appunto della residente francese, Alberizzi lancia con perfidia che a Malindi "sono frequenti gli attacchi ai turisti". A parte che una cosa del genere, detta in un contesto in cui si parla di terrorismo è già quantomeno fuorviante, ma la notizia è anche palesemente falsa. A meno che per "attacchi" intenda le rapine nelle case, in cui si racimolano due telefonini, spiccioli di euro e qualche braccialetto. Quest'anno si sono contate sulle dita di una mano e sono quasi tutte viziate da situazioni particolari. Dov'è la frequenza? Secondo voi noi di Malindikenya.net siamo di parte? Sentite cosa scrive un autorevole collega di Alberizzi, il giornalista Bruno Angelico, direttore responsabile di City, gruppo Rcs come il Corriere della Sera.
"Scusa Massimo, leggo sempre i tuoi articoli su una zona del mondo troppo dimenticata e che amo in modo particolare. Oggi, nel pezzo a pagina 17 del Corriere della Sera sulla sfortunata turista francese uccisa dalle milizie somale, fai però un riferimento a Malindi come località dove “gli attacchi ai turisti sono frequenti”. Non so che informazioni tu abbia, ma chi scrive frequenta Malindi da oltre dieci anni (come molti altri italiani) e non mi pare che questi “attacchi ai turisti” siano poi così frequenti (non più che a Milano, per non dire Napoli o qualsiasi altra città nel mondo). La gente di Malindi è nella stragrande maggioranza socievole, disponibile, lavoratrice, pur vivendo in una situazione difficile come quella africana. E vive principalmente di turismo. Scrivendo cose simili con leggerezza non fai che danneggiarla. Con immutata stima". A parte la stima, siamo completamente d'accordo con lui.
APRITI CIELO!: La risposta di Alberizzi non si fa attendere. Il giornalista del Corriere scrive in privato a Bruno Angelico e mi mette in copia.
Ciao Bruno, ti ho cercato ieri al telefono, ma senza successo.
Conosco bene Malindi e conosco bene Lamu, e li amo anch’io. Scusa, ma In tema di sicurezza i due villaggi sono completamente diversi. Immagino che anche tu conosca Lamu. Io sono stato anche a Kiwayu (nei bungalow non ci sono neppure le porte) e ho dormito a Manda, all’aperto, in una villa accanto a quella di Marie.
A Nairobi (ora sono in Italia) ho anche l’elenco “ufficiale” degli attacchi ai turisti. Certo, molti sono assalti per catenine o cellulari. Peccato che Freddie si scordi di dire che si tratta di rapine a mano armata con un coltello puntato alla gola. Non sono esperienze del tutto entusiasmanti per un turista.
Poco meno di un anno fa in pieno centro a Nairobi (certo non a Malindi) sono stato assalito, mi hanno rubato la borsa con i computer.
C’è stata una sparatoria: morto un ladro e morto un poliziotto.
Francamente a Napoli e a Roma non mi è mai successo. Lo so che potrebbe accadermi domani in piazza San Pietro, ma a Nairobi, ne converrai, è molto più frequente.
(Ndr. Ma che c'azzecca Nairobi con Malindi? E' come se stessimo parlando di sicurezza a Fregene e Alberizzi mi viene a dire di essere stato scippato a Castellamare di Stabia...boh?)
Ecco comunque la lettera che ho postato a Freddie.
Ci tengo che la legga anche tu
Un abbraccio con grande affetto
Massimo
Freddie Del Curatolo era un giornalista della Provincia di Como. Poi si è rotto le scatole della città, ha piantato tutto e si è trasferito armi e bagagli a Malindi, dove gestisce un portale, http://www.malindikenya.net/.
Ultimamente malindikenya.net ha criticato un mio articolo sulla morte in prigionia di una donna francese rapita da criminali somali a Lamu, a nord di Malindi
http://africaexpress.corriere.it/2011/10/a_lamu_marie_dedieu_la.html
Quel mattacchione di Freddie, mi ha anche scritto una mail: eccola
"Ciao Massimo!
Hai nuovamente cagato fuori dalla tazza, come dicono a Cambridge. Con la tua affermazione di una leggerezza che non ti si confà (a Malindi sono frequenti gli attacchi ai turisti) ti sei di nuovo rivoltato residenti e villeggianti contro. Sto ricevendo valanghe di mail di gente che se ti incontra per strada, stavolta, non ti stringe di certo la mano. Proprio nell'anno del record negativo di rapine a Malindi...le rapine per portare via un telefonino, due lire vinte al casinò, un braccialetto...gli unici episodi di "attacchi" ai turisti.
Da collega ti dico che stai invecchiando.
Da amico, ti dico invece che a volte sei proprio uno stronzo."
E questa la mia risposta.
Caro Freddie,
tu facevi il giornalista e conosci perfettamente la differenza tra propaganda e informazione. Tu fai propaganda, io informazione. Sei bene che nell’articolo sulla morte di Marie Dedieu non si parla di terrorismo – come tu sostieni - ma di feroce criminalità comune.
Ovvio che hai pubblicato la mail di Bruno Angelico, ma non pubblicherai le due che ti mando qui sotto: ripeto tu sei pagato per fare propaganda e io per fare informazione.
Ognuno ha il suo padrone: io i miei lettori, tu i tuoi editori che, guarda caso, hanno interessi ben precisi per difendere Malindi e la sua rispettabilità. Lascio perdere gli insulti, che forse ti faranno guadagnare qualche punto in più al loro cospetto. Li vedo già che ti battono una pacca sulla spalla: “Bravo: gli hai detto il fatto suo a quel mascalzone (che poi sono io)". Ahi, cosa si fa per guadagnarsi la pagnotta.
Ovvio anche che non mi daranno la mano a Malindi, lo so già. I tuoi amici, però. Non i miei, che non solo mi daranno la mano, ma mi saluteranno con affetto e mi inviteranno a casa loro a cena, senza avvelenarmi. E mi forniranno anche le notizie necessarie a scrivere i miei pezzi. Non so che farci se non ti piacciono, Freddie.
La mia risposta sul merito, l’affido invece a un paio di email che mi hanno mandato i miei lettori. Scommettiamo che non le pubblicherai mai su Malindi Kenya?
Ecco la prima delle mail. Si intitola, “Il solito Freddie”:
"Caro Massimo, leggo solamente adesso le farneticazioni di Freddie su "Malindikenya.net" dove critica il tuo articolo che racconta della turista francese morta durante la prigionia. Ma questo "pirla" sa leggere? A casa sua, a Malindi, dopo il tramonto, tiene le porte di casa spalancate, o come tutti noi paga il servizio di sicurezza dalle 6 di sera alle 6 di mattina? Dopo il tramonto passeggia per le strade tranquillo e indisturbato? Ha mai sentito parlare di assalti alle case dove oltre a rubare tutto quello che possono poi picchiano i malcapitati?
Si è forse già dimenticato che lo scorso settembre a Diani è morto un uomo che, dopo essere stato rapinato lo hanno massacrato di botte? Sicuramente Freddie, come tutti quelli bene informati (che a me fanno sempre una gran impressione!!!), diranno che sotto c'era una "qualche storia poco chiara". Rimane il fatto che "il tizio" è morto.
Mi rendo perfettamente conto dello sforzo che tutto lo "staff" di Malindikenya fa per cercare di promuovere il turismo a Malindi e dintorni, ma non si può non guardare in faccia la realtà e non porsi delle domande sul futuro. Non si possono edulcorare le notizie o pubblicarle parzialmente.
Ti faccio l'esempio dell'incendio di un paio di settimane fa dove sono bruciati 1 albergo e 260 abitazioni di turisti. Sul sito di Freddie la conta dei danni si è fermata ad 1 albergo e 40 case. E non è la prima volta. Per sapere come erano andate veramente le cose sono andata a vedere il sito "portalekenya" e facebook.
Vai avanti così che noi siamo dalla tua parte, cioè dalla parte della verità.
Un abbraccio”
(NDR. Massimo non mette nome, iniziali...potrebbe essersela scritta da sé, ma ci sta benissimo che sia vera, intendiamoci. Così come può essere vero che Facebook e un blog ne sappiamo più del sottoscritto...che era sul posto)
Guarda un po’, Caro Freddie. Eccone un’altra:
“Noto con piacere che Lei è interessato alla situazione e posizione degli Italiani a Malindi.
Negli ultimi tempi la situazione sta decisamente degradando, concordo con Lei che Malindi non è più una meta idonea per investimenti, il malaffare e gli abusi sono all'ordine del giorno. In attesa del suo prossimo articolo Le porgo distinti saluti.”
A Malindi ci vengo poco, Caro Freddie, anche se, tu lo sai, ho il mio ristorante preferito, il mio bar preferito e tanti amici. Per andare al mare preferisco Watamu, Diani, le spiagge di Mombasa o, prime fra tutte, Kiwayu. Kiwayu è splendida, ma, secondo te, dopo il rapimento della signora inglese e l’omicidio del marito devo scrivere che il posto è sicuro e che quello è solo un incidente?
Ciao Freddie, guardati allo specchio stasera, prima di andare a dormire. E pensa a me.
Alla prossima
Massimo
E perché mai non dovrei pubblicare tutto quel che scrive il caro collega Alberizzi? Lui è un signore...mi definisce mattacchione! Mica "a volte un po' stronzo" come l'ho definito io...(cosa di cui chiedo scusa, anche se ho specificato che era rivolto a quella particolare situazione e considerando un certo rapporto sincero e guascone che c'è da anni tra noi).
Quindi da mattacchione scrivo e dico quello che mi pare anche perché a differenza sua, e di quel che ha scritto a Bruno, io non ho padroni, se non la mia coscienza. Anche in questo caso, come nel caso di Malindi, Massimo è male informato. E anche in privato si mette a fare i confronti tra il barbaro omicidio e rapimento di Kiwayu e le collanine delle signore bene di Malindi.
Il fatto è che quel "signore" di Massimo Alberizzi ha pubblicato il nostro carteggio privato sul suo profilo Facebook (si vede che non credeva così fortemente che non avrei pubblicato nulla...bravo Massimo, dimostri di conoscermi bene!) ma senza la mia risposta finale.
Ma Alberizzi è nel giusto, quindi può farlo...
La differenza sostanziale tra me e Massimo è che lui non vede l'ora di poter godere quando per caso verrà versato del sangue italiano a Malindi. Perchè è un giornalista di guerra, di intrighi, che ha il male radicato nel modo di pensare. Mi immagino già l'articolo...
Questo mondo diventa sempre più violento e in Kenya la differenza tra ricchi e poveri è sempre più marcata, questa è la verità. Vediamo almeno a Malindi di dimostrare non solo ad Alberizzi che si riesce a vivere in una dimensione più umana. Per rispondere allo sconosciuto che mi definisce "pirla"...io a casa mia chiudo la porta solo prima di andare a letto, cosa che a Milano, a Como e nelle altre città italiane in cui ho vissuto non ho mai fatto. Se poi devono arrivare i somali, gli ugandesi, i bergamaschi o i rompicoglioni che si devono lamentare di qualcosa a tutti i costi...che arrivino pure. Le mie idee non cambieranno. Malindi fondamentalmente è un luogo pacifico.
LA RISPOSTA DI FREDDIE AD ALBERIZZI: Caro Massimo, come nel caso di Malindi e in pochi altri casi in cui l'irruenza di grande (ex) inviato di guerra e situazioni critiche ti sale alla testa, sei male informato. Io non sono al soldo di nessuno, se non della mia coscienza, perché da più di un anno il portale malindikenya.net è unicamente mio. Non mi paga nessuno per andare avanti ma grazie ai miei 1500 lettori circa al giorno riesco a farlo da solo. Come sempre butti nello stesso calderone Nairobi e la Somalia con Malindi. Pubblicherò tutto, caro Massimo. Anche alcune delle trentaquattro mail che mi sono arrivate contro di te (quelle meno cariche di insulti gratuiti, che peraltro non condivido). Ma io lo farò aggiungendo nome e cognome dei firmatari, previo loro consenso. Perché non sono solito inventarmi niente, non sono pagato da chi deve fare sensazione per vendere copie.
Inutile dire che la querelle tra me e te è squisitamente di tipo "professionale", mentre a livello umano rinuncio a capirti, dato che continuo a stimarti per le cose che hai fatto e scritto in passato.
A Malindi non servono gli specchi, ho talmente tanti amici che mi basta confrontarmi con i loro occhi.
Ti stimo come giornalista (a parte la questione Malindi) e ti considero anche un amico, e da amico ti ho dato dello "stronzo", ma palesemente per questa particolare situazione. Se l'hai presa come un'offesa generale o come un insulto gratuito, di questo mi dispiaccio e ti chiedo scusa. E mai avrei voluto renderla pubblica. Ciao
LE MAIL: Tengo le mail giunte in redazione per la prossima puntata, ho chiesto a chi le ha scritte di poter citare i loro nomi o almeno iniziali o riferimenti. Se mi daranno il loro benestare, pubblicherò degli stralci.
Alla prossima, caro collega che ce l'ha con Malindi!
P.S. A molti lettori del portale questa querelle avrà annoiato almeno quanto sta già annoiando me, ma amo troppo Malindi per non difenderla da chi gratuitamente la denigra. Anche a costo di passare dalla parte di chi un giorno avrà torto. A tutti gli altri chiedo scusa per aver dato troppa importanza a chi non la merita, a scapito di Malindi, del Kenya e dei tanti argomenti edificanti di cui solitamente mi occupo.
Freddie del Curatolo
MALINDI VICE?
di Georg Von Eisen (geoferro03@gmail.com)
In data cinque ottobre, il quotidiano pubblicava un rapporto dell’ex ambasciatore americano Bill Bellamy, originato nel 2005, sotto il titolo di “Malindi Vice” dove con un’iperbolica tuonata l’ex diplomatico descriveva Malindi come un paradiso tropicale mafioso, dove circoli criminali e trafficanti di droga regnano supremi, con politici, amministratori, polizia corrotti e il governo che chiude un occhio sulle attività dei criminali espatriati.
Fa stupire che il “Daily Nation” abbia pubblicato la storia di Bellamy, vecchia di sei anni, che non rappresenta la situazione attuale di Malindi. Si tratta evidentemente di un caso di “zavorra editoriale” Bisogna pur, in qualche modo, riempire le pagine.
Uno dei paragrafi più divertenti e’ quello che dice “ La maggioranza dei giovani locali sono disoccupati perché - dovuto alla loro credenza islamica - risentono di lavorare nei numerosi hotel dove si consumano bevande alcoliche e si mangia la carne di maiale. Ne risulta che i giovani ricorrono al crimine e droga con la complicità della polizia. I giovani disoccupati, oltre che a consumale la droga si dedicano a venderla alle diecine di migliaia di turisti che affollano Malindi”
L’ex ambasciatore non spiega se l’uso e il traffico di droga, da parte dei giovani mussulmani, sia permesso e non proibito, come la birra o la bistecca di maiale. Se così è ci inchiniamo davanti alla sua profonda conoscenza del Corano.
Nella sua “geremiade” anti italiana Bellamy darebbe ad intendere che a Malindi solo gli italiani trafficano la droga o sono fuggitivi dalla giustizia, ma più avanti, bontà sua, concede che ci sono anche altri “europei” implicati.
Gli americani, che a casa loro finanziano e armano il traffico di droga con il Messico, non sono menzionati. Ci farebbe credere che a Malindi e dintorni non n’esistano alcuni o se ci sono dedicati ad insegnare la Bibbia e propagare il cristianesimo “evangelico”, una loro invenzione. Oppure, il traffico di Malindi “diretto” dagli italiani e praticato dai beach boys sulle spiagge o dalle ragazze nelle discoteche vale talmente poco, in termini di dollari, che non merita la pena occuparsene.
Sarebbe interessante sapere dell’esistenza - in termini numerici - di una comunità USA a Malindi e dintorni. Nella cittadina d’Eldoret, dove il redattore risiede, c’e’ ne sono un’ottantina che “lavorano” in diversi NGO (organizzazioni non governative) dai titoli difficili da interpretare.
LA MALINDI PORTOGHESE
di Georg Von Eisen (geoferro03@gmail.com)
(tratta dal Daily Nation)
La cappella e il pilone di Vasco da Gama - il navigatore portoghese - furono da lui costruite nel 1498, un anno dopo il suo arrivo a Malindi.
Si dice sia la piú antica chiesetta cristiana costruita in Africa Orientale ed è ora denominata St. Francis Xavier Chapel ed è gestita dalla diocesi cattolica di Malindi. Vasco da Gama vi seppellì, nel giardino, due dei suoi marinai.
Fu costruita per servire 60 fedeli che allora costituivano tutta la popolazione cristiana della costa dell'Africa Orientale. Nel terreno esistono altre lapidi di defunti una delle quali porta il nome di Charles Arnold Frank Mathews, il figlio di Canon Mathews - un pioniere della coltivazione del tè in Kericho - che era andato a Malindi nel 1868 in vacanza e moriva annegato nuotando nel mare. Vi è pure sepolto il primo Commissario Distrettuale di Malindi - J. Bell - morto nel 1894. Oggi giorno nella cappella si celebra annualmente una messa in memoria di San Francesco Saverio e occasionalmente un servizio funebre per alcuni coloni britannici dell'era coloniale, la seppelliti. Inoltre si celebra anche qualche matrimonio tra coppie - anche famose - in visita a Malindi.
Vasco da Gama vi arrivò nel 1487, con quattro navi, dopo che aveva ricevuto un'accoglienza ostile dal re di Mombasa. Invece quello di Malindi "re" Kilwa, - acerrimo nemico di Mombasa - lo ricevette con entusiasmo. Costruì - davanti al palazzo reale- il pilone commemorativo del suo arrivo dopo un anno di residenza. Si dice che il pilone, con la croce cristiana, eretto nel centro del villaggio mussulmano di Shella non fosse gradito dagli abitanti e fu rimosso ed eretto nella località presente nel 1512. Re Kilwa, benché fosse mussulmano, trattò Da Gama molto amichevolmente e gli fornì quattro guide per il suo viaggio in India, intrapreso allo scopo di commerciare le spezie orientali.
Da Gama - dopo un anno - ritornava a Malindi con quatto caravelle e 200 tonnellate di spezie da portare in Portogallo.
I portoghesi, dopo aver fatto di Malindi il loro quartiere generale, nel 1593 occuparono Mombasa costruendovi Fort Jesus, quasi 100 anni dopo la prima visita - allora mal accolta - di Vasco de Gama.
