
Un giornalista, una fotografa... per raccontare storie vere di questo angolo d'Africa
VIAGGIO A LAMU, IL PARADISO SENZA TEMPO
CHE SCOMPARIRA' CON IL NUOVO PORTO
(seconda puntata)
Gurba pulisce con flemmatica fretta africana la sua “speed boat”.
Liquidi marroncini, antenne di crostaceo spezzate, mosche annegate compongono un guazzetto da spazzare via con altra acqua di mare. Una spolverata di detersivo per cancellare l’odore e barca come nuova per accogliere i turisti.
Gurba capitalizza al massimo il suo investimento, un piccolo motoscafo veloce e potente. Fa il doppio lavoro. La mattina va a pesca di aragoste, che rivende a un signorotto arabo che le inscatola insieme a grosse lastre di ghiaccio secco e le infila sui camion diretti a Nairobi e Mombasa.
Le aragoste che l’oligarchia della capitale consuma insieme a costose bottiglie di vino italiano e francese, arrivano tutte da qui. Gurba ci fa accomodare sulla “speed boat” e col favore del tramonto isolano ci porta verso Shela. Farà questa doppia vita ancora per poco o comunque dovrà cambiare abitudini e ridimensionare il suo business: il Viceministro della Pesca ha annunciato il blocco ai pescatori nella zona del nuovo porto.
“E’ la più pescosa in assoluto – spiega Gurba – soprattutto per le aragoste e i granchi. Dove andremo adesso?”. Chi ha una barca, un dhow, un motoscafo, a Lamu da sempre vive di pesca e trasporto, prima ancora che fare il taxi per i mzungu.
“Forse ci sarà altro da trasportare in futuro, ma Lamu non esporterà più nulla. Qualcuno avrà i soldi per comprare, forse”.
Chissà. Magari arriveranno barche più veloci e potenti della sua, per andare a pescare a cento chilometri di distanza e portare gli operai alle raffinerie che costruiranno sull’isola di Faza.
Le raffinerie, già. Anche se le aragoste galoppassero in quella zona, avrebbero tanto carburante in corpo da diventare gustose più o meno come la marmitta di una Nissan.
Si sa che il porto sarà soprattutto il terminale dell’oleodotto che porterà petrolio da Juba, capitale del neo costituito Sud Sudan. Resta da capire come mai debba il greggio debba essere ripulito e adattato proprio a Lamu.
“Ormai ci dobbiamo arrendere all’evidenza che il nuovo porto si farà – spiega l’ex sindaco di Lamu, Abdallah Fadhili, fautore del movimento “Port Stearing Comittee” – dobbiamo cercare semplicemente di ridurre l’impatto ambientale. Le raffinerie, ad esempio: perché non le fanno direttamente in Sud Sudan e mandano qui già il carburante, pronto da essere immesso sulle navi?”
Il Sud Sudan c’è poca acqua e ci sono ancora troppi pochi interessi. Il movimento dei politici di Lamu ha proposto Isiolo, cittadina a nord di Nairobi dove gli interessi ci sono eccome.
Ma il Kenya insiste su Lamu e così sarà.
Venerdì 2 marzo: arrivano i presidenti dei tre Stati coinvolti per inaugurare i lavori che di fatto sono già iniziati. Atterrano con elicotteri militari il keniota Mwai Kibaki, il Sudsudanese Kiir e l’Etiope Zenawi. Sono orgogliosi di lanciare LAPSSET, un progetto da 18 bilioni di euro che comprende, oltre al più grande e moderno porto dell’Africa che si affaccia sull’Oceano Indiano, una ferrovia e ovviamente le raffinerie.
Il chairman di “Save Lamu”, l’associazione ambientalista che ne raggruppa una ventina, un combattivo arabo di una certa età che abbiamo intervistato la settimana prima, è stato arrestato dalla polizia mentre si preparava a manifestare a Magogoni, davanti a politici e giornalisti. Con lui una cinquantina di attivisti. Scandivano slogan contro la costruzione del porto, la mancanza dello studio di fattibilità ambientale e l’oleodotto.
Già, c’è anche l’oleodotto. Uno identico è appena saltato in aria durante un attentato in Sud Sudan. Quello che partirà da Juba e arriverà a Lamu, finirà in mare dalla parte opposta dell’isola, oltre il villaggio elegante di Shela, in cui svetta la villa del rampollo di casa Peugeot, dove Sarko e Carlà piroettavano per far nascere l’ennesimo erede presidenziale, e quella di Carolina di Monaco. Sarà difficile rivedere i tycoon tra qualche anno sciacquarsi nel canalone turchese tra Manda e Shela.
Magari le residenze in stile moresco saranno acquistate da qualche petroliere azero o uzbeko dal nome impronunciabile e dall’inguard
abile gusto.
“Del turismo a Lamu non frega più niente a nessuno – commenta un’imprenditrice italiana che vive a Shela da anni – in molti attendono serenamente l’avvento del porto per veder salire il valore dei loro immobili e dei terreni, poterli vendere ai primi commercianti che arrivano ed emigrare altrove”.
Non c’è più spazio per la poesia, per il mal d’isola africana.
“Anche a Manda – prosegue l’imprenditrice – chi ha un terreno non vede l’ora di costruirci qualcosa che potrà rendere economicamente perché funzionale al nuovo tipo di indotto che arriverà”.
Turismo economico, lo chiama l’ex sindaco Fadhili.
Altro che villette e cammei, condomini per ospitare tecnici ed operai, hotel da due notti e una mignotta per i dirigenti d’azienda, magari chissà anche un casinò…Perché non sognare, al posto di Lamu, una piccola Dubai?
Proprio come Dubai, ironia della sorte, Lamu dovrà importare le aragoste dalla Tanzania. Ma avrà i soldi per farlo. Architetti illuminati, chiamati per costruire edifici essenziali allo sviluppo, restaureranno l’antico forte simbolo della città e finalmente, risolveranno la grande piaga dell’isola: le fogne a cielo aperto che scorrono di fianco ad ogni vicolo.
Oppure Lamu diventerà la casbah, l’inaccessibile quartiere povero, dei traffici, della droga, di Sudanesi ed Etiopi trafficoni e verrà costruita una New Lamu poco distante, asettica e splendente su terreni nuovi, con palazzi a vetro e piscine al quindicesimo piano.
Quasi quasi c’è da sperare nella bontà della predizione dei Maya.
VIAGGIO A LAMU, IL PARADISO SENZA TEMPO
CHE SCOMPARIRA' CON IL NUOVO PORTO
(prima puntata)
L’arma più pericolosa rintracciabile sulla terra, quella più subdola, violenta, silente e inesorabile, è senza dubbio la mano dell’uomo.
E’ l’unica capace di cancellare in pochissimo tempo millenni di storia, di usi e costumi, di pace e dominio della Natura, di abitudini ancestrali che forgiano caratteri, che penetrano addirittura nel cuore e nell’anima di intere generazioni.
L’unica che uccide e distrugge mentre stringe una sua simile, mentre firma un pezzo di carta, mentre volteggia in aria per disegnare parole misurate, bonarie, apparentemente sagge.
Così la mano dell’uomo seppellirà anche l’arcipelago di Lamu. 
Lo visitarono i cinesi, prima dell’anno mille, lo rispettarono gli indonesiani che insegnarono ai pescatori a costruire i trimarani e i dhow. Non lo stravolsero né gli arabi, né gli indiani. Non le dispute tra sultani, né i portoghesi. Non lo convertirono i tedeschi e non lo colonizzarono gli inglesi.
L’indipendenza del Kenya, a Lamu, fu un fatto marginale. Era come tornare in possesso di un albergo di cui in realtà si aveva sempre avuto la gestione.
Quel che non hanno fatto popoli guerrieri o conquistatori, scaltri mercanti e schiavisti, missionari o esploratori, riusciranno a compierlo i politici del terzo millennio.
Quelli cresciuti nella cieca e sorda adorazione del dio denaro e con le spalle coperte dalle multinazionali, quelli che dietro la parola “democrazia”, sviluppano, in maniera avida e cialtrona, la solita oligarchia che in Africa vuol dire tenere un popolo sotto la soglia della povertà, calibrando il pane quotidiano d’ignoranza e malattie e un po’ d’oppio di progresso.
Lamu spesso viene definita la “Venezia islamica dell’Oceano Indiano”, il “Paradiso arabo in Kenya”.
Ha il fascino delle cose immutate, del salto indietro nel tempo. Il fascino che nessun racconto e nessun film potrà tenere vivo, perché nei film non si accarezzano gli asini che se ne vanno liberi per i vicoli, non si dribblano le loro cacche che sono un secondo pavimento, non si viene salutati continuamente da vecchi e bambini, non si gira di notte per una casbah buia e stretta senza il minimo sentore di pericolo, non ci si abitua ai miasmi delle fogne a cielo aperto, non si rischia il gusto inimitabile di una samosa nei chioschi per strada.
Nei film però ci si perde nel sogno da mille e una notte dell’elegante quartiere di Shela, tra guest house da sceicchi e la villa di Carolina di Monaco, viottoli dal fondo levigato come toilette e un ordine in giro che avrebbe stupito persino quel precisetti di Maometto. Nel film c’è il deserto di Manda Beach, che fino a qualche mese fa era la spiaggia dei vip, tra resort a cinque stelle e ville senza nemmeno un’inferriata. Prima che una banda di pirati neanche troppo addestrati si portasse via una residente francese malata terminale a cui nella vita mancava solo di morire da eroina e per giunta senza morfina.
Ma non è la pirateria ad uccidere Lamu, che vive di pesca, d’esportazione di crostacei, del suo ecosistema, di viaggiatori e villeggianti vip e della cultura islamica.
Saranno le mani che hanno firmato gli accordi per la costruzione del nuovo porto ad annientare mille anni di storia, a cancellare la parola turismo dal bagnasciuga e dalla barriera corallina, a scrivere freddi numeri con l’inchiostro ricavato dalle raffinerie di greggio, a trasformare i dhow in petroliere?
LAPSET.