BAMBINI IN PRIGIONE
di Georg Von Eisen (geoferro03@gmail.com)
Solo in quella femminile di Langata (Nairobi) c’e’ ne sono almeno sessanta sotto i quattro anni d’età, parecchi sono nati in prigione.
Raggiunti i cinque anni sono separati dalle mamme che devono badare a mandarli fuori della prigione, generalmente dal genitore, fratelli o sorelle – se esistono – oppure a stare con parenti generosi.
Le mamme paventano l’arrivo di questa data. Maria ha 30 anni e ne sconta 16 condannata per aver ucciso il marito e commenta << << Ho bisogno della compagnia della mia bimba che comunque sta meglio con me in prigione che non in casa di parenti. Poi c’e’ sempre il pericolo che i bambini subiscano abusi o vengano addrittura uccisi da quelli che cercano vendetta per il mio crimine >>
Dietro i muri della prigione, i bambini giocano sulle altalene, frequentano la scuola materna e circolano liberamente tra le prigioniere –700 in numero - come se si trovassero tra una gran famiglia e si danno l’impressione che le celle siano parte della casa di famiglia.
Secondo la governante della prigione, i bambini hanno un effetto calmante sulle prigioniere e le inducono inconsciamente a sperare nel futuro, imparando qualche nuovo mestiere nella scuola della prigione ed a curarsi dagli abiti pericolosi che le hanno portate alla condanna. I bimbi sono benvoluti dalle altre detenute come se si trattasse di loro figli e in genere offrono solidarietà alle mamme.
La giornata dei bambini consiste nella levata, appello, colazione, scuola e giocare nei cortili. Però soffrono della mancanza di contatto col mondo esterno, non vedono le strade affollate, il traffico o gli animali.
La governante insiste che i bimbi nella prigione di Langata si godono la fanciullezza come quelli fuori delle mura. Ricevono educazione scolastica, medicine, libri e materiali didattici dati gratis dal governo e qualche regalino da parte delle agenzie di soccorso, come quella della << Prison Fellowship International >> che e’ più di quello che la media di quelli fuori delle mura ricevono.
Tuttavia – all’infuori di Langata – molte prigioni minori non sono attrezzate e mancano di personale qualificato per curarsi dei bambini o delle madri che li aspettano. Il partorire in prigione – specialmente nei penitenziari di provincia – non e’ un’esperienza felice. Generalmente le partorienti sono portate alla clinica più vicina, - a volte distante - e corrono il rischio di partorire prima dell’arrivo. Ritornate in prigione con il bimbo ricevono poca assistenza post natalis e si affidano all’attenzione e aiuto delle compagne di prigione gia’ più sperimentate.
Un recente rapporto delle Nazioni Unite indica che nella maggioranza degli stati africani i bambini in prigione sono “invisibili” alla giustizia di stato e di conseguenza ignorati dai servizi sociali.
LA PANACEA DI KILIFI
di Georg Von Eisen (geoferro03@gmail.com)
Se la natura ha deciso di favorire l’area costiera del Kenya avrà avuto le sue buone ragioni.
I locali hanno bisogno di un trattamento speciale viste le abitudini di vita piuttosto rilassate che hanno, clima a volte torrido e umido,l’indulgenza verso copiose libagioni di mnazi (una sorta di vino tratto dalle noci di cocco) ed una certa refrattarietà al lavoro.
Questo trattamento speciale e’ fornito da una pianta dalle straordinarie capacità curative,che cresce nella zona di Kilifi allo stato selvaggio e porta i nomi di neem, mille o mwarubaini.
La pianta era introdotta sulla costa dall’India nel diciannovesimo secolo. I locali giurano che può curare 40 malattie da qui il nome Kiswahili di Mwarrubaini.
Nel 1955 uno studio di ricerca locale corroborava la tesi che i derivati della pianta, denominata anche “la farmacia del villaggio” contengono proprietà antibatteriche, funghicide, antivirali, antiulcerali, antimalariche oltre che a sostanze immunologiche e afrodisiache.
Se i residenti della costa godono delle proprietà curative del Mwarubaini, altre regioni seguono a ruota con diversi intrugli tradizionali, specialmente tra i poligami, che in passato si potevano permettere anche 60 mogli. Per adempire ai “doveri coniugali” si aiutavano con degli infusi d’erbe. Non tutti i figli procreati erano da loro concepiti, ma forse la maggioranza lo era.
Gli infusi preparati dagli erbalisti nel nord - quelli che noi chiamiamo stregoni - servivano anche a curare il diabete, ipertensione, artrite, ulcere, infertilità e altro.
I Luhya - per aumentare il libido - usano un intruglio chiamato mukombeera e tra i Lou ogombeera. Tra i Kikuyu le donne usano le foglie di muthakwa o marika per fermare le emorragie causate alle ragazze durante la mutilazione genitale (FMG) Altre erbe popolari sono la muthuthi per il mal di ventre e artrite, la thugunui per il verme solitario, la mutamayu e’ un specie di “aspirina” che cura tutti i dolori.
L’uso d’erbe e piante medicinali sta avendo ufficialmente una rinascita in Kenya, dopo anni d’abbandono in favore delle medicine scientifiche. Si sono formate delle iniziative come quella del dottore Jack Ghitae di Nyeri con la sua “ Scuola di Medicina e Tecnologia Alternativa “ che sta commercializzando non solo medicine erbali ma anche cosmetici e bevande prive di effetti nocivi collaterali.
L’uso delle brodaglie locali non e’ solo prerogativa dei “nativi”. Negli anni ’60 un colono bianco -originario del Sud Africa - teneva nel suo ranch (allevamento di bestiame) vicino a Nanyuki, una specie di “harem” composto da 25 capanne ognuna contenente una donna locale tutte di tribù diverse. Il kaburu (boero sud africano) faceva largo uso di stimolanti erotici provvedutegli dal leggendario mundu mogo (stregone) Kikuyu - Boronene Githenji Kaboci - di Rumuruti che si dice sapesse anche curare l’epilessia.
IL COSTO DELLA SPOSA
di Georg Von Eisen (geoferro03@gmail.com)
La pratica di “comprarla” è comune in molte parti del mondo.
Tra gli indiani del Kenya peró è la famiglia della sposa che paga quella del futuro marito che assicura la donna di godere certi privilegi e di non essere totalmente dipendente dal marito. Inoltre, dato che le donne sono numericamente superiori degli uomini, si cerca di invogliarli a prendersene una seconda o anche una terza. Tra gli africani sono gli uomini che "comprano" la moglie rendendola proprietà del marito che sovente - specialmente nei villaggi rurali - la riduce a poco piú di una "bestia da soma". È qui opportuno citare una donna britannica sposata con un africano: "Da noi la moglie conta solo dopo le capre" In Kenya le norme del pagamento variano da un tribù all'altra.
I Kikuyu sono i piú taccagni ad estrarre il piú possibile dal pretendente la mano della ragazza, che vale in proporzione del livello dell’educazione che possiede. Come si sa il Kikuyu adora la "grana" piú di tutti gli altri. Si dice che per confermare se un "Kamau" è vivo o morto basta gettargli addosso uno scellino.
Tra la gente educata la somma di Sh 100.000 (euro 800) è abbastanza comune ma recentemente ci sono stati dei casi del valore di Kshsh. 500 mila fino ad un milione (euro 4.000 / 8.000) I Maasai tengono il secondo posto dietro ai Kikuyu. Normalmente non richiedono pagamento in denaro.
La loro ricchezza consiste nel numero dei bovini - o capre - che possiedono. Non ci sono limiti minimi fissi.
Tra di loro tutti sanno quanti capi di bestiame la famiglia del pretendente possiede. Su questa base si mettono d'accordo sul numero dei capi che domandano. Tra i Luhya bastano circa Sh 30.000. (euro 240) I Kamba sovente si soddisfano di 10 capre che costano circa Sh 500 (euro 4) ciascuna. Anche i Luo sono poco esigenti. Sovente si accontentano dell'offerta di due vitelli del valore di circa Sh 10.000 (euro 80 )
I Giriama della costa non domandano alcunché. Invece sovente offrono un pezzo di terra. I Kalenjin non hanno domande specifiche. Il prezzo è stabilito a seconda della capacità finanziaria della famiglia dello sposo. La zona migliore per sposarsi a "buon prezzo" è tra i Turkana. Il posto piú caro è nel distretto di Kiambu, tra i Kikuyu, vicino a Nairobi, Chi scrive non è a conoscenza - di prima mano - delle modalità in vigore per i matrimoni bi-colore.
Non sembra esistano statistiche in merito, ma la pratica è abbastanza comune in Kenya e non solo nella zona costiera.
In questi casi le “tariffe” tribali sono moltiplicate per un congruo “coefficiente della pelle bianca”
LA CONSERVAZIONE AL BAR
di Georg Von Eisen (geoferro03@gmail.com)
Dalle mie parti gli espatriati sono di maggioranza britannica, americana, tedesca, e scandinava. Io sono l'unico italiano della provincia.
Al circolo del golf si divertono a "tirarmi la gamba" (pull my leg) ogni volta che la Ferrari o gli "azzurri" fanno cilecca oppure quando - come sovente capita - appaiono sui giornali locali dei nuovi “bunga-bunga” del Cavaliere nostrano. Inoltre ad ogni notizia di un incidente negativo a Malindi e dintorni danno automaticamente la colpa agli italiani. Esiste un altro "circolo" non registrato, che partendo da casa mia va nella shamba (tenuta agricola) di un mzungu (tizio dalla pelle bianca) che alleva le giraffe. Questo ha una nipote a Watamu – sposata con un italiano - che cura le tartarughe marine, a sua volta imparentata con un'altra di Diani che "conserva" le scimmie Colobus. Il giro, prima di ritornare ad Eldoret, passa da Karen il sobborgo "perbene" di Nairobi dove uno zio delle prime alleva i piccioni viaggiatori.
Tutti questi sono dei "patiti" della conservazione della fauna selvaggia, una nobile vocazione. Personalmente allevo solamente cani, gatti, bipedi pennuti e nella shamba, ovini, capre e bovini. La mia prima esperienza in Kenya, nella protezione della specie, avveniva in una farm (cascina) vicina alle foreste dell'Aberdare, di proprietà di un italiano, decorato con la croce di ferro - non mia - ma dei tedeschi, dopo la battaglia di Tobruk nel 1942. L'azienda agricola portava il nome di Colobus Ltd. Qui le scimmie omonime numerosissime ricevevano più protezione che non i lavoratori locali. Tempo fa, su questo portale – come sempre solo in lingua italiana - era pubblicata la storia del pitone di Mambrui, ucciso e mangiato da "Alex & Co”. Venne da me incautamente raccontata al circolo. Questo indusse i membri del club, con l'ausilio di generose offerte di Tusker baridi, (birra fresca) a domandarmi un intervento per chiarire le circostanze del presupposto "crimine ecologico" commesso dal sopra nominato, da loro ritenuto automaticamente un italiano. Il mio impegno per scovare l'entità etnica di "Alex" presso gli ambienti ben informati di Malindi faceva cilecca. La notizia del “crimine” dal circolo - attraverso la shamba delle giraffe - era passata alla signora delle tartarughe in località “paradiso” di Watamu e da qui girata a Diani a quella delle scimmie “colobus” Tutti i soprannominati “addetti ai lavori” promettevano vendetta contro “Alex & Co” che pero sembra non abbia prodotto risultati tangibili. In assenza d'ulteriori conferme la mia partecipazione al caso, con i membri del circolo, risultava negativa – eccetto che per la birra – ed era archiviata.
PAPA' E NONNA OBAMA
di Georg Von Eisen (geoferro03@gmail.com)
OBAMA PADRE
Nato da famiglia povera sulle sponde del lago Vittoria, ha vissuto ad alta velocità ed e morto miseramente.
Intelligentissimo ed altamente educato otteneva l’apice della sua carriera intellettuale nella Harward University in America con una laurea “ cum laude”
Sempre ben vestito faceva la figura di una persona di successo.
E' stato il primo studente africano all’Università di Miami. Alto di statura e piuttosto scuro di carnagione si vantava dei suoi successi intellettuali ma rimaneva patriotticamente africano. Manifestava il desiderio di ritornare in Kenya per aiutare la transizione dalla cultura d’usi e costumi tribali in una d’economia moderna.
Durante gli sudi all’università delle isole Hawaii sposò l’americana Ann Durham, la quale ignorava che il coniuge fosse gia maritato in Kenya con due figli a carico.
Il matrimonio finì in divorzio nel 1961.
A quel tempo il futuro presidente Barack era gia nato (dalla stessa Durham ) quando il padre andava a Cambridge per ottenere un’altra laurea in economia ( master degree)
Qui incontrò un’altra americana, Ruth Nidesand, che accettò di accompagnarlo in Kenya nel 1965 dove si sposarono e vissero insieme per sette anni.
Una relazione piuttosto turbolenta.
Obama senior era descritto come un uomo affascinante, generoso e intelligentissimo ma anche imperioso e crudele con l’abitudine di vanagloriarsi del suo intelletto e benessere economico.
In Kenya otteneva un buon impiego - da parastatale - come un economista di valore ma era malvisto dai colleghi per la sua ossessione per belle donne “caucasiche” e apparente benessere, (tra i locali chi sposa un caucasico e’ automaticamente considerato un benestante. Ndr)
La crisi nella sua vita capitava nel 1970 quando era un alto burocrate nel Ministero delle Finanze. Qui pubblicava un’analisi critica della politica economica del paese dal titolo “Il Socialismo Africano e la sua Applicazione nella Pianificazione del Kenya”
Il documento era autorevole nel quale Obama Sr. criticava la condotta adottata nelle nazionalizzazioni delle corporazioni statali e il modo in cui le usavano per patrocinio politico. A quel tempo - durante il regime di Moi – era anatema parlare di socialismo o criticare il governo specialmente da parte di un alto burocrate statale.
Il rapporto causava allarme nei corridoi del potere dove lo si accusava di insubordinazione e disrispetto delle autorità. Di conseguenza Obama era presto licenziato e discendeva in un periodo di forte depressione e alcolismo aggravato dal collasso del matrimonio con Ruth Nidesand.
Disoccupato e incapace di reagire positivamente ai suoi problemi, morì nel 1982 - a soli 46 anni - in un incidente stradale mentre ritornava da una nottata di baccanale alcolico.
OBAMA NONNA
Prima che il nipote Barak Obama diventasse il presidente americano – nel 2008 – la nonna, Sarah Obama, viveva tranquillamente nel povero villaggio di Kogelo, poco distante dal lago Vittoria.
Negli ultimi due anni da quando il nipote Barack e’ diventato presidente la sua vita si e’ complicata enormemente e il polveroso villaggio di Kogelo e’ diventato un’attrazione turistica. Pochi giorni dopo l’elezione le strade del villaggio furono riparate, l’acqua potabile restaurata, la corrente elettrica installata, la casa recintata e un posto di polizia installato. Incominciavano ad arrivare frotte di politici, giornalisti, ambasciatori, cameraman delle televisioni, turisti, parenti lontani e dignitari tribali.
Ora dopo l’uccisione di Osama bin Laden la vita della vecchia nonna si e’ aggravata pericolosamente. Si temono delle rappresaglie contro i famigliari di Barak Obama da parte di terroristi islamici che vogliono vendicarsi dell’assassinio del loro capo. Un attacco contro mama Sarah sarebbe una notevole vittoria dei terroristi - contro il presidente Obama - che aveva autorizzato l’eliminazione di bin Laden personalmente.
Ora la nonna vive in quasi solitudine. Le misure di sicurezza di 24 ore il giorno, hanno decimato le visite d’amici e parenti e non può piu’ andare al mercato a vendere le verdure che coltiva nel suo giardino.
I visitatori, anche se invitati, devono essere approvati dal capo della polizia locale e sono regolarmente perquisiti all’entrata del recinto. Quando esce di casa e’ scortata da poliziotti armati in borghese anche quando il venerdì si reca alla locale moschea che e’ tenuta sotto sorveglianza speciale.
Nonna Sarah ha anche ricevuto l’attenzione dello sceicco miliardario Sulaiman al Fahim – il padrone della squadra di calcio del Manchester City, che sponsorizzava il pellegrinaggio alla Mecca di nonna Obama nel 2009. Anche la Great Lakes University americana la onorava con una laurea Honoris Causa in letteratura. La nonna sa appena scrivere il suo nome e poco di più. Per causa di tutte queste vicende l’economia del villaggio di Kogelo e’ in ascesa con il costo dei terreni costruibili saliti alle stelle.
SE AVETE FAME, MANGIATE I TOPI!
di Georg Von Eisen (geoferro03@gmail.com)
In Kenya si soffre ancora di carestia specialmente nelle zone aride del nord. Circa 1.3 milioni d'abitanti soffrono la fame.
Entrando nell'essenza del problema - con il tatto di un buffalo in calore - il rubicondo vice ministro R.G, tramite i media esortava il popolo keniano ad abbandonare le diete tradizionali ugali na sukumawiki (polenta e cavoli)ed emulare giapponesi, cinesi e altri adattandosi a mangiare cani, gatti, topi, formiche, lumache, vermi, rettili, scimmie, rane, asini, cammelli ecc.
Un interlocutore informava il vice ministro che quando i granai sono vuoti anche i topi se ne vanno, seguiti da gatti, cani, scimmie e via di seguito. Una notizia preoccupante, apparsa sui giornali, parla di scimmie che attaccano donne per strada mentre portano a casa il mangiare raccolto dai centri di distribuzione. Altrove sono stati notati casi d'attacchi alle abitazioni da parte di scimmie femmine - con la prole in groppa - mentre il maschio montava la guardia.
In seguito alla castronata dell'On ministro, la scrittrice Rosemary Muganda le indirizzava una lettera aperta, che merita di essere qui riassunta, dal titolo: On. R.G. SIAMO TROPPO AFFAMATI PER ANDARE A CACCIA DI TOPI. << Scrivendo di recente notavo che la vita in Kenya, nonostante tutto, puó anche essere divertente. All’istante arriva in scena il vice ministro R.G. che, con profonda conoscenza della cucina internazionale, mi causava un attacco del "Ballo di San Vito" Immediatamente ricordavo la storia di Maria Antonietta, moglie di Luigi XVI di Francia che esortava i sudditi affamati, che domandavano il pane, di mangiare invece dei biscotti. La popolazione si ribellava dando via alla rivoluzione francese del 1789, Antonietta e il marito finivano sotto la ghigliottina, che oggigiorno non è piú in uso, per buona ventura del nostro On ministro.