Così si chiamerà il porto. Significa “Lamu Port Sud Sudan Ethiopia”. Sarà lo sfogo sul mare di due stati i cui governanti si apprestano a diventare ricchi, affamati e potenti come i loro alleati.
LAPSET, sembra un rossetto, un semplice makeup per un Paese che si specchia nell’egoismo internazionale sventolando il suo Pil in crescita e altre cazzate simili. La verità è che c’è dietro la costruzione di un oleodotto che collegherà il nuovo stato staccatosi dal Sudan del dittatore Bashir, pieno di petrolio, con il mare e che permetterà anche all’Etiopia di non dover pagare fior di tasse all’hub di Port Sudan. Ecco perché Francia e Stati Uniti appoggiano la guerra contro le frange estremiste arabe di Al Shabaab in Somalia, ecco perché per la prima volta tutti i politici somali in esilio si trovano d’accordo con quest’azione contro quel che resta del loro paese. Ecco perché c’è bisogno della pace.
Il petrolio tira ancora parecchio, più della vendita di armi. L’accordo per il porto è già stato firmato, a Juba dai tre ministri dello sviluppo. Sorgerà nella zona est di Lamu, dietro l’attuale porto d’attracco per chi arriva dalla terraferma e viene trasportato sulle isole. I lavori sono già cominciati, le acquisizioni di terreni di chi vive lì da secoli, anche.
Venerdì prossimo, 2 marzo, i Presidenti dei tre stati e i Ministri saranno a Lamu per il via ufficiale ai lavori.
Cosa si può fare allo stato attuale per salvare il salvabile dell’arcipelago, paradiso protetto (per quel che conta) dall’Unesco?
Malindiikenya.net è andata a Lamu per parlare con la gente, le associazioni, i politici, gli imprenditori, gli ambientalisti, per cercare di capire.


(fine prima puntata - foto di Leni Frau)
DAL VIETNAM A MALINDI ITALIA
COSI' IL QWAN KI DO CONQUISTO' I KENIOTI

Christopher intaglia il legno al mercatino dell'artigianato locale.
Dalle sue mani escono giraffe, elefanti, guerrieri maasai.
Martin porta in giro la gente dei sobborghi di Malindi con il suo "piki piki", la motocicletta cinese che ha comperato a rate infinite. Il suoi piedi scalano le marce, si appoggiano sulle gobbe dello sterrato, su marciapiedi instabili e sentieri sabbiosi.
Non è una vita facile, è la quotidianità keniota di chi aspira a qualcosa in più del piatto di polenta e verdura.
Christopher e Martin si ritrovano in palestra tre sere a settimana. Indossano il kimono che hanno comperato (sempre a rate, ovviamente) e conducono la lezione.
Le mani di Christopher ora disegnano l'aria, il mondo che avrebbero voluto.
I piedi di Martin si alzano in volo, come si alzò l'aereo che lo condusse in Italia per gareggiare.
Un sogno realizzato.
A Malindi si pratica il Qwan Ki Do, antica disciplina vietnamita.
E' stato un appassionato italiano, Franco Oriot, a portare il Qwan Ki Do in Kenya.
Ha preso in affitto uno spazio nella piazza dei matatu, in periferia. Una terrazza chiusa da cui si domina la miseria costiera africana.
Alla spicciolata arrivano gli altri. Cinque, dieci, trenta ragazzi che, indossando il kimono, smettono per due ore le loro fatiche, i loro problemi, le contraddizioni di vivere nel luccicante mare della Malindi italiana e di continuare a respirare a boccaglio appena sopra la melma della soglia di povertà.
Eccoli allinearsi, librare gli arti inferiori come ali immaginarie, spiccare il volo verso oriente, verso una vita migliore.
Attenti agli insegnamenti di Oriot, ma anche pronti a combattere tra loro, con abnegazione.
C'è chi fa l'askari e vuole migliorare non solo la propria autodifesa, ci sono houseboy, cuochi, operai. Molti lavorano per noi italiani.
C'è chi ha una balorda vita di strada da sfogare, chi ha visto la morte sua in faccia e quella dei suoi cari nel cuore.
E' un gruppo affiatato, si conoscono e attraverso gli stessi movimenti si capiscono ed è come se dividessero i dolori in tanti microtraumi, come se un calcio ben assestato, una giravolta volante, un colpo secco e improvviso, potessero infrangere le sbarre quotidiane dell'indolenza africana.
"I corsi, gli allenamenti, le gare sono gratis - spiega Oriot - nessuno è obbligato a partecipare, viene soltanto chi ne sente il bisogno, come deve essere. Per questo i ragazzi devono comprare il kimono. Io metto a disposizione la palestra e il mio tempo di insegnante.
Tutto il resto deve arrivare da loro".
Eppure riesce ad essere un progetto sociale. Molti di questi giovani sono stati recuperati dal rischio della prigione, dalla droga.
Alcuni, grazie al Qwan Ki Do, hanno recuperato fiducia in sé stessi e hanno trovato un lavoro.

Tramonta il sole sulla palestra di periferia. Il mondo, sotto, scompare nell'ombra e nemmeno si chiede se sta continuando a girare.
Domattina Franco sarà di scena dai Christopher e Martin di domani, dai bambini di un orfanotrofio di Mijikenda, che stanno imparando a danzare in vietnamita.
Hanno fretta di imparare, i bambini. Per loro Christopher e Martin sono due eroi, due simboli.
Loro ce l'hanno fatta.
E adesso possono insegnare loro, con costanza e disciplina, a
disegnare l'aria, a disegnare il mondo.
Il mondo più vicino possibile a quello che vorrebbero.
(Freddie del Curatolo - foto di Franco Oriot)
SULLE TRACCE DEI BRACCONIERI
Terza puntata: La pietra saponaria lungo il corridoio per Mombasa
Lo chiamano il corridoio.
Ma non è quello con le mattonelle a rombi di una vecchia casa, nobile o di ringhiera che sia, con la padrona anziana che lo asfalta avanti e indietro con le pattine ai piedi.
Questo è un corridoio di polvere e petrolio, di carichi pesanti e pericoli da sorpassare.
E’ la Nairobi-Mombasa. Forse solo il Brennero nei giorni feriali vede transitare così tanti camion. Nel corridoio c’è tutto il Kenya da esportazione su gomma, buona parte dell’Uganda, un po’ di Etiopia e c’è anche la Tanzania lacustre.
Tutti verso l’atrio prima dell’uscio.
Il grande porto d’Africa aspetta. I container ammassati sulla riva del creek hanno assorbito la calma ancestrale del continente. Arrivano a frotte i pachidermi di lamiera e scaricano il proprio ingombrante peso davanti alle gru, enormi giraffe sonnecchianti.
Un cimitero degli elefanti, ironia della sorte.
A Kisii il lavoro è stato completato. Il sovrintendente cinese aveva precedentemente acquistato forniture di pietra saponaria da riempire le toilettes di mezza Shangai.
E’ in mezzo a quell’orgia di porta saponette, cofanetti e soprammobili che si nascondono le zanne in tranci. Nessun controllo serio nel corridoio. Bolla d’accompagnamento, assicurazione, gomme semilisce e via, a sollevare polvere sulla polvere, ad imbiancare le acacie e i maasai che attendono un matatu o qualche altra sventura che se li porti via.
Il corridoio è una manna, un’opportunità, una galera invisibile in cui l’ora d’aria prende la giornata, la percorre e la riempie di piccole occasioni per sopravvivere.
Il tir di saponaria si confonde con altri mille e taglia il corridoio tra sorpassi e frenate, posti di blocco e borghi da far west africano.
Un motel-macelleria, un bar di legno e lamiera, una pompa di benzina. Potrebbe essere new Mexico, se non spuntassero fuori i maasai come qualcosa che non c’entra niente, come in un film di David Lynch.
Il tir scavalca Mtito Andei, poi il crocevia di Voi. Per qualche chilometro magari avrà al suo fianco un collega tanzaniano che arriva da Taveta lungo una strada cattiva e accidentata come il governo in Congo e ha nascosto le zanne in mezzo al tek e a pietre strane.
Sollevano polvere a Mariakani, a Mazeras e riposano gli arti nel traffico d’ingresso a Mombasa, dove il corridoio si restringe fino a sembrare un vicolo cieco, un angiporto.
Il grande atrio di Mombasa.
Sembra quasi uno scherzo del destino che il simbolo della città siano le due grandi zanne incrociate di Moi Avenue. Tusk City, la chiamano. La città delle zanne. Dovrebbero cambiare il nome in Elephant Cemetry, forse.
E’ una piazza d’armi, un territorio da saccheggio pure il Kenya attuale. Quanti di questi traffici, quanto di questo traffico, d’inquinamento che fa arrendere la savana alle porte della città, dipende dal Paese.
Quanta di questa polvere è sollevata per l’Asia e l’Occidente e quanto rimarrà nelle mani di pochi kenioti.
Da nord arriva tè, caffè, ananas e orchidee surgelate. Nella confusione generale cosa vuoi che sia un tir di pietra saponaria.
Soltanto quattrocento elefanti in meno nello Tsavo.
Soltanto quattrocento elefanti morti.
Qualche mese fa un carico sospetto è stato controllato come si deve. Hanno trovato 465 zanne.
Qualcuna, con una spavalderia che fa riflettere sul coinvolgimento di tanti, non era stata nemmeno segata.
Bella, fiera e senza tempo era pronta per salpare alla volta di Singapore. (fine terza puntata)

SULLE TRACCE DEI BRACCONIERI
Seconda puntata: La grande madre Savana e le zanne di Kisii
La savana è la materia.
E’ ciò di cui siamo fatti tutti e da cui tutti proveniamo.
Non sono solo i mesozoici elefanti e le grottesche giraffe a ricordarcelo. 
Ce lo dicono le improvvise colline che sono frammenti della Rift Valley, le acacie ad ombrello disseminate come funghi antidiluviani, gli enormi massi scolpiti da centomila anni di vento.