Dalle foto di scheletri umani che si vedono, è improbabile che capiti una rivoluzione come in Francia. Gli affamati sono troppo deboli perché si ribellino, per gli altri, che hanno da mangiare, la rivolta non interessa molto.
La proposta di R.G. è fasulla perché presume che gli affamati, per esempio della Coast Province, abbiano soldi per comprare dai Turkana o dai Rendile, anche loro affamati, asini e cammelli da macellare. Se li avessero non soffrirebbero la fame oggi.
In questo paese, l'emergenza della carestia e la domanda d'aiuti sono annunciate durante dei suntuoso banchetti nella loggia presidenziale. I partecipanti vi arrivavano con un convoglio di macchine oscenamente costose, il costo delle quali sarebbe stato sufficiente a finanziare un impianto d'irrigazione >> Rosemary Muganda terminava con una domanda al vice ministro << Data la magnitudine del problema ci può informare se nel paese esistono topi a sufficienza per dar da maangiare tutti? >>
NERO...COME IL PETROLIO!
di Alessandro Veneziani
Qualcuno poteva pensare che l’insediamento alla casa bianca di Barack Obama, potesse migliorare anche la situazione della sua terra d’origine.
Sarebbe singolare se l’uomo più potente del mondo, avesse anche la capacità di cambiare la mentalità degli affari pubblici Kenioti.
Gli interessi politico economici, ed il comportamento “ambiguo” del governo keniano, hanno frenato il Presidente che forse, proprio per il suo 50 % di sangue Luo, si trova in una situazione d’imbarazzo.
Anche in occasione del G8 dell’Aquila, Obama non ha risparmiato accuse verso il governo dello stato africano, che ha poi ancora più duramente criticato, nel corso della successiva visita nella capitale del Ghana.
Così che, tutto ciò, divide anche i possibili e probabili legami affettivi territoriali.
L’ultima campagna elettorale Keniota, appoggiava il suo programma su due priorità;
la riforma costituzionale e la lotta alla corruzione.
Recentemente si è votato per la nuova costituzione!
Bene!
Ma ancora non basta!
Siamo all’inizio di un cambiamento, oppure è l’ennesimo atto di aggiustamento politico?
Come se non bastasse il malgoverno, la corruzione e tutte le altre situazioni che incidono sulla salute Africana, le grandi multinazionali, approfittano di questo disordine organizzato per cercare di costruire l’economia mondiale.
Come possiamo pensare di interferire a vantaggio di banalità quali sono la povertà, la miseria e la malattia???
Impossibile!!!
La prima guerra del golfo, scatenata per ragioni d’ interesse innegabilmente legati all’oro nero,
ha portato ad una condizione di politica globale in cui ancora oggi ci troviamo a temerne le conseguenze.
Nessuno ne può porre rimedio !?!?
Eppure, nel secolo dove le grandi religioni rischiano di scontrarsi,
per poi incontrarsi scoprendo di essere più vicine di quanto potessero immaginare.
Negli anni dove i cardinali di Roma, aprono alle moschee in Italia.
Nell’epoca in cui anche la grande e potente chiesa cattolica si apre all’ipotesi di altre forme di vita extraterrestre nell’universo, per poi però, chiudere le porte del vaticano all’immigrazione,
immaginando che, in nome di Dio e dello spirito cristiano, i governi accettino ogni forma di clandestinità.
Redditi economici, religiosi e anche privati, fanno si che gli interessi verso le popolazioni indigenti di tutto il mondo, vengano retrocessi a semplici ed inefficaci parole di commiserazione.
La verità è diversa, dovremmo tutti imparare che “Action speak more than a word !!”
Così che, in questo periodo storico, le grandi incognite del continente nero,
sono gentilmente cedute ad associazioni private, quasi tutte annunciate come Onlus e quasi tutte, senza scopi lucrativi….
Persone comuni, che impietosite dalla situazione di indigenza, scoperta forse per caso,
si dedicano a difendere e a cercare di costruire la dignità umana, al posto di chi,
pur essendone preposto, vive nel lusso raccontando di carità cristiana.
L’Africa non è territorio di conquista, l’Africa è povertà, l’Africa è…problemi…
Non riusciremo mai, senza un’ aiuto elevato ad estirpare la fame e la miseria!
Un’ aiuto autorevole che possa influire sulle decisioni globali,
e se non sarà sufficiente un Presidente di Colore, occorrerà un’altra persona stimata,
che abbia voce in capitolo e che sia veramente ascoltato dalle masse, qualcosa di nero e potente come il petrolio…
ma forse, passerà ancora molto tempo prima di vedere un …..Papa Nero…..
LA CARTA MAGICA
di Georg Von Eisen (geoferro03@gmail.com)
La mia tessera - di una nota testata keniana in lingua italiana - e’ usata in varie attività pseudo giornalistiche a nord dell'equatore, come segue:
All'annuale fiera agricola. Quest 'anno c'era anche il Presidente Kibaki. Mi davano un posto nella "tribuna stampa" vicino al Commissario Distrettuale. C'era poco da vedere eccetto i quadrupedi e altri animali domestici, oltre che gli ultimi modelli dei trattori agricoli Ford, New Holland, Fiat, Same e M.F,che oggi giorno nessuno compra. I contadini locali sono nei guai, per il basso prezzo che ricevono per i prodotti agricoli, l'alto costo dei fertilizzanti e del carburante agricolo. Con la telecamera mi era possibile scusarmi col Commissario Distrettuale, dicendo di andare in macchina a prendere la batteria di scorta, e quindi "tagliare la corda" prima dell'inizio dei tradizionali interminabili discorsi.
partecipare a funzioni sociali o sportive all'esclusivo "Golf Club" senza pagare la "temporary membership" (iscrizione temporanea) e altre come l'annuale raduno del "EAWL" ( Lega Donne Africa Orientale) dove si pappano dei deliziosi pranzetti) Il "WKMRC" (circolo automobilistico) e altre manifestazioni sportive, specialmente d'atletica. L'ultima dimostrazione importante é stata quella della giornata promozionale del prodotto "farmaceutico" Trust. (profilattico o condom)
L’altra settimana, all'Hotel Sirikwa andava in scena la competizione per scegliere le candidate al titolo di Miss Kenya 2011,regione North Rift Province. Questi concorsi si svolgono in tutte le province che devono presentate una candidata per ogni distretto, scelte nelle parate distrettuali.
Mi presentavo alla funzione come "Corrispondente Speciale della Stampa Italiana" esibendo la tessera con a tracolla una telecamera. Immediatamente ero reclutato come uno dei giudici della sfilata. Come residente della zona da lungo tempo, mi riconoscevano una certa attitudine nel giudicare l'avvenenza femminile locale.
Come tutte le altre attività in Kenya, anche questa era basata sugli equilibri tribali, ovvero occorre far partecipare una ragazza per ogni gruppo etnico dei distretti rappresentati. In questo caso il gruppo includeva una rappresentante Turkana, Pokot, Nandi, Algeyo, Marakwet, Tugen, Samburu, Elgon Maasai, Kipsigis, e altre per un totale di 13 concorrenti.
In queste manifestazioni - ora molto comuni in Kenya - le ragazze non sfilano in costume da bagno, (a 2100 metri sul mare fa troppo freddo) ma si esibiscono con vestiti di "moda" africana ma senza le tradizionali cianfrusaglie tribali come gli anelli di filo di rame od ottone al collo, le gonne di pelle di capra o le piume di struzzo in testa. Sfoggiano invece abiti occidentali "da sera" abbastanza eleganti, scarpe con tacco a spillo, sono tirate a lucido come se lavate con il detergente "Omo" e sfilano con la tipica grazia delle gazzelle africane. Il tutto era fornito dagli "sponsors" locali tra i quali vi partecipava un "italiano" dal nome Nabeel Moshe Josir di Modena, dove gestisce un negozio di suppellettili d'alta moda.
Altro notabile presente nella giuria era un "settler" (ex colono) boero, rampollo della nota famiglia dei Kruger. Fino all'indipendenza questa regione, Uasin Gishu, era l'epicentro dei coloni "kaburu", ovvero contadini Sud Africani, nonché un "missionario" evangelista tedesco. Da quel che si dice, è un noto esperto e coltivatore dell'estetica femminile tropicale, che dopo l'inno nazionale conduceva l'inevitabile preghiera propiziatoria.
L'apparire delle ragazze sulla passerella era accolta da ululati dei "tifosi" locali, con accompagnamento di musica rompi timpani. Dopo l'annuncio della vincitrice del concorso, la cerimonia terminava con i soliti prolissi discorsi delle autorità e politici del luogo. Tutti i "giurati" erano invitati alla "discoteca" celebrativa serale, per un'altra dose di cacofonia musicale.
In queste e altre sfilate di ragazze africane non si può non notare la grazia "felina" che esibiscono, accompagnata da un'attitudine di sorridente allegria, al contrario delle loro "consorelle" che sfilano sulle passerelle della gran moda occidentale. Queste ostentano la faccia seria, quasi imbronciata, come si vergognassero dei costosissimi abiti che esibiscono.
A pensarci bene forse lo fanno con ragione.
VIAGGIO IN "PULLMAN"
di Georg Von Eisen (geoferro03@gmail.com)
Durante un viaggio a Kisii - per una consulenza tecnica con una fattoria del tè - il furgone che portava l'attrezzatura si guastava e localmente non si trovavano i ricambi.
Decidevo di andare a Nairobi - con mezzi pubblici - per spedire i ricambi lasciando i due dipendenti a curarsi del veicolo nell'officina della fattoria.
Kisii è una zona fertile popolata di belle ragazze ma anche da streghe, stregoni e piromani - sovente nelle notizie - e di zanzare di dimensioni…aeronautiche.
Localmente non mancano i mezzi di trasporto: dai famigerati matatu ai pullman da 60 posti (estensibili a volontà dell'autista) Decidevo di viaggiare con il "Gusii Express Deluxe". In Kenya l'ora di partenza dei mezzi pubblici è facoltativa. Dipende da quanto tempo occorre per riempire il veicolo. Attendo chiacchierando con l'autista che sta sbafando le succulente banane della zona. Chi aveva gia consegnato il bagaglio non può cambiare idea per prendere un altro mezzo. Gli dicono che la chiave del bagagliaio è "persa" e bisogna aspettare fino a Nairobi per il duplicato.
Finalmente si parte alle 10.30, con sollievo di quelli che erano già a bordo provenienti da Homa Bay sin dalle 6.30 am. Dopo 100 metri la prima fermata. L'autista e il bigliettaio contano e ricontano i soldi, sembra ci sia qualche disguido. A Kuembu salgono a bordo due venditori di canna da zucchero, molto ricercata a Nairobi. La scorta era finita e scendono a terra per prenderne un'altra fascina. A Keroka salgono a bordo due ubriachi, nessuno si lamenta. A Sotik il mezzo lascia la strada "buona" per Kericho, e imbocca quella per Narok che è piú lunga e piena di buche. Nessuna spiegazione è dovuta. I lavori in corso tra Kaplong e Bomet promettono un viaggio piú comodo, la prossima volta.
A pochi km da Naro scoppia una gomma posteriore. Trattandosi di gomme appaiate l'autista annuncia << hakuna matata >> (nessun problema) si continuerà con quella rimanente a velocità ridotta. In città si perde un mucchio di tempo mentre il controllore della ditta dei trasporti verifica ripetutamente le ricevute in consultazione con il bigliettaio di bordo. La gente incomincia a brontolare senza che nessuno ne faccia caso.
Alla fermata di Junction un uomo si sveglia e domanda se siamo a Naivasha dove deve scendere. Tra le risate generali lo informano della deviazione presa verso Narok invece dalla rotta normale.Nessuno l' aveva informato e lo fanno scendere perché ha già esaurito il costo del biglietto.
Da Mai Mahiuin avanti la strada - sulla famosa salita della Chiesetta degli Italiani - é buona e presto si arriva sulla doppia carreggiata di Limuru. Finora abbiamo sopravissuto a 5 controlli della polizia stradale nei quali si trattano degli affari tra l'autista e i poliziotti. La fermata di Uthiruè importante. Da quando siamo entrati in piena Kikuyuland (la terra dei Kikuyu) ad ogni fermata, tutti quei che hanno dei bagagli, scendono per assicurarsi che le loro valigie non prendano delle strade diverse.
Finalmente alle 18,30 circa, arriviamo a Nairobi. I passeggeri, già in ritardo, si precipitano fuori dal mezzo scaricando galline, banane, verdure, canne da zucchero, pannocchie e sacchi di altri prodotti agricoli e io tiro un grosso sospiro di sollievo.
Come esperienza non è stata male, ossia siamo arrivati tutti di un pezzo. Come sono le cose oggi? I matatu sono sempre diabolici, la polizia corrotta. Eccetto che sulle rotte maggiori le strade secondarie sono peggiorate, gli incidenti e i morti aumentati. Gli autopullman di linea sono però migliorati. Si può viaggiare da Nairobi a Mombasa o Kampala con l'aria condizionata, e la toeletta a bordo. Chi viaggia di notte rischia moltissimo. Sono aumentati i casi di pirateria stradale con passeggeri derubati e donne violentate dai banditi, sovente in divisa della polizia.
Si consiglia di non mangiare niente di quello che è offerto a bordo dai venditori. Si sono registrati dei casi dove la gente è stata addormentata dai sonniferi contenuti nelle vivande e poi derubati. Sovente i banditi armati salgono a bordo come dei normali passeggeri per poi colpire in luoghi disabitati. Altrimenti è stata una buon'occasione per conoscere da vicino il Kenya dal punto di vista dei locali.
LECCORNIE D'AFRICA
di Georg Von Eisen (geoferro03@gmail.com)
Nelle regioni del lago Vittoria le piogge stagionali sono in arrivo, In quest'ambiente il clima é quasi torrido ed umido, che causa le prolungate "sieste" così amate dai residenti locali dopo il consueto "pranzo" di polenta bianca (ugali) con contorno di cavoli bolliti o spinaci.
Quel che migliorerebbe questa dieta piuttosto magra, sarebbe l'addizione di qualche condimento grasso e in questa stagione ci pensa "domineddio" ovvero la natura. Con le piogge lunghe arriva la stagione delle locuste.
Una volta considerate il flagello dell'Africa, ora sono state contenute in misura accettabile e contribuiscono stagionalmente un supplemento di proteine a buon mercato, nella magra dieta dell'africano comune.
In tutto il Kenya del nord e Uganda del sud, sono considerate una prelibatezza, e quando in stagione, le vendono dappertutto: nelle strade e mercati, sulle entrate delle banche, uffici, chiese, scuole, mezzi pubblici ecc. Come in città arrivano i venditori, cessano le attività normali. La gente accorre come al passaggio del presidente della repubblica. Per mangiarle sono fritte brevemente, nel loro grasso, e divorate integralmente, dagli occhi all'intestino, compresi i contenuti interni.
La raccolta delle locuste non è facile. Tutti gli anni parecchi incauti perdono la vita, generalmente per strisciare - pancia a terra nell'erba alta - ignorando la presenza dei serpenti velenosi. Altri si gettano in fronte alle automobili che arrivano a fari accesi e sovente vi finiscono sotto.
Tuttavia la rivoluzione tecnologica è arrivata anche qui. Un inventore locale ha messo insieme una trappola per locuste, consistente di quattro pezzi di latta montati attorno ad una lampada a petrolio e un vaso di vetro.
La "vendemmia" delle locuste fornisce lavoro casuale a parecchia gente. Oltre che a raccoglierle occorre pulirle, rimuovere le ali e friggerle.
Che gusto hanno? Chi le ha assaggiate dice che gustano come i gamberi. Stranamente la gente del lago le mangia allegramente, ma non osa toccare i frutti di mare dello stesso gusto. Un'altra "manna" dal - cielo simile alle locuste - arriva tutti gli anni in stagione e località differenti. Si tratta delle formiche bianche volanti (termiti) che emergono a milioni dai formicai all'inizio delle grandi piogge. Questa raccolta dura brevemente. Sono chiamate "cumbe-cumbe" e gustano come le locuste.
Vanno benissimo come condimento dell'universale polenta. Non tutte le tribú residenti, come i "wazungu" (bianchi) apprezzano il gusto o le qualità nutritive di questi insetti che la natura provvede, eccezion fatta per i missionari residenti a lunga ferma, che vivono in postazioni remote.
É il caso di ricordare il vecchio detto pseudo latino: De gustibus….
Provare a raccontare ad un africano che i francesi mangiano le rane, e gli italiani, i serpenti, ovvero le anguille! Nella shamba (tenuta agricola) - dove chi scrive lavorava - sovente si uccidevano dei scimmioni. La maggioranza dei lavoratori era della tribú dei Kiksigis - noti per mangiare quasi tutto quello che si muove - ma davanti all'offerta di uno scimmione dicevano: << Hapana bwana huyo ni mutu >> ( no padrone, quello è un uomo)
LE IMPRONTE GENETICHE
di Georg Von Eisen (geoferro03@gmail.com)
Ce ne sono rimaste molte in Kenya sin dell'era coloniale con oltre 80 mila settlers (coloni) britannici residenti. Molti giovani ufficiali dell'amministrazione coloniale - scapoli - erano dislocati in zone remote. Si dice che alcuni stabilivano delle specie di harem fuori dei recinti delle bome (centri amministrativi)
Poi - nel 1941 - arrivavano alcune migliaia di prigionieri di guerra italiani internati per tutto il paese. Uno dei quali confinato in Laikipia - zona a prevalenza etnica Maasai - diceva : << Só bbone le massaie >> L'ultimo contributo degli italiani si dice avvenisse - sempre in zona maasai - durante la costruzione dell’ acquedotto di Nol Turesh dal monte Kilimnjaro a Kajiado.
Per i Maasai non sono cose nuove. Ancora oggi molti esibiscono "il naso romano" fattura genetica ereditata dai loro antenati che abitavano le zone del fiume Nilo quando l'imperatore Nero mandava una legione a scoprirne le fonti. Questi passavano alla storia con la leggenda della "legione perduta" I legionari soccombevano al "mal d'Africa" e invece di ritornare s'integravano con i maasai del luogo che ancora oggi si portano nel sangue tracce di impronte genetiche "romane"
La zona di Nanyuki è ancora oggi terreno fertile per la la "semina" d'impronte genetiche da parte di migliaia di Johnnies (soldati britannici) che da anni arrivano per compiere esercitazioni militari.