Ce lo insegnano la disperata corsa della gazzella per sfuggire ai felini, la grottesca lotta di corna tra l’orice e l’antilope d’acqua per spartirsi una buona zona d’erba, l’incazzatura collettiva dei bufali, la marmorea attesa dello sciacallo, la vita a strisce delle zebre e quella a stelle del marabù.
La savana ora è ai nostri piedi e assorbe un cielo insolito, appannato.
Un cielo molto poco africano.
Pascal, il ranger, ci spiega che la guardia scelta a cui i bracconieri hanno sparato la sera prima, sta lottando a Nairobi tra la vita e la morte.
Saliamo sul Poachers Lookout, il colle d’avvistamento dello Tsavo Ovest.
Abbiamo dribblato le pietre laviche delle Chyulu Hills, le piste sabbiose che portano alle sorgenti di Mzima Springs, dove l’ippopotamo regna assonnato e la fitta foresta è nascondiglio naturale.
I bastardi conoscono la materia e la loro provenienza.
Hanno tagliato più volte la testa alla grande madre Savana.
L’hanno stuprata e la stanno rendendo sterile.
E’ una storia antica come quella della terra, l’estenuante ripetersi dei soprusi e della vigliaccheria.
Lo Tsavo West in pochi anni è stato svuotato di elefanti e in genere di tutti gli animali.
Paesaggi mutevoli e misteriosi, desertici e lunari, duri, montani o boschivi.
Pochissimi esemplari, però.
Da qui i contrabbandieri d’avorio risalgono le verdi colline d’Africa, s’inoltrano nel maasai mara e proseguono per Kisii.
Sono le lande della pietra saponaria, quella sorta di alabastro duro con cui si fanno animaletti, portaoggetti ed altre diavolerie inutili che i cinesi preferiscono in avorio.
Così i bracconieri hanno ceduto il passo ai trafficanti.
Finanziati da uomini d’affari asiatici, arrivano con pesanti automezzi a Kisii e preparano i carichi che finiranno al porto di Mombasa.
Con grosse seghe circolari fanno a pezzi le lunghe zanne, poi mescolano elefanti di saponaria con i preziosi resti di quelli che hanno ucciso.
Un’orrenda mescolanza di reale e irreale, un teatro dell’assurdo e dell’inutile da esportazione.
Tutto nei container che, caricati su grossi tir, riprendono a macinare chilometri nella direzione opposta.
(fine seconda puntata)
SULLE TRACCE DEI BRACCONIERI
Prima puntata: Voi, l'insospettabile crocevia dell'avorio
Non diresti che è un crocevia del contrabbando. Voi è adagiata tra colline solitarie ed improvvise rocche, con i piedi in savana e le ginocchia sulla Mombasa-Nairobi, la statale dei camion. Se fosse una donna, potrebbe avere i tratti somatici di quelle sudamericane d’altura, un po’ contadina india un po’ stregona maya, ma non abbastanza guerriera da creare scompiglio e libertà.
Sempre battuta dai venti e dal passaggio degli eventi, tiene i colori dell’Africa all’interno di un composto mercatino scosceso, dove tutto è accomodato e accomodante. 
Persino il capolinea dei matatu non è chiassoso come in ogni altro borgo di queste parti.
Basta passare da Mariakani o da Mtito Andei, per accorgersi della differenza.
Per non distrurbarti, qui la gente quasi non ti sorride nemmeno.
Il mzungu è cosa rara, è un alieno che non scende mai sulla terra.
Lo si vede sfrecciare sulle astronavi da safari, intabarrato in completi color cachi e seminascosto da cappelli a larghe tese e occhiali da sole.
A lui non interessa la vita di Voi, la gente che vive in salita e discesa, che beve kenya coffee al Gloria Cafè. Al mzungu da sempre importa degli animali, vuole vedere il leone, l’elefante.
Un tempo li cacciava e ne esibiva fiero i corpi morti. Oggi li protegge e, anzi, sembra dare la caccia a chi vorrebbe portarsi via la pelle del re della savana o le preziose zanne del pachiderma.
Strani questi bianchi.
Allora ti guardi intorno e cerchi l’occhiata complice di chi non ha mai cambiato idea.
L’animale può essere pericolo o fonte di sopravvivenza. A volte anche entrambe le cose.
Cerchi nelle pieghe della cittadina il senso di questo pericolo, la stretta esigenza di sopravvivere.
E’ nascosta, coperta come in questi giorni il grande cielo africano di queste parti. Velato di una tristezza in più, che offusca la luminosa ineluttabilità della storia del Continente Nero. I bracconieri hanno ucciso un aiutante del parco dello Tsavo Est e ferito gravemente una delle guardie scelte del Kenya Wildlife Service. “Sono qui, sono nascosti tra noi – assicura Dominic Wambua, Senior Warden di Tsavo Est – si spostano, vanno e vengono. Impossibile dargli la caccia in maniera costante. Il nostro nucleo investigativo lavora in collaborazione con la polizia di Voi, ma quando ne avvertiamo la presenza all’interno del parco, tocca a noi rischiare la pelle, lo scontro a fuoco”.
Gli uomini di Wambua sono stati addestrati per riconoscere il mal di denti della giraffa, per prevedere il crollo di un ponticello e preparare il guado alternativo.
Vivono nella natura e della natura selvaggia prendono le difese. Ma all’occorrenza imbracciano il fucile per difendere loro stessi e il parco dalla bestia più pericolosa di tutte. L’uomo.
“Si spostano nella notte, lasciano grosse automobili ad attenderli fuori dallo Tsavo e partono con la caccia all’elefante – spiega il boss Wambua - Sono in tanti, devono agire in fretta, prima dell’alba.
Devono trasportare zanne pesanti di là dalla riserva e caricarle sugli automezzi. Sono quasi tutti somali, o Pokoth.
Facile pensare dove si procurino le armi.
Sono quasi tutti al soldo degli asiatici che sbarcano a Nairobi in cerca d’avorio”. Se poi pensi a quel che ne faranno, oggettistica preziosa kitsch per le loro ville, ti viene ancor più il voltastomaco. Nell’ufficio di Wambua, un palazzotto rivestito di Galana in mezzo al niente dell’Africa, si respira preoccupazione ma anche abitudine a battaglie quotidiane per conservare uno dei grandi patrimoni di questo Paese. Anche per il bene del turismo. “Ci tengo a precisare – dice ancora Wambua – che per i turisti che arrivano allo Tsavo Est, non c’è alcun pericolo.
I bracconieri non hanno alcun interesse a farsi vedere o ad attaccare le persone.
Si muovono a piedi e mai di giorno, evitano le vicinanze dei campi tendati o dei lodge perché sanno che sono sorvegliati. I vostri connazionali ogni anno premiano in massa il nostro lavoro e sono sempre i benvenuti”.
Magari, se lanciassero qualche bottiglietta di plastica o fazzoletto usato in meno sotto le acacie o sulle sponde del Galana river, sarebbe meglio…
(fine prima puntata -foto di Leni Frau)
NELL'ISOLA DEL MIRACOLO QUOTIDIANO

I miracoli spesso arrivano dal silenzio e hanno l'aria di qualcosa di naturale, di quotidiano. Nessuno li sbandiera sotto il nostro naso, tantomeno gli artefici.
Quotidiano, naturale. Come una piccola barca a motore che ogni mattina passa a prendere centinaia di ragazzini tra le insenature del Mida Creek, negli anfratti conosciuti di mille mangrovie, e li porta a scuola.
E' l'unico modo per dare loro un'istruzione. Quotidiano, naturale. Come l'operosità di un italiano, Mario Rossi, che dieci anni fa decide che c'è bisogno di una struttura che accolga più bambini ancora. L'unica scuola del Mida Creek è su un'isoletta. Quattro legni, un tetto di makuti e una maestra.
In dieci anni, grazie a Rossi ed altri tre silenziosi benefattori, la Marafiki Primary School (riconosciuta dal Governo) ospita 510 alunni. Quotidianamente e naturalmente. Bambini dai sei ai tredici anni, che vivono in umide capanne di fango a due passi dall'acqua, dove la malaria è una certezza e la pesca è l'unica risorsa. Oggi la possibilità di evadere da questa meravigliosa (per noi che la vediamo in giornata da una barca da turisti) prigione verde e incantata, è qualcosa di palpabile. Ha la struttura di aule, banchi, pannelli solari. Ha una sala computer, un campo di calcio e uno di basket. Valentina, una delle attive organizzatrici della scuola, lavora al Garoda Resort.
L'orgoglio di quel che quotidianamente e naturalmente, con dedizione e volontà, è riuscita a fare grazie a donazioni silenziose, le si legge negli occhi. "Questa scuola è il nostro gioiello - dice - da dieci anni riusciamo a garantire l'istruzione a chi avrebbe dovuto fare chissà come decine di chilometri per studiare, o sarebbe rimasto sotto un albero ad imparare poche cose".

E invece, qui sull'isoletta del miracolo, i bambini hanno fatto gruppo come in poche altre situazioni. Cantano, ballano, mostrano con lo stesso orgoglio di Valentina le loro aule. I professori parlano delle difficoltà di fare scuola in un luogo sperduto e accessibile solo via mare. Difficile addirittura avere provvigioni per far mangiare tutti i piccoli studenti. Anche per gli insegnanti la Marafiki è diventata una missione.
Quotidiana e naturale. Ma c'è la soddisfazione di vedere questi figli del mare e delle mangrovie crescere di anno in anno. A gennaio è stata inaugurata la prima classe della scuola superiore, per quelli che, dopo nove anni, sono usciti dalle scuole dell'obbligo e meritano di continuare. La speranza è andare avanti anno dopo anno a costruire tutte le cinque classi. Anche per dimostrare che si può arrivare a portare i ragazzi ad avere quel diploma che cambierà loro la vita. C'è grande voglia di farcela, tutti insieme. D'altronde sono tutti sulla stessa barca, quella che quotidianamente, naturalmente li porta a scuola.
(Freddie del Curatolo - Foto di Leni Frau)
NEL
CUORE DEI MIJIKENDA
Mekatilili Wa Menza 2011

Sono qui di nuovo a raccontarvi di un popolo, di una
cultura, della lotta pacata e dignitosa, ma disperata di un'etnia per
conservare le proprie tradizioni e proteggere i saggi anziani.