Altri che badano a lasciare in Kenya le loro impronte genetiche, sono i marinai americani durante le numerose visite a Mombasa della flotta USA che opera nell'Oceano Indiano. In particolare sono in vista i marines e i Peace Corps che in qualche caso hanno attirato l'attenzione dei media locali.
Anche i missionari - di tutte le nazioni che operano nel paese - contribuiscono ha lasciare in giro le impronte genetiche dell'uomo bianco, anche se in misura minore.
Ci provano anche gli israeliani della ditta di costruzioni H.Young & Co che nella zona di Kakamega – dove lavorano – hanno provocato una dimostrazione pubblica. Sono accusati di sedurre ragazze – anche minorenni – e abbandonarle incinte.
Infine arrivavano i cinesi, che dopo essersi accaparrati tutti i maggiori contratti d'ingegneria civile ora ci provano anche con iniziative di tipo "sociale"
È la storia della ragazza ventenne keniana Patricia N….quando - sulla strada di Thika in costruzione - accettava un passaggio su un camion guidato da un cinese. I due si scambiavano nomi e numeri telefonici. Due mesi dopo la ragazza rimaneva incinta. L'uomo dal nome Zhuwang gli mandava col cellulare Sh 2.000 (euro 16) per farla abortire ma i genitori si rifiutavano. Intanto il cinese spariva dalla circolazione e il tentativo di rintracciarlo presso la ditta Shengli Enginnering falliva.
La ragazza dice di non avere avuto alcuna assistenza dalle autorità che a loro volta dicono di non poter intervanire essendo legalmente una maggiorenne.
La ditta Shengli Eng. ha offerto Sh 600.000 (euro 5 mila) per assistere nell'allevamento della bimba ma la madre dice che è troppo poco e domanda Sh 5 milioni (euro 42 mila)
L'ambasciata cinese dice di non essere a conoscenza della vicenda e di non conoscere l'uomo.
La famiglia continua a cercare Zhuwang e Patricia dice: << Lo posso individuare in una folla. È piuttosto tracagnotto e panciuto con la fronte inclinata al basso e ha un dente molare rotto >>
Auguriamo alla bimba di crescere bella e affascinante come la super modella Naomi Campbell anche lei - si dice - di gene afro-cinese.
DOPO LE CAPRE, LA MOGLIE
di Georg Von Eisen (geoferro03@gmail.com)
"Da noi la moglie viene solo dopo le capre" (detto da una donna bianca accasata con un africano).
Molto è stato scritto sui matrimoni misti, le diversità intellettuali, gli scontri delle culture ecc. Anche il quotidiano <<The Standard>> ci prova sul tema delle dure tribolazioni nelle quali incappano le donne straniere, venute in vacanza, per poi sposare un africano e finite metaforicamente nella brughiera.
Le donne menzionate dal giornale sono tedesche, non piú giovani e piuttosto slargate. Arrivate in Kenya soccombevano al "mal d'Africa " sentimentale, e si accasavano con un "fusto" locale, verosimilmente attratte dalla reputazione che - a torto o ragione - l'uomo africano si porta sulle spalle, della dovizia nel settore degli organi riproduttivi.
Quel che queste femmine non hanno compreso è che l'africano è essenzialmente un "animale poligamo" di tradizione preistorica, quando l'uomo era il padrone di tutto il creato, e la donna creata da una sua costola di ricambio. Considerata da allora come un ricettacolo per la riproduzione della specie, usate e abusate fino ai nostri giorni. Questa è la "cultura" della famiglia africana dove il figlio maschio ha precedenza sulla sorella in tutte le manifestazioni sociali, e la poligamia, largamente praticata e accettata socialmente e legalmente.
Le "nibelunghe" teutoniche - abbastanza coraggiose da raccontare le loro vicende ai giornali - si credevano genuinamente innamorate con gli africani che avevano coniugato. Evidentemente erano, e molte lo sono ancora, ignoranti del dogma fondamentale africano che dice: <<l'amore è una prerogativa dei ricchi che non possiamo permetterci. A noi basta "mangiare" >> L'altra credenza dell'africano è quella che il "muzungu" ( il bianco) è automaticamente un riccone da sfruttare e il conquistare una delle loro donne è il massimo della gratificazione terrestre che gli può capitare. La sua stima nell'ambiente tribale cresce enormemente, così pure la prospettiva di una vita agiata. Tuttavia, archiviato il vantaggio economico, l'uomo africano è soggetto da parte del suo ambiente a forti pressioni per prendersi un'altra moglie, questa volta autoctona e quasi sempre vi soccombe, non senza ragione. I figli madoadoa (meticci) - se ci sono - non sono sufficienti a soddisfare le tradizioni tribali inerenti alla procreazione della razza.
Le donne "accalappiate" non sanno niente della posizione sociale dell'innamorato che generalmente proviene dalle classi piú povere del paese. Archiviata la parte fisica dell'unione, ora il "marito" si concentra sulla parte economica, ossia i soldi, della moglie che secondo la tradizione gli appartiene come le vacche o le capre, anche se non abbia sborsato al padre della "ragazza" la "bridal price" (prezzo della sposa)
Questi cacciatori d'epidermidi bianche, migrano dall'interno verso i centri turistici in numero notevole. Cosi pure le donne del nord in cerca di "affari del cuore tropicali"senza preoccuparsi di studiare usi e costumi locali, prima di entrare a testa bassa nelle capanne di fango e di sterco bovino o "manyatte" che siano.
Non ho intenzione di condannare l'uomo africano "per se"Ho visto un numero di matrimoni misti con la coppia apparentemente felice e i bambini ben integrati. Quel che capita tra le mura domestiche si può solo immaginare. Forse l'uomo - secondo l'innata tradizione - picchia la donna, quando gli pare e piace, oppure lei, che detiene il portafoglio, la fa da padrona? In ogni caso applausi alle signore che hanno avuto il coraggio di raccontare le loro storie ai giornali, dopo che avevano trovavano poca consolazione da parte dei connazionali o dalle rispettive burocrazie.
In conclusione avrebbero dovuto studiare la vera natura dell'uomo e della società poligama in Africa magari guardando verso il sud, dove Sua Maestá Re Mswati, dello Swaziland, ha diritto di portarsi a letto qualunque donna del regno che gli viene in mente.
LA GIORNATA DI UNA DONNA AFRICANA
di Georg Von Eisen (geoferro03@gmail.com)
Si è da pochi giorni celebrata la "festività" del “Giorno Internazionale della Donna” istituita cento anni orsono da qualcuno con delle buone intenzioni.
In Kenya, nei centri urbani importanti, si tengono delle conferenze con discorsi di prammatica alle quali partecipano le donne delle classi medio-alte locali e le espatriate di turno.
Le cerimonie finiscono con delle feste serali o “parties” dove non manca ogni "Ben di Dio". Quante di queste persone si rendono conto o s'interessano della vita giornaliera delle donne di campagna?
Per l’occasione - l’anno scorso - un giornale locale mandava un inviato ad intervistare una coppia che vive in zona rurale. Il marito Mr. Jumass Kasibure, accondiscendeva ad essere interrogato come segue:
<< Di che cosa si occupa nella vita? << Sono un piccolo contadino << Quanti figli ha? << Ne ho messi al mondo otto, ma adesso ne rimangono in vita solo cinque. << Sua moglie lavora? << No, qui le donne non trovano lavoro. << Cosa fa in casa la moglie tutto il giorno? << Si alza alle cinque, va al fiume a prendere l’acqua, munge le vacche e le capre, prepara la colazione, poi ripulisce la casa e dintorni. Quando ha finito porta le bestie al pascolo vicino al fiume, dove fa il bagno ai bambini e attende al bucato. Mentre questo si asciuga si da fare nel campo dove coltiva delle verdure e un p'ó di granoturco. Tiene d’occhio I bambini che a loro volta attendono agli animali. Quando il bucato é asciutto s'incamminano verso casa, raccogliendo la legna per il fuoco, che serve a cuocere il pasto di mezzo giorno. Nel pomeriggio continua a lavorare nel pezzetto di terra. I bambini aiutano nel portare le bestie a casa di sera, e con la mamma continuano a cercare la legna per cucinare. << Che cosa fa lei mentre la moglie e cosí indaffarata? << Vado dai negozi al centro, o in cittá con il matatu dove c'é sempre qualcosa da vedere, si trovano amici e si discutono gli affari della giornata o la politica. << Cosa altro fa la sua donna? << Una volta la settimana va al mulino per macinare il granoturco. Si porta dietro delle banane, pomodori e verdure da vendere ad altre donne, poi ritorna a casa con la farina. Infine prepara la il pasto serale. << Lei che cosa fa nel pomeriggio? << Al centro si beve qualche birra in compagnia. << Da dove vengono I soldi per la birra? << Di qua e di lá. Qualche volta vendo un vitello, una capra o una gallina, oppure prendo qualcosa dei soldi che la moglie ha guadagnato vendendo le verdure. << Cosa fa verso sera? << Vado a casa per la cena, e poi a dormire. << E la moglie? << Lei ha ancora molto da fare con i bambini, dei quali tre vanno alla scuola del villaggio. Poi c'é da lavare le stoviglie, dare uno sguardo agli animali, mettere i bambini a letto ecc. << In principio lei diceva che sua moglie non lavora. << Esatto, qui e impossibile per una donna trovare un lavoro, quindi se ne sta a casa.
STOVIGLIE AGLI AFFAMATI
di Georg Von Eisen (geoferro03@gmail.com)
Non passa un mese in Kenya, senza che siano segnalate nuove zone dove incombe la carestia e la fame.
Questa piaga sta diventando quasi endemica nelle zone aride e semiaride. Tra le piú affette si annoverano i distretti del Turkana, Pokot, Baringo, Mandera, Wajir, Isolo, Marsabit e altri.
L'ultimo serio allarme (gennaio '11) era suonato dall'UNCHR (L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) riguardo alla scarsità di cibo per i 130.000 rifugiati a Kakuma nel Turkana e i 82. 700 a Daadab nel Garissa. I campi dei profughi in Kenya non sono la responsabilità` del governo, ma delle Nazioni Unite.
Per le altre zone sono di solito gli NGO (Organizzazioni non Governative) a portare i primi soccorsi.
Recentemente si apprendeva dalla stampa locale che anche la linea aerea parastatale "Kenya Airways" entrava nello spirito umanitario in soccorso delle popolazioni bisognose nei distretti di Wajir e Mandera.
In "prima visione" il Daily Nation, sembrava contenesse uno sbaglio madornale. Per chi non l'avesse notato viene qui ripetuto: "Airline donates 40 tonnes of cutlery to charity" (La linea aerea dona 40 tonnellate di stoviglie ai bisognosi)
Come ha potuto una compagnia aerea minore accumulare 40 tonnellate di posate, cucchiaini, forchette, bicchieri, piatti, scodelle, tarine ecc? Forse erano solo quattro le tonnellate?
Non c'era nessuno sbaglio, l'articolo pubblicato lo confermava : " Dal corrispondente del Nation".<< La Kenya Airways donava ieri 40 tonnellate di stoviglie all'Agenzia per lo Sviluppo Integrato delle Zone Aride. Secondo la direttrice delle Comunicazioni Corporative la signora Catherine Muigai, le stoviglie donate sono state usate regolarmente a bordo dei velivoli della Kenya Airways. La Compagnia, d'accordo con la Barclays Bank, trasporterà le stoviglie fino alla base dell'organizzazione a Mandera. Cosi diceva la Muigai che continuava: "La linea aerea é impegnata ad assistere le istituzioni caritative."
Il redattore commentava: <<Il presidente dell'Agenzia, spiegava che le stoviglie saranno distribuite nelle scuole, dispensari e case private nel distretto di Mandera e a Wajir. Presenti alla cerimonia della donazione erano il segretario dell'Agenzia e il Direttore Generale della Barclays Bank>>
E` risaputo che i distretti di Mandera, Wajir e dintorni soffrono quasi perennemente di siccità e carestia. Possiamo immaginare la "gioia" di quelle popolazioni nel ricevere i "generosi" doni di piatti vuoti, cucchiai senza minestra, scodelle senza latte, coltelli senza carne da tagliare, forchette senza niente da inforcare, bicchieri da vino, dove anche l'acqua e scarsa, taurine vuote ecc.
Che bel gesto da parte dei braccini corti della Barclays Bank - non nota per donare generi alimentari - nel procurare quattro o cinque autocarri da 10 tonnellate di portata, per distribuire 40 tonnellate di "non cibo" senza domandare ai recipienti se hanno il conto corrente con la Barclays - cosa che domandano sempre prima di muovere un dito- Rimane ancora il dubbio sulla quantità - o il peso - degli "aiuti" donati a meno di mettere in dubbio la credenza della più gran banca del paese. Finora nessuno ha spiegato se dopo aver donato piatti e taurine vuote le faranno seguire con qualcosa per riempirle.
NEI DINTORNI DI MALINDI
di Georg Von Eisen (geoferro03@gmail.com)
La zona è abitata prevalentemente dalle etnie Giriama e Mijikenda.
Secondo il "luoghi comuni" che datano dall'era coloniale i Giriama - come tutti i costali - hanno gran parlantina, sono indolenti, indisciplinati e poltroni. Ambiscono di sedurre una turista bianca che gli dará da mangiare per sempre. Altrimenti dormono sotto una pianta di noce di cocco aspettandone una che gli cada vicino.
La credenza nella stregoneria, streghe e maghi è fortemente radicata tra i Giriama, Mijikenda e altri che risiedono in maggioranza nei distretti di Kilifi e Malindi, cosí pure i codici di vita tradizionali come al seguito:
Infedeltà coniugale. Gli anziani della tribúhanno un codice speciale per risolvere i casi d'infedeltà coniugale, tra i quali - secondo il protocollo tribale - gli anziani discendono sull'abitazione del colpevole e gli "sequestrano" il bovino piú grosso e domandano d'essere serviti di un pasto speciale servito con abbondanza di mnazi ovvero vino di palma di cocco. È generalmente saputo che tra i wazee (anziani) che siedono in giudizio c'è ne sono alcuni che non sono ancora stati "beccati" in “delicto flagrante”
Nel caso della donna adultera tocca a lei, completamente nuda, preparare e servire il pasto. Ora, date le condizioni sociali cambiate, non tutti posseggono capi di bestiame, nel qual caso una multa di Sh 30.000 (euro 270) puó bastare. Tra i Giriama, specialmente nelle zone turistiche, non sono rari i casi che il marito incoraggi la moglie a "tradirlo" con un ricco per guadagnare qualcosa finanziariamente.
Un "arrivato" Nel distretto di Kilifi, Kazungu Karisa, di 79 anni, è ritenuto un uomo benedetto da Dio. Ha 10 mogli, 67 figli, 86 nipoti, una diecina di bovini e ovini e abbastanza terra per pascolarli tutti. Le numerose mogli provvedono tutta la manodopera di cui ha bisogno. Per gli standards locali è considerato molto ricco. Kazungu non è mai andato a scuola, veste poveramente, vive in una baracca, non sa cosa sia la luce elettrica, la televisione, il cellulare e non è mai entrato in una macchina. Dice di pregare Dio ogni giorno per che gli dia altri figli, benché non conosca tutti i nomi di quelli che ha gia. La sua ultima moglie ha appena 17 anni.
Stregoni e fattucchieri. Alla costa ne risiedono dei famosi tra i quali
Akiba Bakari, dal quale vanno i ricchi, politici, militari e anche turisti stranieri in cerca di protezione per "affari speciali" È un ottantenne specializzato per distrugge i demoni, trovare mogli o mariti, o riconciliarli se del caso, far vincere le elezioni, avere fili maschi ecc. La sua parcella, per una seduta è di Sh 988,80 esatti. (euro 9) É sovente in viaggio per prestare servizi a persone importanti e indaffarate che non hanno tempo per andare a consultarlo in Mombasa. Usa un centinaio d'erbe e amuleti vari, inoltre, in casi speciali porta i clienti ai fiumi Galana e Sabaki per immersioni purificanti. Gli stregoni non vanno confusi con i praticanti della medicina tradizionale, basata principalmente sulle erbe, cortecce, ecc… che ha il suo posto ed utilitá nella società tradizionale africana.
IL DOTTOR ROSA
di Georg Von Eisen (ekoimur@gmail.com)
É Gabriele Rosa di Brescia che dirige l'organizzazione Rosa Associates. Negli ultimi vent'anni ha portato sul palcoscenico mondiale dei poveri kenyani che ha fatto arrivare ai vertici dell'atletica leggera mondiale.
É un rinomato medico sportivo che ha anche collaborato con le squadre di calcio di "Serie A" Chievo Verona e Piacenza.
In Kenya incominciava con la squadra Fila Sport Spa che nasceva nel 1993 ma aveva le radici nel 1990 quando il dott. Rosa, nella zona di Eldoret, reclutava e allenava alcuni giovani keniani d'ambo i sessi, diventati poi campioni mondiali.
Da allora il dottore si dedicava quasi esclusivamente agli atleti del Kenya, mandando i suoi scouts alla ricerca di talenti a cominciare dalle scuole elementari. Quelli scelti sono ospitati nei campi d'addestramento allestiti nella Rift Valley ad altitudine di 2500-3000 metri sul mare e altri portati in Italia.
Da quasi venti anni il dott. Rosa, sotto l'egida prima dalla Fila Sports Spa, ed ora dalla Nike Sports Ltd organizza annualmente in Eldoret -per la durata di due settimane - una gran manifestazione sportiva che s'intitola "Discovery Kenya".
Vanno in scena due eventi nelle categorie "cross country e half marathon" ai quali partecipano oltre 2000 concorrenti tra juniors e seniors d'ambo i sessi. I giorni feriali sono impiegati nelle visite ai campi d'addestramento e interviste con i giovani che hanno dimostrato di possedere la stoffa per diventare futuri campioni. A queste manifestazioni sportive annuali prende sempre parte un nutrito contingente d'italiani, tra i quali giornalisti, fotoreporters, cameramen, scouts, atleti, allenatori, e un gruppo di "tifosi" italiani dell'atletica keniana.
Il dott Rosa, assistito da Claudio Marcheggiani mantiene un ufficio in Eldoret e sponsorizza alcuni campi d'addestramento. Oltre ai salari dei dipendenti, spende oltre 157 milioni di scellini (euro circa 1.4 milioni) solo per i viaggi aerei e non fa pagare alcuna retta per gli atleti in allenamento tanto in Kenya quanto in Italia. I risultati non mancano. L'anno scorso vincevano il 95% di tutte le maratone mondiali.