Qualcuno, spinto dall’emotività scatenata dalla
gravissima situazione del Corno D’Africa, mi ha detto in questi giorni che
la cultura non si mangia, non disseta e non salva la vita. La prima
obiezione che mi è uscita dalla bocca è: “se la generosità, l’umanità,
l’intraprendenza del resto del mondo non riescono a salvare i propri simili
che muoiono di fame e di sete, se la storia ci insegna che siamo sempre
stati buoni ad imbandire tavole ben oltre il nostro appetito mentre altre
persone crepavano o si scannavano per le briciole, permettetemi di provare,
nel mio piccolissimo, ad andare alle radici della questione. L’ignoranza, da
sempre, fa solo danni”.
Dite che l’ho presa troppo alla lontana? La verità è
che io mi occupo di cultura, è il mio campo e mi viene spontaneo affidarmi a
quest’arma. Ma è anche vero che, come in amore non c’è sottrazione ma solo
addizione, così una filosofia, tradotta in pratica, non esclude l’altra.
A questo penso, mentre ci avviamo verso Bungale,
profondo entroterra di Malindi. Un camion pieno di carboidrati e proteine,
ci segue cigolante divorando polvere e orizzonte. La strada per Baricho, che
si lascia il Galana River a sinistra, è sconnessa quanto basta. La sabbia
bianca di vento e corallo dopo alcuni chilometri cede spazio alla rossa
argilla che, in cromatico accordo con la natura, prende colorazioni sempre
più violacee man mano che il terreno intorno s’inaridisce.
L’Africa è terra in cui le contraddizioni sono la
regola. Baricho è il villaggio da cui proviene gran parte dell’acqua che
scorre nelle tubature di Malindi. Grosse turbine, quando la società
dell’acqua paga la bolletta dell’elettricità, filtrano il fiume Galana e lo
sparano a valle.
Ci si aspetterebbe di entrare in una lussureggiante oasi, un “aquatic park”
con microclima tropicale; invece qui regnano sassi e sterpaglie, formicai
d’argilla e tronchi bruciati. Nella stagione più florida, dopo le grandi
piogge, a Bungale è già arsura. Il giorno della Celebrazione però è un
giorno di festa. Lo abbiamo fatto coincidere con una consegna di cibi
raccolti attraverso malindikenya.net. Farina di mais e fagioli. Il centro
culturale Mekatilili Wa Menza è la riproduzione di un antico villaggio
giriama. Anzi, è quel villaggio. La comunità in cui viveva la “pasionaria”
che osò sfidare l’Impero Britannico. Qui la gente sa. Mekatili fu arrestata
una prima volta a Malindi. La liberarono i suoi fedeli compagni, guidati dal
fido Wanje wa Madori. La seconda volta i governatori di Sua Maestà la
deportarono in una sorta di campo di lavoro a cielo aperto, sulla strada per
il lago Vittoria. Scappò pure dal lager e, a piedi, tornò a Bungale, per
riorganizzare la resistenza. Qui morì, venerata dalla sua etnia, nel 1925.
All’interno del villaggio, se escludi qualche telefonino e due paia di
scarpe da ginnastica, siamo nel 1925.
L’avvocato Mwarandu è in piedi in mezzo a un cerchio
formato da un centinaio di esponenti di spicco dei Mijikenda. C’è il figlio
di Simba Wanje, il “leone di Kaya Fungo”, ultimo sovrano dell’etnia, quando
ancora si usava eleggere un re tribale. E’ bardato con una sciarpa rossa in
diagonale sul petto e indossa il copricapo di piume d’uccello ereditato dal
padre. Ci sono i capotribù dei “mandamenti” di Ribe, Rabai e Jibana. Ad
ognuno di loro viene lasciato spazio per presentarsi e ribadire la volontà
di pace, di unità e di lotta per la causa comune della sopravvivenza
culturale. C’è il giovane capo Duruma, arrivato dalla lontana Mazeras tra
mille peripezie stradali. Infine, seduto sul “kihi”, lo sgabello
tradizionale di legno, poco più grande di un barattolo, l’enorme Mzee
Kahindi Jogolo. Il gallo, viene chiamato. Centocinquanta chili di voce roca,
salute precaria e sguardo torvo. Ha preso le redini di Kaya Fungo, luogo
sacro dell’etnia non lontano da Kaloleni, dove la regina Mepoho fece i suoi
vaticini. Nel suo sprezzo per le novità, c’è la frustrazione di non essere
diventato monarca triviale. Mwarandu mi presenta ai convitati. Spiega che ho
un nome giriama, che non sono lì per caso o per turismo. Tra poco apriremo
il sito internet makayakenya.com e girerò un video sulle celebrazioni
annuali. Jogolo scuote la testa, ricorda quando una delle sue venti figlie
prese un tedesco come marito e con riluttanza da il suo benestare. Sono il
primo uomo bianco ad entrare nel mausoleo di Mekatilili durante la
preghiera.