Quest'anno oltre che la regolare manifestazione Discovery Kenya in data 22.01.11. è stato inaugurato al villaggio di Kaptagat, a 25 km da Eldoret, un nuovo campo di allenamento dedicato al dott. Rosa oramai diventato una figura leggendaria.
Nella zona di Eldoret non c'é solo il dott. Rosa che si occupa di atletica. Il sig Renato Canova - di Torino - una nota personalità dell’ambiente IAAF è sovente in residenza nel paese di Iten a 45 km nord della cittá. Qui si occupa di scoprire e allenare dei giovani locali che porta nell' emirato di Qatar. Qui assumono - temporaneamente - un nome arabo e la cittadinanza locale.
Tanto Rosa quanto Canova reclutano i giovani nei villaggi, dove la maggioranza vive in capanne di fango col tetto di paglia. Quelli che diventano campioni mondiali ritornano con una "barca di soldi" che investono localmente a beneficio dell'economia locale. Cosi commentava un giovane in partenza per Brescia : " quando il dott. Rosa ci mette sull'aereo lasciamo la povertà nell'aeroporto di Nairobi "
C'E' POLIZIA E POLIZIA
di Georg Von Eisen (ekoimur@gmail.com)
Non si direbbe quando si vedono marciare nelle parate, con gli stivali lucidi e i guanti bianchi, ma nel "campo" le cose sono diverse, almeno in certe zone.
Tutti si lamentano dei servizi di sicurezza, corruzione, estorsionismo - specialmente quello stradale - tutte cose che capitano ma non difficili da capire anche se non giustificabili.
Il basso morale delle forze dell'ordine è in gran parte dovuto alle miserabili paghe, abitazioni disumane, assenza d'assicurazioni per il lavoro pericoloso che fanno, mancanza d'auto veicoli, scarsezza di carburanti, telecomunicazioni, apparecchiature di sorveglianza, giacchette antiproiettili ecc.
Inoltre l'organico della polizia è al di sotto delle norme internazionali di un agente per ogni 400 cittadini invece di uno ogni 600 in Kenya.
La scarsità d'autoveicoli funzionanti è evidente: Di recente - ad Ongata Rongai - i poliziotti chiamati per un caso d'urgenza camminavano 6 km per arrivare sul luogo. In certi casi usano i matatu (pulmini pubblici) taxi, auto private o i meravigliosi Tuk-Tuk della Piaggio. Le auto delle stazioni di polizia sono fornite di soli 15 litri di benzina per veicolo al giorno. Solo i reparti delle Squadre Volanti sono dotati di veicoli e carburanti sufficienti.
A Nyeri, area densamente popolata, la polizia stradale ha solo una vecchia Peugeot 504 che devono spingere per farla partire. Cosí anche il comandante della stazione che deve spartire l'uso della macchina con il suo vice e un altro ufficiale.
Per chiamate d'emergenza hanno solamente una Toyota Land Cruiser e 5 litri di benzina il giorno. Sovente devono chiamare "l'elemonisa" al pubblico per raggiungere la scena del crimine o l'intervento del comandante che paga il carburante di tasca sua.
Con l'organico di 20 agenti possono permettersi solo due ore di riposo al giorno. I turni di lavoro durano anche 20 ore con due periodi di riposo di 30 minuti.
Date le condizioni precarie di lavoro e tenendo conto che ogni anno circa 10 poliziotti perdono la vita non si può fare a meno di simpatizzare con loro e inconsciamente accettare - ma non approvare - i metodi che usano per arrotondare lo stipendio.
Chi scrive ha un parente ufficiale di polizia fonte d'interessanti aneddoti. Per esempio: quando una donna cerca protezione contro il marito che l'ha pestata a sangue è normalmente ignorata o consigliata di rivolgersi al "pastore" locale per far "convertire" il marito.
Quando invece capita una rapina in banca o supermercato escono di corsa a dar la caccia ai banditi. Se li trovano armati d'armi da fuoco - o non - li uccidono a vista. Il rapporto ufficiale, a beneficio dei media, sovente suona cosi " La banda è stata intercettata e tre banditi armati, che rifiutavano la resa, fatti fuori. Uno peró, che portava il sacco contenente i contanti, è riuscito a scappare e la polizia gli sta dando la caccia"
I fatti sono diversi. Il sacco dei soldi è stato ricuperato e portato alla stazione di polizia dove il contenuto è spartito pro rata - a secondo del grado - tra il personale in servizio.
Anche quelli della "stradale" meritano simpatia. Ogni giorno - a fine servizio - devono consegnare ai superiori una specie di "pizzo" minimo a loro imposto. Il rimanente possono tenerselo.
Ancora sui mezzi di trasporto: quando lo scrivente lavorava nel grande ranch in Laikipia, eravamo autorizzati e detenere i razziatori di bestiame - catturati dai nostri guardiani maasai - aspettando che il camion della polizia di Rumuruti, 60 km distante, venisse a prenderli. Sovente ritardavano per mancanza di carburante che bisognava mandarglielo per ottenere il "servizio" La scelta era quella di portare di portare i prigionieri a Rumuruti con nostri mezzi. Lavoro questo piuttosto pericoloso con i feroci janghili (razziatori) turkana. Noi non avevamo in dotazione le manette.
Invece il farmer (coltivatore)vicino - un kaburu - (sud africano) era piú dotato d'attrezzature del caso. Intanto, prima di consegnarli, teneva i janghili rinchiusi - per un paio di giorni - in una space di gabbia separati con una rete metallica da due iene che teneva in cattività.
Erano tempi …felici.
CORNUTI DI STATO
di Georg Von Eisen (ekoimur@gmail.com)
C'è ne sono parecchi nel Continente ma i due piú noti sono il monarca assoluto re Mswati III dello Swaziland e il "compagno" Bob Mugabe - 86 enne - il tiranno dello Zimbabwe.
Mswati III - con una ventina di mogli e numerose "fidanzate" - ha il problema di mantenere aggiornata la lunga scheda dei "servizi coniugali"
È quindi possibile - come di recente riportato dai media - che qualcuna delle "carrozzelle reali" abbia saltato il regolare "cambio dell'olio" e si sia rivolta per il "servizio" ad un distributore non approvato. È anche noto che per mantenere la residenza permanente nei domicili reali, è necessario per le mogli diventare in "stato interessante" Una via d'uscita - nel caso che le pompe del monarca siano in secca per l'uso troppo frequente - è quella di rivolgersi altrove e di non usare la "cartuccia del filtro" durante il cambio del "lubrificante"
L'ultimo affaire in casa di Re Mswati è quello del suo amico d'infanzia, consigliere fidato e ministro della giustizia - Ndumiso Mamba - "pescato" a dormire con una delle sue giovani mogli - Ndotando Ladube - che aveva attirato la sua attenzione come finalista - di 16 anni - ad un concorso di bellezza. Per mesi Ladube - quando il re era via - si vestiva con l'uniforme d'ufficiale dell'esercito e si faceva portare in macchina all'hotel Royal Villa. Dopo essere stati scoperti il ministro Mamba si dimetteva dall'incarico ed era rinchiuso in prigione in attesa dell'arrivo del re da una visita ufficiale in Taiwan. Al momento di scrivere non si è saputo altro della sua sorte. La "regina" Ladube è stata confinata nel palazzo della regina madre. Ladube non è la prima "regina" ad aver fatto le corna al re. Nel 2006 Delissa Magwasa e Putsoana Hawala fuggivano all'estero dopo essere state scoperte in flagrante delicto. Magwasa ora vive a Londra. Il suo boy friend Lizo Shabangu - un avvocato - aveva venduto la storia del suo "amore" al giornale The Sunday Times. Hawala ora vive in casa di parenti in Sud Africa.
Robert Mugabe. L'86 enne presidente si è fatto fare "le corna" - e non per la prima volta - dalla giovane moglie Grace, questa volta con il suo amico e ministro delle finanze Gideon Gono. I due s'incontravano nel grande allevamento di bovini del presidente dove Gono - un veterinario di professione - teneva d'occhio la salute dei bovini e- come un diversivo - anche quella della "vitella" presidenziale. Per il "compagno" la vicenda è stata piuttosto quella di un "triangolo d'ordinaria amministrazione" Un monogamo fedele ai dettami della religione cattolica si risposava normalmente dopo il decesso della prima moglie. Non resisteva al fascino di una nuova moglie giovanissima, la Grace Marufu descritta dai media come flamboyant (sgargiante) dedica a spese estravaganti nelle boutiques di Parigi e altrove, ricchissima e taccagna ed amante della vita sfrenata nel mezzo della popolazione affamata.
Tra i "matusa" in Africa, specialmente se danarosi - inclusi quelli di pelle chiara - è pratica comune sposare delle giovanissime ragazze africane. Recentemente - nella mia cittá di residenza - si assisteva al matrimonio regolarissimo tra due giovani sorelle d'etnia nilotica (Luo)
e due geezers britannici (vecchi stravaganti) culminato dopo un romanzo condotto esclusivamente su internet.
Apparentemente - in Britannia - non esistono problemi burocratici per accettare come residenti permanenti le mogli esotiche di vecchi sudditi di Sua Maestá, oramai tagliati fuori dal "giro" purché godano di una congrua pensione.
Le reazioni del "cornuto" Mugabe non sono state rese note, ma molti dei suoi oppositori sperano in un collasso cardiaco che liberi il paese dal dittatore "cristiano" educato e battezzato dai missionari Gesuiti.
Chi invece trema per il futuro della carriera politica - e fisica - è il veterinario e ministro Gideon Gono al momento scomparso dalle cronache.
Invece si dice che la "prima signora" Grace si sia auto-esiliata - almeno temporaneamente - a Singapore, in uno dei numerosi palazzi che il marito possiede da tutte le parti, acquistati come "investimenti prudenti" a tutela contro l'inflazione stratosferica che incombe in casa sua.
UN CALIFFO PER MALINDI
di Georg Von Eisen (ekoimur@gmail.com)
La "sede" è da tempo vacante e senza un titolare ma ora ci vuole.
La località, sviluppata da naviganti e commercianti arabi del medio evo, si meriterebbe la classificazione "culturale" di califfato secondo gli antichi canoni dell'amministrazione civica araba, anche se ora non piú in uso negli ex territori coloniali.
Oggigiorno i paesi arabi - a regime strettamente islamico - si chiamano "emirati" e l'emiro è - a tutti i diritti - un sovrano supremo di stampo monarchico.
Il titolo di "sultano" era invece quello dei sovrani turchi, stabilito sin dal 1389 ma ora caduto praticamente in disuso ed usato solo come titolo "nobiliare" scarno di potere politico o amministrativo alla stregua dei titoli nobiliari nostrani.
L'ultimo gran sultanato dell'Africa Orientale era quello dell'isola di Zanzibar, una vera potenza politica / commerciale dell'epoca, cresciuta con la tratta degli schiavi e il commercio d'avorio e spezie. Durava come protettorato britannico fino al 1963 quando otteneva l'indipendenza dai britannici. Nel 1964 era "annessa" al Tanzania per mezzo di una rivoluzione piuttosto violenta al costo degli abitanti d'origine araba.
I califfati e i califfi sono invece altra cosa. Il califfo è il capo della communitá islamica e controlla gli affari civili, religiosi e culturali di una località di dimensioni simili alla cittadina di Malindi.
La storia di Malindi è giá stata descritta altrove. Sviluppatasi sotto l'influenza araba, visitata da cinesi ed iberici con Vasco de Gama e san Francesco Saverio, che non la trovava adatta per convertirla al cristianesimo, e quindi procedeva per Goa in India dove aveva gran successo. Ancora oggi la località non è conosciuta come un "centro di spiritualità cristiana"
Più di recente Malindi era colonizzata dai britannici - che affittavano la zona costiera dal sultano di Zanzibar - poi invasa da turisti tedeschi ed ora occupata dagli italiani.
Chi scrive non è a conoscenza precisa della consistenza numerica dei residenti "wazungu" - su base etnica - ma, da quando si legge, gli italiani residenti dovrebbero essere oltre 2.000. Come i principali investitori si meriterebbero di ereditare dalla cultura araba l'egemonia sociale locale alla moda dei califfati tradizionali.
Per avere un califfato ci vuole un califfo. Non si può immaginare che la comunità italiana - così eterogenea - accetti la supremazia anche se solo morale di un loro connazionale. La nozione di venire in Africa ed essere "governati" da qualcuno è un anacronismo per loro già difficile da accettare in patria.
La posizione di califfo-italico "honoris causa" - che la comunità si merita anche se solo so base nominale - dovrebbe essere essenzialmente una d'autorità morale basata sulla personalità, intraprendenza e consistenza economica - finanziaria del candidato.
Non si aspetta che i membri delle varie associazioni e imprese italiane - in loco - sovente in contrasto tra loro - e i residenti privati si uniscano in una "assemblea legislativa" per eleggere il califfo di Malindi, ma se così fosse lo scrivente - residente fuori dalla "colonia" - farebbe pervenire il suo voto decisamente in favore di Flavio Briatore di gran lunga la piú notevole personalità che abbia mai posto i piedi - o l'aereo - sul suolo di Malindi, alla pari - se non di piú - di Vasco de Gama e san Francesco Saverio.
LA GUERRA "SANTA" DEGLI SPAGHETTI
di Georg Von Eisen (ekoimur@gmail.com)
É in corso una guerra tra due marche di spaghetti: la Santa Lucia è italiana del pastificio Lucio Garofalo di Napoli, registrata in Kenya sin dal 1993 e distribuita dalla Good Brands Ltd . La Santa Maria è d'origine iraniana della ditta Zar Macaron Group Company arrivata in Kenya nel 2009 distribuita dalla Debenham & Fear Ltd.
La Good Brands Ltd accusa la Debenham & Fear Ltd di copiare - sul pacchetto - il disegno della Santa Lucia, inserendo il nome Santa Maria, con colori e simboli quasi uguali, causando volutamente confusione.
Il direttore della Santa Maria - Mr. Raju - insiste che il disegno è stato lanciato per dare ai consumatori un'altra marca alternativa e stabilizzare i prezzi. Non cosí dice Mr. Ali della Santa Lucia accusando i rivali di cavalcare sulla loro riputazione costruita da oltre 20 anni.
Le due marche sono registrate al Kenya Bureau of Standards, noto per approvare qualsiasi prodotto, dietro compensi piú o meno regolari. Così Mr. Raju: "Noi siamo regolarmente registrati e se quelli della Santa Lucia credono che usurpiamo il loro marchio sono liberi di ricorrere in tribunale".
Come dicono gli inglesi "la prova del dolce sta nel mangiarlo" Personalmente ho provato le due marche. Come gusto o tenuta di cottura sembrano quasi uguali. Il prezzo - nel mio supermercato - è in favore della Santa Lucia.
A parte la questione del gusto e del prezzo - non si prevedono ulteriori sviluppi sulla vicenda. In Kenya i consumatori di spaghetti sono una piccola minoranza, ma non così nella vicina Somalia forte consumatore di pasta sin dal tempo della colonia italiana. Il prodotto dal nome sfacciatamente "cristiano" non è ancora arrivato in Somalia, altrimenti ci sarebbe stato la reazione violenta dei ribelli di "Al Shabaab".
Il direttore di Santa Lucia, Mohamed Ali, un mussulmano, non ha ancora avuto il coraggio di commercializzare - in Somalia - un prodotto "cristiano" alla faccia dei ribelli che non esiterebbero a castrarlo o addirittura lapidarlo se venisse nelle loro mani. Inoltre sarebbe impossibile trovare un negoziante locale che abbia il coraggio di trattare questa merce "da cani infedeli"
Rimangono peró degli interrogativi preoccupanti: Come è stato permesso alla Zar Macaron Company dell'Iran - stato spietatamente islamico - ad adottare il nome Santa Maria (la madre di Cristo) senza incorrere nella furia degli ayatollah o che controllano la fede islamica e il paese?
Da anni gli americani dicono che l'Iran sponsorizza il terrorismo islamico, armando le varie fazioni dei mujahedin che operano nel Medio Oriente. Se questo fosse vero ci sarebbe la risposta al quesito. Da giorni si riscontrano casi di pacchetti esplosivi trovati su aerei "cristiani" che provengono dalla zona.
Se le autorità Iraniane permettono l'uso di un nome sfrontatamente cristiano su un pacchetto di spaghetti ci deve essere un ulteriore motivo.
La confezione "Santa Maria" di 700 grammi è abbastanza voluminosa da poter essere infarcita d'esplosivo e un detonatore attivabile con un cellulare. Oppure gli "spaghetti" confezionati con esplosivo plastico debitamente trattato. Chi sospetterebbe di un prodotto alimentare - facilmente portato a bordo di un aereo - che sul pacchetto sfoggia il nome della "Vergine Maria"?
Gli organi di spionaggio "cristiani" - come per esempio la CIA - dovrebbero tener conto di questa furba manovra islamica apparentemente innocua ma potenzialmente disastrosa.
È possibile pensare che la CIA legga queste righe? Quando lavoravo con gli americani uno di loro mi disse che la CIA impiega centinaia di persone che non fanno altro che leggere tutto quello che è pubblicato in tutte le lingue del pianeta. Inoltre - in combutta con le principali ditte americane di software - hanno accesso a tutto il traffico internet mondiale. Dopo tutto l'internet ….. www….. com è stata una invenzione dei servizi segreti americani.
Il Kenya, che è gia stato fatto a segno di gravi attacchi terroristici, dovrebbe monitorare l'arrivo di prodotti "islamici" mascherati con intestazioni "cristiane" come gli spaghetti della Madonna. Personalmente ho eliminato questo marchio dalle mie compere dopo aver passato una notte - dentro e fuori dal bagno - in seguito ad una spaghettata serale fatta con la “Santa Maria” di Maometto. Un preavviso di cose peggiori in arrivo?
AL SACRARIO DEL DUCA D'AOSTA
di Georg Von Eisen (ekoimur@gmail.com)
A beneficio dei connazionali - che non conoscono la storia - si trova opportuno riassumere l’articolo di Muciri Githonga a pag. 3 del Sunday Nation in data 27.11. 2010. Titolo: La chiesa di Nyeri dove la Messa è celebrata una volta l'anno.
" Visto da fuori il santuario è una meraviglia architettonica. Il sito (sui terreni della missione dei padri della Consolata di Torino) fu scelto con cura con lo sfondo del Monte Kenya.
Il "Italian War Memorial Church" e distante 5 km da Nyeri e ospita i resti di 676 soldati italiani - prigionieri di guerra della campagna d'Abissinia del 1941~ 42 - e la tomba del duca d'Aosta che dal 1937 era Viceré della colonia e Comandante Supremo delle forze armate italiane. Sotto il suo comando - nel 1940 - conquistavano la "British Somaliland" e conducevano le epiche battaglie di Keren ed Amba Alagi. Quest'anno la cerimonia a Nyeri si è tenuta il sabato 6 novembre, guidata dall'ambasciatore Magistrati e la partecipazione di italiani residenti in Kenya. Con le bandiere italiane e del Kenya all'entrata - e due carabinieri in alta uniforme - la messa commemorativa era condotta da un sacerdote africano in perfetta lingua italiana. Era presente alla cerimonia la signora Halina Pellin che vi partecipa da 58 anni in memoria del cugino Armando Pellin morto in prigionia nel 1943. Una delle ereditá dei prigionieri di guerra italiani in Kenya è stata la costruzione della strada asfaltata nella discesa di Mai-Mahiu sul fondo della Rift Valley con la "chiesetta degli Italiani” ancora in uso. L'ambasciatore Magistrati dice che il governo italiano spende annualmente 6.000 euro per il mantenimento del sacrario"
Note personali.
Tra le attività annuali organizzate dall'Ambasciata, la visita al sacrario di Nyeri, ai primi di novembre, è sempre carica di significati storici.
L’annulale partecipazione a questa cerimonia da parte dei connazionali si aggira negli ultimi anni sulla media di 120- persone. Una volta erano molti di piú dovuti al numero sostanziale d'italiani residenti nel centro-nord del paese.
Entrando nel recinto del mausoleo, costruito dal governo italiano negli anni '50, si prova la sensazione di essere arrivati in un piccolo pezzo d'Italia. Chi scrive - residente nella zona per oltre sei anni - partecipava in piccola parte, con l'installazione della lampada votiva "In Memoriam" donata dall'Italia. Questo imponente "Memorial" è un monumento unico non solo in Kenya, ma anche nei paesi limitrofi. Per contrasto il cimitero militare britannico a Nyeri, che contiene la tomba del fondatore del movimento dei "Boy Scouts" Baden Powell, è praticamente trascurato.
Le circostanze storiche degli avvenimenti del 18 maggio 1941, ad Amba Alagi in Abissinia, quando il Duca d'Aosta e i suoi soldati, circondati da tutte le parti, si arrendevano con l'onore delle armi dovrebbero essere a conoscenza di tutti.Lo scrivente possiede un raro libro, pubblicato dal Ministero della Guerra Britannico nel 1942, di 144 pagine, 140 fotografie, con 14 cartine e un dettagliata storia di quella campagna militare dal giugno 1940 al novembre 1941.
A poca distanza dal mausoleo esiste l'imponente missione del Mathari che comprende tre colline in successione sulle quali, dal 1903, i Missionari della Consolata vi costruivano una varietà d'opere religiose - sociali, tanto da guadagnarsi, da parte dei coloni inglesi l'appellativo di "secondo impero romano". Tra queste primeggia l'ospedale, una volta famoso in tutto il Kenya quando vi operava il leggendario dott. Chiono, uno dei piú grandi dottori italiani che abbiano operato in Africa. Tra gli africani vigeva il detto: "Da Chiono non si muore". La tomba del compianto dott. Chiono nel giardino dell'ospedale è stata dimenticata dalla communitá italiana in Kenya, e dista solo un km da quella del Duca d'Aosta. Nel vicino cimitero della missione vi sono sepolti molti missionari e missionarie della Consolata che arrivavano in questa località nel 1903. Non sarebbe fuori luogo pensare se, oltre al dott. Chiono, anche questi venissero ricordati.
IL PORTO D'ARMI...AL BAR
di Georg Von Eisen (ekoimur@gmail.com)
Note personali. Quando lavoravo nell’azienda di Laikipia, tenevo in consegna le seguenti armi - parte del "corredo professionale" - La zona brulicava d'animali selvaggi e razziatori di bestiame.
# Fucile da guerra (reperto da museo) Vetterli cal.11 mm, a polvere nera con poche cartucce, ereditato dai Missionari della Consolata, loro arma "d'ordinanza" quando arrivavano in Kenya nel 1902, che dopo la prima guerra mondiale, rimpiazzavano con i Mod.'91 dell'esercito italiano; # Doppietta Beretta cal.12 normale. # Doppietta inglese Holland & Holland cal. 0.50 (12.7 mm) arma formidabile a corta gittata indispensabile per buffali ed elefanti. # Weatherly americano cal .30.06 (7.62 mm) magnum (doppia carica) con binocolo, arma di gran precisione a lunga portata. # Fucile americano da guerra Springfield cal.30.06 (7.62mm)a ripetizione, arma personale. # Fucile "giocattolo" cal.22 ( 5.59 mm) per le donne. # Pistola automatica Beretta cal.9 mm (per l'ordinaria amministrazione) #Quattro fucili da caccia inglesi Greener a canna singola cal.12 che durante la rivolta dei mau mau erano d'ordinanza per le Home Guard locali al servizio della Colonia. Noi invece le davamo alle guardie maasai, che difendevano i greggi nei recinti del bestiame all'aperto.
Cambiato località non si sentiva la necessità di armarsi fino al 2006. Il vecchio porto d'armi era scaduto da tempo e non rinnovabile.
L'iter burocratico per il porto d'armi:
1) Ottenere il certificato di buona condotta dalla polizia al costo di 1.000 Ksh. ( euro 9) Se non si hanno conoscenze occorre almeno sei mesi per ottenerlo.
2) Compilare il formulario Form 1 in duplicato spedire la copia al Central Firearms Bureau.
3) Portare l'originale all'OCPD della stazione di polizia, dove si risiede, che compilerà un rapporto e - se del se del caso - lo raccomanderà.
4) Il rapporto dell'OCPD è discusso dal Comitato Distrettuale della Sicurezza, che, se d’accordo, lo inoltra al Comitato Provinciale della Sicurezza.
5) Questi, se soddisfatti, lo inoltrano al Commissario Capo della Polizia per l'approvazione finale - che se d’accordo - lo spedisce al Firearms Bureau.
6) Il Chief Firearms Licencing Officer scrive all'applicante informandolo del risultato della domanda.
8) Il Comitato Provinciale della Sicurezza deve conoscere di persona l'applicante per assicurarsi che sia normale di mente e istruito nell'uso delle armi da fuoco e possegga una cassaforte approvata dall'OCPD locale.
9)Se il risultato è positivo l'applicante riceve una lettera autorizzandolo ad acquistare l'arma in questione da un venditore approvato.
Al momento, in Kenya, chi segue la procedura di cui sopra, non arriverà mai ad ottenere il porto d'armi.
Esperienza personale.
Sett. 06.Con il certificato di buona condotta, ottenuto in tempo breve, tramite un conoscente, andavo alla stazione di polizia per prendere il formulario Form 1. (Domanda per il Porto d'Armi) Nessuno era interessato a darmelo gratis come sarebbe di norma.
Sett.06. N'ottenevo uno da Nairobi tramite la solita conoscenza.
Ott. 06.Alla polizia per consegnarlo. Mi mandavano nell'ufficio No 3 dove un sergente mi diceva di preparare una domanda scritta da copiare a tutte le autorità di cui sopra contenente i seguenti capitolati: Nome, cognome, indirizzo postale, numero telefonico, carta d'identità, certificato di buona condotta, residenza fissa, stato civile, occupazione o professione, luogo di lavoro, ragione sociale della ditta se dipendente o quando lasciato l'impiego, il curriculum vitae della residenza in Kenya, spiegare perché richiede un'arma da fuoco e nominare tre persone di fiducia come garanti.
Il colloquio durava tutta la mattina. Il sergente mi dava ad intendere che in questi casi è pratica comune offrire almeno una capra (a lui) per facilitare l'iter burocratico della pratica. Gli promettevo di offrigli un caprone quando il porto d'armi sará nelle mie nani.
Ott. 06. Di nuovo dalla polizia con la domanda scritta, il curriculum vitae e tutti gli altri documenti. Mi portano al primo piano per presentarla all’OCPD che è occupato. Ritorno il giorno dopo ma non è in ufficio. La segretaria dice di lasciare con lei i documenti che provvederà ad inoltrare.
Nov. 07. Ricevo una chiamata anonima sul cellulare: << Sono della polizia e ho bisogno di incontrarla per discutere la sua domanda per il porto d'armi>> << Nell'ufficio No. 3?>> << No al bar del Sirikwa Hotel stasera dopo le 7pm >> (capisco l'antifona e rispondo) << Mi dispiace ma sono a letto con la malaria >> La chiamata finisce qui.
Nov. 07. La medesima voce chiama di nuovo : << É guarito dalla malaria? >> << Si >> << Allora ci incontriamo stasera al bar? >> << Mi dispiace ma ho la macchina guasta in garage >>
Qui finiva il tentativo di ottenere il porto d'armi legalmente, per buona fortuna del caprone ingrassato che continuava a vivere fino a Natale. Il vicino di casa inglese mi diceva di non preoccuparmi: "In caso di disordini gravi, suoni la sirena d'allarme e io provvederò ad intervenire con le mie armi (non registrate) che tengo nascoste nei materassi"
TURISMO FERROVIARIO
di Georg Von Eisen (ekoimur@gmail.com)
La passione di scoprire le ferrovie d'epoca è praticato universalmente e può essere divertente o masochista al medesimo tempo, specialmente in Africa.
Il progetto del gran colonialista Cecil Rhodes di una linea dal Cairo al Capo (Sud Africa) s'insabbiava nella brughiera africana nel 20^ secolo. Ora si parla di rivitalizzare le ferrovie sul Continente. Il Kenya propone una linea a binario doppio da Mombasa a Juba in Sudan.
In Kenya, i servizi passeggeri scomparivano negli anni ’80. Rimaneva solo quello sulla linea di Mombasa, soggetto di una prossima escursione.
Recentemente ristabilivano il servizio passeggeri da Nairobi a Kisumu, (chiuso nel 2000) che decidevo di esplorare.
La stazione di Nairobi, è diventata un immondezzaio, tana di venditori ambulanti e borseggiatori che salgono in treno, gli uni per vendere vivande contenenti sonniferi, gli altri per "lavorare" sui passeggeri addormentati.
Il treno da Nairobi raggiunge Kisumu dopo 14 ore di viaggio.
Decido di osservare la scena nella "econony class" la vecchia "terza" , dove il concetto del viaggiare comodi é di nessuna importanza per la dirigenza.
I vagoni "economy" sono decrepiti, in servizio dall'era coloniale, costruiti non per viaggiare comodi, ma per trasportare - al villaggio - il numero piú grande possibile di "nativi"
Si parte alle 18.30 ed è ancora chiaro per osservare la scena mentre si attraversa la baraccopoli di Kibera, la piú grande dell'Africa. Per chi non l’ha visitata raccomando di vederla dal treno evitando cosí di essere scippato o peggio. Frotte di bambini corrono lungo il treno che va a passo di lumaca per non prendere sotto qualcuno come capita abbastanza sovente. Non c'è nessuna barriera tra i binari e le baracche lungo la linea che passano per abitazioni.
Nell'era coloniale, la "terza" era riservata agli africani, con banconi di legno ancora in uso. L'unica "comodità" introdotta dopo "l'indipendenza"consiste di sottili cuscini di tela. Nelle latrine le istruzioni per l'uso sono in kiswahili. Evidentemente chi parla l'inglese non viaggia in "terza"
Nelle stazioni ci sono dei tabelloni indicanti:<< Sono vietati a bordo galline vive, patate e cassava >> ma non altri prodotti agricoli o animaletti come coniglietti, maialini, ecc.
Durante le recenti celebrazioni centenarie della cittá di Kisumu, allestivano un treno speciale chiamato "Lunatic Express" titolo preso dal famoso libro di S.T.Elliot che raccontava l'apertura della ferrovia da Mombasa a Port Florence (oggi Kisumu) nel 1902.
In seguito a proteste da parte del pubblico il titolo era rimosso. La gente pensava che l'aggettivo "lunatico" fosse dedicato agli abitanti della cittá sul lago.
Oggi raramente si vedono delle facce bianche a bordo. Anche senza il titolo il treno rimane tuttora sotto l'influenza dei lunatici moderni: I passeggeri si picchiano, spingono e urlano per entrarvi e occupare le sedie. Sacchi di granoturco e fagioli, fastelli di banane, fascine di canna da zucchero, cestini di varie verdure ecc sono spinti tra le finestre, sulle gambe dei passeggeri giá seduti. Volano imprecazioni in Kikuyu, Dholuo, Kiluhia e Kiswahili. Il possedere il biglietto rosso dei posti riservati di 280 sh ( 2.0 euro) non garantisce niente. Dipende da chi arriva prima. Molti passano la notte dormendo in terra, arrotolati in una coperta.
In "terza" non c'è né acqua ne luce, ma sempre presente un poliziotto della "ferroviaria" che non fa altro che scroccare da mangiare dagli ambulanti che esistono a suo piacere. Le latrine sono a "fondo aperto" Nonostante tutto ogni tanto scoppiano grandi risate. La politica è sempre discussa a fondo.
I viaggiatori regolari si portano dietro il mangiare. Per gli altri la ferrovia provvede il "servizio" dei venditori ambulanti accreditati, che usufruiscono di un biglietto a costo ridotto. Questo servizio fu introdotto in seguito ad incidenti di venditori che spacciavano vivande col sonnifero, per poi derubare gli addormentati.
Scambio quattro parole con Otiende di 70 anni che fa questo lavoro dal 1960. Vende acqua in bottiglia, granoturco bollito, noccioline, mandasi, chapati, samosa, sigarette, caramelle ecc. Il turno dura 14 ore, ma dice di essersi abituato. Ha sopravvissuto a due incidenti, uno a Londiani nel 1989 e l'altro a Lela, vicino a Kisumu dove perirono 13 persone. In ambedue i casi si distinse nel soccorrere la gente.
In media fa sei viaggi alla settimana.
Il treno arriva a Kisumu verso le 5 am e bisogna pensare al ritorno. Non mancano gli "autopullmann" e scelgo l"Akamba" che mi porta a casa a 150 km distante in circa due ore e mezza.
Dal punto di vista dell'"hobby" ferroviario il viaggio è stato divertente. Gli altri in programma sono: Eldoret-Kampala e Konza-Magadi Soda nella terra dei Maasai. La rotta Nairobi-Mombasa è raccomandabile.
Per chi s'interessa di ferrovie storiche raccomando il " Railway Museum" di Nairobi, che contiene dei reperti unici di locomotive a vapore di un metro di scartamento. Per i nostalgici della trazione a vapore, ogni tanto la Kenya Railways organizza una escursione Nairobi - Naivasha con un treno trascinato da una locomotiva a vapore vecchia di almeno 100 anni. C'é ne sono ancora alcune in servizio.
BECCA TU CHE BECCO ANCH'IO
di Georg Von Eisen (ekoimur@gmail.com)
Gli agenti della polizia stradale di Nairobi protestano contro l'invasione del campo da parte dei colleghi delle altre branche, come la polizia regolare, quella rurale, la ferroviaria, la anti sommosse (la famigerata GSU o la Celere in Italia) ed ora anche le guardie municipali (ascari o civich in italiano)
A quanto pare solo la polizia stradale è autorizzata a spennacchiare gli automobilisti, con in testa gli autisti dei matatu, con i quali sono in vigore delle vere e proprie taglie (o "pizzo" ?) che variano a seconda delle rotte, specialmente nelle aree urbane.
Naturalmente le "regole" non valgono per tutti. Ne sono esenti i matatu - e sono molti - di proprietà degli ufficiali di polizia.
Nei piccoli centri i "padroncini" si formano in sindacati che ogni mattina versano un tanto alla "stradale" che serve come permesso di scarrozzare tutto il giorno sovra carichi e a velocistá folle.
All'inizio della "pratica" gli agenti - a fine turno - erano frugati dai superiori che si prendevano il 50% degli incassi. Per evitare di perdere quasi tutto, alcuni nascondevano parte dei soldi sotto una pietra - lungo la strada - per raccoglierli piú tardi.
Piú recentemente si facevano accreditare il "pizzo" sul telefonino personale dagli autisti. Ora sono obbligati a versare una quota fissa giornaliera, ai loro ufficiali superiori che dipende dall'intensità del traffico nell'area di servizio.
In seguito alle proteste per "l'invasione del campo" da parte degli agenti della "stradale" e della Matatu Owners Association, il capo della polizia ha sventolato un cartellino giallo agli agenti della "ferroviaria" ed altri servizi per farli astenere nel "controllare il traffico" per il quale lavoro non sono qualificati.
Quello che invece la polizia non è mai riuscita a controllare sono le bande dei violenti mungiki che sostano negli stages ( capo linea dei matatu) e riscuotono la taglia giornaliera pena feroci rappresaglie, ma questa è un'altra storia. La "stradale" invece preferisce agire lungo i percorsi stradali. (Vanno sotto il nome di "mobile ATM" o "bancomat mobile")
Ora il campo è invaso anche dai vigili urbani che non sono sotto il controllo della polizia. Per molto tempo invidiavano il racket (truffa) della "stradale" ed ora cercano di emularli.
Così scrive un automobilista: #Mia moglie è stata "multata" - da due civich - di 3.000 scellini (senza ricevuta, pena il sequestro delle chiavi dell'auto) per guidare troppo lentamente causando un ingorgo stradale. # Una conoscente ha dovuto pagare 2.000 per aver attraversato col semaforo rosso, mentre era ferma, ed un'altra donna - le targhe preferite - ha dovuto sborsare 1.000 scellini per aver comprato un pacchetto di noccioline da un venditore ambulante che - secondo gli ascari - era un illegale.
Altre "infrazioni" del codice stradale - interpretato dagli agenti – sono come segue: Gomme sgonfie o consumate (misurate ad occhio e croce), fanali o parabrezza sporchi, tergicristalli consunti, mancanza d'estintore, motore che fuma, silenziatore rumoroso, cinghie di sicurezza non "regolari" (cinesi?) guidare con i sandali, fumare in macchina o attraversare la strada parlano col cellulare.
A Nyeri una donna indiana era arrestata dalle guardie municipali che domandavano il pagamento di una "multa" di Sh 2000 (euro 20) per "ostruzione del traffico" davanti ad un supermercato. La donna - col cellulare - faceva finta di chiamare in marito per portargli i soldi, invece chiamava i fotoreporters del giornale "Daily Nation" che arrivavano prontamente per filmare il pagamento. A questo punto i "civich" sparivano dalla scena.
I MAASAI AGRICOLTORI
di Georg Von Eisen (ekoimur@gmail.com)
Il concetto di convertire la tribù dei Maasai dalla pastorizia all'agricoltura - per aiutarla ad uscire dalla povertà endemica che li affligge - è da tempo propinato dai sociologi.
Chi scrive, negli anni '90, partecipava al primo progetto del genere, finanziato dall'Inghilterra ed realizzato dalla ADC ( Agricultural Development Corporation) nella zona di Narok, la capitale morale dei Maasai.
La brughiera circostante fu trovata ideale per la coltivazione meccanizzata del grano, in scala commerciale.
Oltre che all'apporto finanziario c'erano assegnati un paio di giovani esperti britannici, tecnicamente ben preparati, ma piuttosto novellini delle condizioni locali. Ne scaturivano delle singolari - e divertenti - situazioni già raccontate tempo fa su un'altra pubblicazione locale in lingua italiana.
A quel tempo - dal punto di vista commerciale - l'iniziativa era considerata un successo ma non così sulla scala sociale. La coltivazione del grano è in crisi. Il paese non ne produce abbastanza per il fabbisogno nazionale inducendo il ministro delle finanze a ridurre le tariffe doganali per quello importato, tra la furia dei coltivatori locali. La zona di Narok, con 80 mila ettari sotto coltivazione, è la piú grand'area produttiva di grano nell'Africa Orientale.
Non ostante i buoni raccolti, i maasai di Narok - molti dei quali avevano venduto i greggi per darsi all'agricoltura - non sono ancora "diventati ricchi" come si aspettavano dovuto alla carenza di fibra morale tra i neo agricoltori.
Chi invece ci "miete" molto sono i mediatori, grossisti, banchieri fasulli, e prostitute. Il maasai. ole Kisotu, dopo aver incassato Sh 500 mila in contanti (euro 4.800) decideva di godersi una serata a Narok. Non appena arrivato era circondato da alcune ragazze, scarsamente vestite, che lo inducevano a "divertirsi" con loro. Quando si svegliava nel tugurio - dove aveva passato la notte - non si trovava in tasca neppure un centesimo.
Durante la stagione della mietitura, le prostitute invadono Narok, provenienti dall'Uganda, Tanzania, Eldoret, Kericho, Nairobi e Mombasa. La zona è infestata da spacciatori d'assegni bancari e banconote false. Durante la "stagione" gli alberghi o stamberghe locali si convertono in "casini" cacciando fuori gli inquilini normali per far posto ai "turisti del grano"
Ogni tanto - di sera - la polizia rastrella alcune prostitute che però sono di solito rilasciate la mattina dopo previo scambio del tradizionale "kitu kidogo" o - per dirla in italiano - "bustarella"
Questo stato di cose non è soltanto prevalente tra i coltivatori del frumento. Nelle zone del tè (tea) come a Kericho, Nyeri, Meru, Embu ecc sovente, quando il capo famiglia riceve i soldi, sparisce dall'ambiente famigliare per una settimana o due, lasciando la famiglia in penuria.
L'ufficiale medico di Narok riferisce che durante la stagione dei raccolti, i casi d'infezione HIV si raddoppiano. Un anziano della zona si suicidava, dopo essere stato derubato di un milione di Sh. (euro 9.600) Qualcuno diceva di averlo visto in compagnia di una prostituta la sera prima.
Recentemente in Eldoret, è stato riportato un caso semi-comico: Un anziano d'etnia mo-Nandi - quelli che hanno i lobi degli orecchi perforati - è stato trovato di mattina, in una stamberga, con un'orecchia attaccata al lettino di ferro per mezzo di un lucchetto e senza un quattrino in tasca.
LA PELLE NERA E' SCOMODA
di Georg Von Eisen (ekoimur@gmail.com)
Lo scrivente sponsorizza un ragazzo keniano in Canada presso una scuola tecnica. Ogni tanto occorre mandare dei soldi per le spese di soggiorno ed altro. Pagamenti che sono sempre stati eseguiti tramite un assegno bancario in sterline. La National Bank of Canada ha informato il ragazzo che non gradisce trattare assegni bancari “africani”. Questo assegno era stato depositato dalla Barclays Bank of Britain, Pall Mall, che ha sede nel bel mezzo di Londra e tratta in sterline, le quali sfoggiano il ritratto di sua Maestà Britannica che é anche la Regina del Canada. Di “africano” vi era solo la mano e la faccia del ragazzo che lo presentava.
La pelle scura é anche scomoda per chi la indossa nel suo paese natio. Basta vedere cosa capita negli uffici consolari delle nazioni europee ed americane. É fatto di tutto per scoraggiare e umiliare chi cerca un visa per un viaggio all’estero. Un ragazzo di Nairobi, stanco di fare la coda tutti i giorni al Consolato Americano, senza mai arrivare allo sportello, decideva di passare la notte in un lettino da campo, davanti al cancello. Le guardie (africane) lo cacciavano via e lui si accampava dall’altra parte della strada che non era territorio USA. Eventualmente arrivava la polizia keniana che dopo averlo malmenato gli rubavano il lettino e le coperte.
Queste fobie che certi paesi “civili” dimostrano nel confronto degli africani a volte risultano in situazioni ridicole, se non grottesche. Si ricorda che durante il regime dell’”apartheid” in Sud Africa, i cinesi erano classificati come “colorati” ma non i giapponesi per evidenti motivi commerciali.
Durante una visita ad una piccola ditta di macchinario – in Italia – mi presentavo all’ufficio vendite e spiegavo alla segretaria: << Vengo dal Kenya, in Africa, e vorrei parlare con il direttore delle vendite>> La ragazza diceva qualcosa sottovoce sul telefono interno e mi informava : << Il direttore dice che non tratta con i negri >> Fine dell’affare.
Non solo la pelle scura è scomoda per chi la indossa ma a volte anche i documenti “neri”. Anni fa lo scrivente arrivava a Londra in una giornata di novembre nebbiosa. Al controllo passaporti l’ufficiale dietro al bancone, un “britannico” col barbone e il turbante – evidentemente di origine asiatica - mi domandava pressappoco:
-<< Lei é nato in Italia, perché viaggia con il passaporto del Kenya e cosa viene a fare in Inghilterra? >>
<< Viaggio con questo passaporto perché sono residente in Kenya dove vi é perennemente il bel tempo invece del clima schifoso di Londra. Inoltre ho dei documenti che spiegano il motivo del mio viaggio. Se non le dispiace vorrei anche assistere alla partita di calcio, sabato prossimo, del Chelsea contro l’Arsenal >>
<<Quanto vuole stare nel Regno Unito?>> << Mi bastano due settimane >> << Le diamo tre mesi >> << Grazie ma non m’interessa >>
Osservando la scena turistica in Kenya appare evidente che la pelle nera non e’ scomoda per tutti. Viene in mente il proverbio che dice : “ Di notte tutti i gatti (o le gattine?) sono neri”
ITALIANI MERITEVOLI IN KENYA
di Georg Von Eisen (ekoimur@gmail.com)
Il missionario italiano, padre Romano Filippi, di 69 anni, ha ricevuto dal presidente Kibaki l'onorificenza del " The Head of State Commendation" in una cerimonia nella missione di Mugunda - in quel di Nyeri - condotta il 4 settembre 2010 alla presenza del ministro dei Progetti Speciali, il parlamentare e le autorità locali.
Padre Filippi arrivava in Kenya nel 1971 e lavora nella diocesi di Nyeri dove ancora risiede. Nel 2001 dava inizio ad un progetto idrico al costo di Sh 120 milioni (euro 1.200 mila) finanziato da amici italiani, che fornisce acqua per uso domestico e irrigazione a 24mila persone. L'acqua arriva con un acquedotto dalla foresta dell' Aberdare a 20 km di distanza.
Inoltre realizzava quattro scuole medie, due chiese e ristrutturava il politecnico rurale della zona. Ora si dedica alla costruzione di un centro sportivo giovanile per il quale richiede Sh 100 milioni (euro 1 milione) che spera di ottenere - di nuovo - da amici italiani che hanno promesso di aiutarlo.
Padre Filippi non è l'unico missionario italiano che si dedica al servizio della povera gente, provvedendo l'indispensabile risorsa idrica nelle zone semi aride.
Nel Meru, sulle colline del Nyambene, il fratello missionario Giuseppe Argese - nativo di Martina Franca - ha costruito un impianto idraulico che comprende 270 km di tubazioni e serve una popolazione di 250 mila persone.
Il fratello Argese è in Kenya da quasi 50 anni. Il suo acquedotto è stato piú volte menzionato sulla stampa italiana e la Rai tv. Ha ricevuto diverse commende le piú notevoli sono quelle di " Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana" e "Servitor Pacis" delle Nazioni Unite.
Sempre nel Meru esiste un altro notevole progetto di irrigazione - di marca italiana - dal nome di Nguuru Gakirwe Water Project" finanziato dal governo italiano tramite la consulenza dell' ong "A.E.S . C.C.C. di Padova. La direzione del progetto era affidata al sig. Andrea Botta - di Cuneo - ma residente in Kenya da decenni. L'impianto lungo circa 52 km fornisce acqua per uso domestico e irrigazione ad almeno 500 famiglie.
L'arrivo dell'irrigazione convinceva il sig. Botta ad iniziare la coltivazione in grande d'erbe aromatiche e lo induceva a stabilire l'azienda "Meru Herbs" che si dedica alla lavorazione del carcadè, lemongrass, camomilla, e marmellate di mango e papaia che esportano in tutto il mondo, dando lavoro ad un centinaio di locali, quasi tutte donne.
La cooperazione italiana in Kenya è sempre stata attiva nel campo di distribuzione delle risorse idriche del paese. Notevoli sono i seguenti progetti: Grande acquedotto del Nol Turesh, dal monte Kilimanjaro verso Nairobi, la diga di Kirandich nel Baringo, l'impianto d’irrigazione a Sigor, nel Pokot e numerosi altri in tutto il paese.
IL CALCIO DEI DISPERATI
di Georg Von Eisen (ekoimur@gmail.com)
Ogni qualvolta - quasi tutti i giorni - che si legge sulla Somalia appaiono foto di miliziani armati fino ai denti, che si "tirano palle"- quelle di piombo - con altri somali o con i membri della "Forza di Pace" africana.
Fa quindi meraviglia vedere una foto recente di giovani somali che "tirano" una palla di plastica, invece di una di piombo, in un incontro di calcio giocato a Nairobi.
Dopo due decenni di caos e guerra civile - che nessuno vince - stupisce vedere un gruppo di giovani che insieme cercano di vincere qualcosa senza spargere del sangue per le strade della capitale. Sono i membri della nazionale di calcio somala allenati da Abdi Farah Gelle, che da circa un ventennio non gioca piú una partita in casa.
Al suono di sparatorie nei dintorni, si allenano nello stadio di Mogadiscio, struttura sforacchiata dalle pallottole. Tutto procede bene ma ogni tanto i calciatori si stendono a terra per evitare una pallottola vagante.
Infatti - negli anni del conflitto - alcuni hanno perso la vita e altri rimasti feriti.
Quando si prepara un torneo, l'allenatore è sempre alla ricerca di nuovi calciatori e commenta: "Ci vuole coraggio giocare una partita con pallottole che volano sopra lo stadio e molti non si presentano in campo. Non teniamo un registro dei titolari perché non si sa mai chi è vivo o morto. Si forma la squadra con i presenti. Il campionato nazionale è stato sospeso da anni ed è quasi un miracolo poter formare la "nazionale" con giovani che appartengono a clan diversi sovente in conflitto tra loro. Prima degli allenamenti si ripulisce il terreno da bossoli, pallottole, schegge di mortai e a volte qualche morto. La lega nazionale fu abbandonata perché un raduno di oltre cinque persone è sempre sospettato, sia dal governo che dai ribelli e corre il rischio di essere attaccato da qualcuno"
Comunque sia il calcio è rimasto un raggio di speranza, per la martoriata nazione, specialmente tra la diaspora somala nel mondo.Nel torneo regionale CECAFA, giocato in Kenya, centinaia di somali con bandiere, incluse donne in abiti nazionali, partecipavano all'evento.
Cosí dice Ali Mohamed residente in Nairobi: "Abbiamo aspettato per lungo tempo per vedere la nostra bandiera sventolare e sentire le note dell'inno nazionale. Tra i giovani il football è quasi una seconda religione. La squadra è formata da elementi di tutti i clans in Somalia e ci meravigliamo come possano giocare in pace tra di loro all'estero e scannarsi in patria. Adesso abbiamo adottato lo stadio di Djibouti come base per allenamenti e partite internazionali "in casa"
Il calcio somalo è disperatamente a corto di finanziamenti ed è classificato dalla FIFA al 168mo posto nel mondo e al 46mo in Africa.
Come tanti altri sports, cinema, televisione ecc è stato dichiaro "non islamico" dai ribelli fondamentalisti di al Shabaab, nome traducibile in italiano come "gioventù" e in latino come "juventus"
Forse l'amore per il calcio tra i giovani somali è dovuto al "gene italico" rimasto da quando la Somalia era una colonia italiana.
Le “teste quadre” della FIFA dovrebbero tener conto di questa situazione e venire incontro - in qualche modo - a questi giovanotti che tengono in vita il gioco del calcio in mezzo al caos generale che incombe sulla loro martoriata nazione.
LA "SALVEZZA" VIENE DALL'AFRICA
di Georg Von Eisen
È il colonialismo "spirituale"alla rovescia. Sono finiti i tempi dell'arrivo dei missionari europei a frotte.
Quando l'Europa era povera non mancavano i preti e i monasteri erano pieni di fratelli e sorelle, di "vocazione" missionaria.
Per esempio l'Irlanda, fino agli anni '60, era la fonte principale di missionari in Africa. Ora anche loro soffrono del calo delle vocazioni, tanto da dover chiudere parecchie parrocchie.
E gli italiani? I primi - quelli della Consolata di Torino - arrivavano in quel di Fort Hall di allora nel 1902 e poi, negli anni seguenti operavano in numero di almeno 500 dal 1^ parallelo sud fino ai confini dell' Etiopia.
Il generale calo delle vocazioni induceva i missionari a reclutare sacerdoti africani alcuni dei quali - a mia conoscenza - sono già dislocati in Italia.
Anche in Francia esiste il problema del calo delle vocazioni al sacerdozio, che induceva la gerarchia locale ad usare l'Internet (facebook) come mezzo di reclutamento. Secondo il "Times" britannico dei 1.316 preti stranieri in Francia 650 vengono dall'Africa. Il Vaticano dice che l'Africa e l'Asia sono i soli continenti che registrano un aumento dei fedeli e vocazioni religiose, mentre in Europa e America sono in declino.
Un notevole numero di preti nigeriani e keniani lavorano in USA. Sul totale almeno uno ogni sei è di origine straniera.
Questa situazione - per quanto riguarda l'Africa - mette in luce il problema della "fuga dei cervelli" dal Continente Nero, non piú ristretti a dottori, ingegneri, infermiere, insegnanti e altri. I preti sono ricercatissimi.
Circa il 40% dei professionisti keniani emigrano verso il "paesi ricchi".
I preti dicono che non lo fanno per guadagno ma per prendersi cura dei "greggi del Signore" Cosi dice il reverendo keniano Maina Waithaka " I miei colleghi in Kenya hanno dei servitori che gli fanno da mangiare e gli lavano i panni. Io in America devo fare tutto da solo"
Un prete africano - in Irlanda - può guadagnare circa Sh 80/100 mila il mese (euro 800/1000) ma in America guadagnano di piú.
Rimane il quesito: Perché le vocazioni religiose sono in declino nei paesi sviluppati? Tra i cattolici, la risposta semplicistica è quella dell'obbligo del celibato clericale, anche se non consequenziale al 100%.
Nell'ambiente missionario in Kenya - di mia conoscenza - quasi ogni anno gli istituti religiosi perdono dei confratelli, per ragioni legate al cosiddetto "mal d'Africa" ma soprattutto al celibato ecclesiastico.
Sono a conoscenza di oltre una diecina di missionari "caduti" - non sul campo per fatiche e stenti - ma nelle braccia delle sirenette locali. Tengo a precisare categoricamente che non si tratta solo d'italiani, la situazione é comune tra tutte le altre nazionalità.
Qui é opportuno ricordare il detto dei colonizzatori britannici del 19 mo. secolo che diceva: Attraversato il Canale di Suez si getta la Bibbia in mare" (o la tonaca?)
A mia conoscenza la maggioranza dei "caduti" si accasano localmente, altri, specialmente nei casi di "paternità" sono "deportati" in patria - con la tonaca a brandelli e i figli abbandonati in loco senza ricevere alcun aiuto da parte delle organizzazioni missionarie alle quali appartenevano.
Nei casi di relazioni pro tempore - si fa per dire - le autorità ecclesiastiche sopportano questi affaires purché condotti in segreto ed entro certi limiti di decenza. Sono un effetto collaterale del "mal d'Africa”, il clima saponifico, la solitudine e la mancanza di supervisione su quelli che operano in aree remote.
In conclusione si può citare l'apostolo San Paolo che – mi pare - diceva: "piuttosto che bruciare è meglio prendere moglie"
LA "HAUTE COUTURE" ISLAMICA: IL BURQA
di Georg Von Eisen
Il burqa è il velo integrale per le donne che lascia scoperti solo gli occhi.
È obbligatorio in Somalia, insieme al divieto di indossare il reggiseno, ma facoltativa in altri paesi a regime islamico.
In Francia invece - con oltre cinque milioni di mussulmani - il parlamento l'ha messo fuorilegge ma solo in pubblico, mentre i britannici la permettono come parte della libertà di lasciare praticare le culture o le religioni dei numerosi gruppi etnici là residenti, come il shari delle indiane o il turbante dei kalasingha, che è accettato anche tra i membri delle forze armate e polizia.
Quello che i britannici non ammettono è la "cultura" dei delitti d'onore - praticata specialmente tra i pakistani - che consiste per i genitori di uccidere - specialmente una figlia - che ha svergognato la famiglia, come per esempio quella che si e’ trovata un boy friend dalla pelle bianca o addirittura un cristiano.
Ultimamente sono venuti a galla un paio d'esempi, come l'ultimo che accadeva di recente in Pakistan. I genitori "britannici" portavano la figlia a visitare la terra nativa - al largo delle leggi di sua maestà Elisabetta II - e l'uccidevano per cancellare una qualche vergogna di famiglia.
Tornando al burqa appare evidente che non tutte le donne che lo indossano sono infatti mussulmane. In Egitto per esempio - dove gli uomini si dedicano a pizzicare il posteriore delle donne, specialmente sui mezzi pubblici - molte di religione Copta (versione locale del cristianesimo) lo indossano come protezione, apparentemente con successo.
I keniani invece - dell'ambiente criminale maschile – lo usanocome mimetizzazione dagli occhi della polizia. Dalle mie parti è anche usato da donne poliziotte in missioni speciali.
Si sa che i terroristi islamici di Al Qaeda e derivati si servono sempre di piú di ragazze suicide le quali - indossando la burqa - possono piú facilmente passare inosservate. Anche un ragazzo la può indossare per il medesimo scopo.
Forse hanno ragione i francesi a metterla fuori legge. È ormai conoscenza comune che le moschee - in Europa - stiano diventando centri di incitamento - o reclutamento - di giovani per indurli a combattere la guerra santa, nei ranghi dei suicidi, contro i "cani infedeli" occidentali, il ché dovrebbe inquietare gli americani e alleati che si occupano della guerra al terrorismo.
Tanto la CIA americana quanto il MI5 britannico dovrebbero considerare l'uso del burqa come mimetizzazione dei loro agenti, invece delle solite parrucche, barbe, baffi finti o occhiali scuri.-
Un agente - uomo o donna che conosca l'arabo - cosí intabarrato potrebbe essere introdotto in una moschea sospetta. Il burqa è adatta a nascondere - oltre che le cinture esplosive - anche un registratore o trasmittente e cosí captare le prove d'incitamento da parte dell'imam che conduce il sermone.
Forse il burqa è anche la causa principale del fallimento degli americani nel catturare - o far fuori - la loro bete noir bin Laden. Continuano a sorvolare le montagne dell’Afganistan e Pakistan - con aerei radio comandati - nella speranza di un giorno colpirlo con un missile - invece dei soliti civili.
Bin Laden non è cosí fesso da prestarsi al tiro a segno americano. Probabilmente - intabarrato nel burqa - gira indisturbato nelle zone a regime islamico, numerose nel medio oriente.
NON SUCCEDE SOLO IN KENYA (post mortem del referendum)
di Georg Von Eisen
Scrive Rasna Warah, la nota giornalista indiana: la vigilanza è cruciale, il Kenya deve imparare dall'India prima che sia troppo tardi.
"Ora che la nuova costituzione è in vigore Il popolo, non deve credere che automaticamente ci sarà prosperità per tutti. Rimangono due demoni da eliminare: la corruzione e il patrocinio politico.
Nessun paese più dell'India è un esempio di come il patronato di pochi può negare il progresso a molti.
L'India - in termini numerici - é la più grande democrazia del mondo dove i diritti di tutti i cittadini sono garantiti. Ma la realtà è diversa.
Il rigido sistema delle caste, che relega quelle basse alla servitù, fa si che larga parte della popolazione rimanga in fondo della scala economica e sociale, specialmente per donne e bambine. Costituzionalmente l'India è un paese "laico" invece le religioni dominano tutti gli aspetti della vita giornaliera tanto che certi partiti politici sono strettamente legati ad una e condonano l'intolleranza verso le altre.
Il governo fa quello che può per migliorare la situazione. Metà dei posti di lavoro governativi sono riservati alle tre caste minori principali, ovvero a circa la metà della popolazione.
Queste quote dovrebbero servire ad eliminare l'elitismo delle classi alte, ma in pratica è vero l'opposto.
I posti riservati sono distribuiti dai capi delle caste e i loro sostenitori che li mettono in vendita ai migliori offerenti. Per esempio un autista - per ottenere il posto di lavoro in un ufficio governativo - deve sborsare almeno l'equivalente di 160 mila scellini del Kenya (euro 1.600)
Non solo i posti di lavoro sono messi in vendita ma anche i servizi sociali specialmente nelle province abitate dalla gente di "casta inferiore" Nello stato del Bihar solo il 10% delle abitazioni hanno la corrente elettrica, con l'aspettativa della vita la più bassa del paese.
I contadini sono comunemente maltrattati o picchiati dai latifondisti e le loro donne violentate. Ogni anno decine di agricoltori si suicidano perché ridotti alla disperazione dai debiti incorsi con i padroni delle terre. Tutto questo capita in una nazione dove l'economia - sin dal 2004 - cresce del 7% l'anno."
Ndr. Anche il Kenya ha le sue "caste inferiori" non classificate per ragioni religiose o culturali ma per motivi di depressione economica e di scarsa importanza politica. Tra queste si annoverano i Turkana, El Molo, Samburu, Pokot, Rendile, Gabra, Borana e altre. Sono costantemente afflitte da disastri naturali come siccità, alluvioni, carestie, mancanza di servizi medici e sanitari e - nelle regioni di frontiera - soggette a continue razzie di bestiame da oltre confine, la loro unica fonte di sopravvivenza, specialmente dall’Etiopia, con scarsa protezione da parte delle "forze dell'ordine"
LA SETTIMA MERAVIGLIA DEL MONDO
di Georg Von Eisen
È l'annuale migrazione delle wildebeest (gnu) che nella riserva del Maasai Mara, a migliaia, attraversano il fiume Mara - infestato da coccodrilli - per recarsi oltre confine nel parco nazionale di Serengeti in Tanzania e viceversa a seconda delle stagioni.
L'evento è stato dichiarato "la settima meraviglia del mondo" da un cartello di studiosi d'ecologia mondiale e dalle televisioni americane.
Normalmente capita ai primi di luglio.
Le wildebeest, per la loro immagine, sono state nominate "i pagliacci della brughiera" Hanno la testa del bufalo, la schiena del rinoceronte, il posteriore del cinghiale, le gambe di un'antilope e la coda di un cavallo.
La gran migrazione e preceduta dalla stagione delle nascite che avviene tra gennaio e marzo. Circa due milioni di animali danno i natali - nel giro di tre settimane - ad almeno cinquecento mila cuccioli, centinaia dei quali cadono vittime dei predatori della brughiera.
Le femmine incinte si raggruppano insieme e partoriscono sempre prima di mezzogiorno quando fa molto caldo e i predatori stanno facendo la siesta.
La gestazione dura poco più di 45 minuti. I vitelli si alzano in piedi dopo cinque minuti e sono in grado di correre dopo appena quindici.
Tra marzo e maggio le mandrie incominciano a muoversi dalle pianure del Serengeti in Tanzania - dove i pascoli sono in secca - verso il Kenya del nord, in compagnia di centinaia di migliaia di antilopi e zebre.
Tra giugno e luglio incominciano a muoversi in massa verso il fiume Mara in preparazione del passaggio in Kenya dove,in questa stagione, i pascoli sono fiorenti
Il guado del fiume Mara - in piena - produce uno spettacolo tra i piú affascinanti del mondo tra il regno animale. Milioni di wildebeest accompagnate da centinaia di migliaia di zebre e antilopi arrivano vicino alle sponde del fiume, apparentemente in disordine e frenetiche di attraversarlo, ma degli studi recenti del fenomeno indicano che i greggi posseggono l'abilità di scegliere i guadi più adatti per attraversare il fiume.
Molti degli animali più deboli soccombono alla corrente e periscono a centinaia. I corpi rimangono preda degli enormi coccodrilli, lunghi fino a sei metri ma anche da leoni, leopardi e iene. Inevitabilmente molti vitelli restano separati dalle vacche e si vedono attraversare il fiume anche diverse volte in cerca della madre.
Oltre due milioni di wildebeest rimangono nella brughiera del Mara fino ad ottobre - novembre quando le piogge corte arrivano nelle pianure del parco di Serengeti. Allora rincomincia la migrazione di ritorno con gli inevitabili pericoli come all'andata e il ciclo migratorio si completa verso gennaio - febbraio.
In tutto circa 250.000 animali periscono durante le migrazioni che coprono la distanza di oltre duemila chilometri. La prossima stagione di gestazione farà nascere almeno cinquecentomila nuovi cuccioli e così l'esistenza della specie è assicurata. Questo straordinario evento è ora diventato di fama internazionale ed è uno dei punti fermi delle attrazioni turistiche del Kenya ed è anche filmato con l'uso d'aerei e d'elicotteri. Ci sono in commercio diversi filmati dell'evento in varie forme, come video-cassette e Dvd.
VACCHE GRASSE E MISERIE UMANE
di Georg Von Eisen
Per la tribù dei Pokot, l'arrivo delle lunghe piogge significa buoni pascoli, vacche grasse, molto latte e gioia per i pastorali ma terrore per molte delle loro figlie. La stagione coincide con quella delle tradizionali circoncisioni.
Alcune ragazze camminano anche cento chilometri per arrivare ad un centro d'assistenza - normalmente una missione - per sfuggire alla circoncisione genitale (FGM) - tra l'altro illegale - ma comunemente ignorata.
La quindicenne Elisabetta Longetunya - che fa la quinta elementare - è terrorizzata dall'arrivo delle piogge quando ragazzine anche di dieci anni sono circoncise e date in matrimonio a dei vecchi - scelti dal genitore - che potrebbero essere i loro nonni. La sua paura è condivisa tra le sue coetanee e dice " preferirei morire piuttosto che essere circoncisa"
Due anni fa - con la madre - fuggivano da casa quando suo padre - che aveva già ricevuto il pagamento parziale della sposa - minacciava di uccidere la moglie che si opponeva a circoncisione e matrimonio forzato di Elisabetta allora dodicenne. Adesso vivono in una capanna di un parente generoso. Non hanno niente e sopravvivono vendendo latte di capra e di cammello. Con la madre sono tormentate al pensiero di quel che il padre fará con la sorellina d'otto anni rimasta con lui.
A cento chilometri di distanza, un prete anglicano con la moglie gestiscono una casa di rifugio per le ragazzine fuggite da casa, come Elisabetta, che a piedi cercano di raggiungere il centro consapevoli che non tutte saranno accolte. La prima accolta ha fatto trecento chilometri per arrivare lì.
È risaputo che per i Pokot - ma anche per molte altre etnie - le ragazze sono una fonte di guadagno e vengono fatte circoncidere non appena i seni si sviluppano per poi darle in matrimonio al chi offre di più.
Un giornalista parlava con la moglie del prete che spiegava "ne arrivano anche un centinaio, non possiamo ammetterle tutte. Le teniamo fino alla fine della "stagione" e poi ne mandiamo via la gran parte" Al momento il centro ne ospita cinquantanove che sono mantenute e mandate a scuola a spese dei due che sono sponsorizzati da un'organizzazione missionaria americana. Anche la Jomo Kenyatta Foundation contribuisce al loro mantenimento cosí pure la Action Aid Kenya. Un altro NGO (organizzazione non governativa) sta costruendo, nella zona, una scuola secondaria e dormitorio.
Il direttore della Action Aid Kenya spiega " Nella zona East Pokot si incominciano a vedere dei risultati positivi. Circa il 20% delle ragazze locali non sono circoncise. Il nostro obiettivo è quello di raggiungere il rimanente 80% Il "rito" è profondamente radicato tra questa gente e sradicalo è un'impresa enorme"
Ndr. Quello che il giornalista che ha redatto l’articolo al quale mi sono ispirato, non spiegava è perché la pratica della FGM (mutilazione genitale femminile) benché da tempo messa fuori legge non è attivata. Non è chiaro chi deve essere condannato o chi deve sporgere denuncia. Parte del problema è che - nelle zone remote - gli amministratori governativi o chiefs (capi villaggi) sono uomini locali ancora profondamente condizionati dalle tradizioni tribali, vecchie di secoli. I politici locali - da sempre terrorizzati di perdere il lucroso seggio parlamentare - si astengono dal contrastare i wazee (patriarchi tribali) e perdere il loro supporto al tempo delle elezioni.
MAASAI IN 7 GIORNI...MA IL CORSO NON E' COMPLETO!
di Georg Von Eisen
Giorni fa si apprendeva della singolare iniziativa ad opera della nota agenzia turistica Bush Adventure.
Il programma consiste in un training di sette giorni in un villaggio (manyatta) del Maasai Mara per imparare ad usare arco, frecce e l’orinkà, il bastone da lancio della tribù, imparare le tecniche di combattimento, riconoscere l’avvicinarsi dei predatori che minacciano il villaggio e il bestiame, accendere il fuoco in qualsiasi situazione, curarsi con le piante e individuare l’acqua potabile.
Questo non è un normale safari, ma un’immersione dentro la "cultura" di una delle piú nobili tribù dell’Africa - una volta la beniamina dei coloni inglesi - che da sempre, ad uso e costume del turismo, esporta la sua immagine, legata a quella della savana e della natura selvaggia. Sovente i depliant descrivono questa tribù come parte della fauna selvatica. Ancora oggi nei racconti si legge: …incontravamo tre uomini piú un maasai… Per inciso, ai tempi della colonia, quando un kikuyu rubava una gallina era frustato a sangue, ma quando un moran (guerriero maasai) rubava un bovino - secondo i loro costumi - era perdonato.
L'agenzia Bush Adventure spiega il "corso" d'addestramento come segue:" Già dal primo giorno si verrà vestiti e acconciati come i giovani “moran”, si indosseranno le inconfondibili tuniche rosso porpora e si trascorreranno le giornate a stretto contatto con chi non vive unicamente in attesa del turista, ma conduce la sua esistenza più o meno come un secolo fa, magari con qualche telefonino, radiolina e torcia a pile in più. Si dormirà in tende da campo allestite nel villaggio maasai e si cenerà sotto le stelle con l’unica concessione alla vacanza, pasti cucinati da uno chef e non sempre e solo “nyama choma”, la carne abbrustolita dei maasai. Giusto per non dimenticarsi che si è in vacanza in Africa, e che il tutto avviene all'interno di uno dei paradisi incontaminati del pianeta, tra animali in libertà e gli incantevoli panorami lunari dell'equatore"
Chi scrive ha avuto la "fortuna" di lavorare tra questa gente in quel di Narok ed è ben informato dei loro usi e costumi. Inoltre cooperava all’opera del dottor Burtini “ In Principio Dio creo’ i Maasai”
Quello che l'agenzia ha dimenticato d'informare – o tenuto segreto - ai partecipanti al "corso" e’ la funzione - assolutamente necessaria - per diventare un maasai, ovvero quella della circoncisione genitale senza la quale nessuno può pretendere di diventare un membro della tribù anche se dotato "del naso alla romana" che molti maasai sfoggiano. (Per le donne è obbligatoria la FGM o mutilazione genitale femminile)
Al riguardo, questa dotazione fisica dei maasai è legata alla leggenda della "legione romana perduta" che fu mandata dall'imperatore Nerone, mi pare, a scoprire le sorgenti del Nilo. Pare che i legionari si integrassero con i maasai che allora abitavano nella zona, oppure soccombevano al “mal d’Africa” o al fascino dell’amore ai tropici. Questa tendenza e’ ancora in uso tra i loro discendenti, di ambedue i sessi, specialmente sulla costa del Kenya, ma non solo. I legionari ereditavano non solo l'aspetto fisico della narice ma specialmente l'arte guerriera della quale i romani n'erano maestri.
La Bush Adventure non ha indicato se il "corso" e’ anche riservato alle donne. Perché non ha incluso, nei capitolati dell'iniziazione, l'indispensabile funzione del "taglio" - almeno per gli uomini? - Forse avrebbe causato la decimazione in massa delle prenotazioni. E per le signore? Meglio neanche pensarci.
LA FIFA HA PRESO A CALCI L'AFRICA
di GEORG VON EISEN
Cosí scrive Gabriel Dolan, un missionario irlandese di stanza a Mombasa: "Settecento milioni hanno seguito la finale.
Se Carl Marx ci fosse ancora direbbe che il calcio - non la religione - è l'oppio dei popoli.
Il Sud Africa ha speso Sh 430 miliardi (euro 43.000.000) per le infrastrutture e si stima che i visitatori abbiano speso Sh 380 miliardi,(euro 38.000.000) ma i poveri hanno guadagnato poco. Con 100 miliardi di Sh, per i nuovi stadi, si sarebbero costruite 2.5 milioni di casette a basso costo. Il 40% dei sud africani guadagna $2 il giorno.
La Fifa - con il 74 enne Blatter - sono i nuovi colonialisti. Se ne sono andati con un profitto di $ 3 miliardi. Centinaia d'abitanti delle baraccopoli furono cacciati - per far posto agli stadi - e migliaia d'ambulanti tenuti alla larga.
Negli stadi il bere e il mangiare si potevano solo comprare dai botteghini che pagavano "l'affitto" alla Fifa, la quale faceva arrestare due olandesi che promuovevano una birra non da loro sponsorizzata.
Le magliette e tutti i ricordini - venduti negli stadi e fuori - portavano il "marchio di fabbrica" della Fifa ed erano rifilati a prezzi astronomici.
La filosofia della Fifa non è sportiva ma altamente commerciale. Ottenere il massimo dei profitti dallo sport è la loro missione.
A tale scopo allargavano la partecipazione al torneo da 16 a 32 squadre che furono la causa di numerose partite povere e noiose.
Certamente abbiamo goduto il calcio ma c'è qualcosa d'immorale che permette alla FIFA di monopolizzare - a scopo di lucro - il " Beautiful Game" << Gdolan54@gmail.com >>
NDR: Non sono solo Sepp Blatter e la Fifa a "sciacallare" il "bel gioco" Dalla stampa si apprende che le "Furie Rosse" spagnole negoziavano un incentivo di Sh 58 milioni ($ 750.000) ciascuno come stimolo per vincere il torneo. Gli olandesi invece - per il medesimo scopo - si accontentavano di "soli" $ 375.000. Speravano piuttosto nell'intervento divino tramite i "servizi" del loro cappellano don Paul Vlaar, che disobbediva al vescovo conducendo una messa vestito da portiere della nazionale invece che dei sacri paramenti. Inoltre invitava i fedeli a calciare dei palloni nella porta della chiesa come auspicio di una goleada contro la Spagna. Invece si rimediava il "cartellino rosso" dal vescovo, che lo sospendeva "a divinis"
Forse ha ragione il padre Dolan ha dire che il calcio è diventato l'oppio dei popoli.