Senza scarpe e senza vestiti occidentali. Un khanga
avvolto alla vita e la sciarpa al collo, come ogni uomo mijikenda. Leni,
senza macchina fotografica e con l’hando prestato dall’amica Jumwa.
L’archivista John ci spiega che non si possono fare
riprese o scatti al sepolcro dell’eroina giriama. Ai suoi tempi non c’erano
questi marchingegni e fino a qualche anno fa da queste parti era abitudine
credere che la fotografia rubasse l’anima delle persone e di conseguenza la
possibilità di agire da antenati, dopo la morte.
“Siamo convinti che se
qualcuno immortalasse la tomba di Mekatilili, qualcosa di terribile potrebbe
accadere ai giriama”.

Rispettiamo, senza troppo violentarci.
E’ già
difficile raccontare l’atmosfera intorno al sepolcro. Gli anziani pregano,
invocano Mekatilili. Mzee Katana Kalulu, uno dei più anziani “kaya elders”
ha la voce rotta dall’emozione e il respiro, prendendo corpo nelle corde
vocali, fatica ad uscire dai denti storti. Ognuno regala un pensiero alla
sua Santa. “Sono tempi difficili, i giovani non ci seguono, la profezia di
Mepoho si è avverata in pieno” spiegano a turno i capotribù, lanciando un
augurio, una speranza, una richiesta di pace. Mama Kabucheche, un donnone
che sembra l’Aretha Franklin mijikenda, guida il gruppo delle donne che
escono dal sepolcro cantando, insieme a Tremalnaik, il giriama col turbante
della tribù di Bamba, entroterra di Kilifi.
Le celebrazioni proseguono e la giornata andrà avanti
come da copione con l’arrivo delle autorità provinciali e la distribuzione
del cibo alla comunità del villaggio di cui abbiamo già raccontato. Più che
parlarne e descrivere era importante esserci.
E credetemi, più si riesce a
vivere, meno viene da scriverne.
(di Freddie del Curatolo - Foto di Leni Frau)
diritti riservati malindikenya.net
COME MAX E MADDALENA DIVENTARONO
MWANENGO E JUMWA

Le nuvole vanno e vengono, come le emozioni.
Questa sera hanno deciso di danzare avanti al cielo e scoprirne a tratti l’immensa volta stellata.
Prima, però, c’era l’Africa al tramonto. Quel momento sempre troppo breve, come sono gli attimi di vera felicità.
La scenografia terrena racconta di un villaggio mijikenda alle porte di Malindi, fedele riproduzione di una comunità tribale del secolo scorso.
Quando le capanne erano trulli di legno e palme secche, senza nemmeno il conforto del fango compattato a mo’ di cemento. Una capanna per le donne, con le pentole sul fuoco, gli stracci ammassati e culle di foglie di banano per gli infanti. L’altra è per gli uomini, con le stuoie da sonno, il vino di palma e odore di tabacco per rudimentali pipe. La terza è per gli antenati, i feticci intagliati a mano e colorati con sangue animale ed erbe macerate.
Padri e padri dei padri da invocare affinché garantiscano saggezza e protezione al villaggio.
Le donne, con i volti inespressivi intagliati nell’ebano, i capelli come zerbini e i corpi tozzi e scattanti, danzano asimmetriche cantando, con voci acute e compenetrate.
Il poeta, vestito come un giovane Ghandi equatoriale, le incita scandendo onomatopeici slogan. “Donne! Siete qui? Fatemelo sentire” e quelle a urlare con toni acuti che si confondono con gli uccelli tropicali.
Gli altri uomini muovono i piedi, alzano mani in segno di partecipazione, dispongono sedie di bambù, sgabelli alti una spanna e un tavolo per le vivande.
Nelle due capanne, i rispettivi aiutanti, stanno vestendo Jumwa e Mwanengo. Loro non sanno ancora che si chiameranno così. La cerimonia per consegnare loro il nome giriama è un rito studiato nei minimi particolari ed è riservato a chi è entrato in sintonia con l’etnia mijikenda. Che può significare aiutare questa gente, ma non è solo questo.
C’è una filosofia di fondo, che ti spinge ad abbracciare anche fisicamente queste persone vere, anacronistiche, se vogliamo anche rudimentali. E’ il pensiero naturale di sentirsi vivi, pienamente consci del luogo in cui si è scelto di vivere la quotidianità.
Max e Maddalena escono dalle rispettive dimore, accompagnati dai loro “padrini”.
Lui indossa un khanga, tipico pareo giriama avvolto a mo’ di kilt scozzese al bacino e tenuto da una cintura di altro tessuto, e una sciarpa bianca al collo. Il busto nudo scopre i molti tatuaggi, il volto è un arcobaleno ampio come il suo sorriso e infinito come un ponte che unisce il grigio dell’hinterland milanese, dove è nato ed ha vissuto fino a qualche mese fa, con i mille colori dell’Africa equatoriale.
Lei è bardata con l’hando, la caratteristica gonnellina bianca a più strati, tempestata di pendagli di perline colorate. Sopra il bacino, è avvolta da una fascia superiore che i giriama mai chiamerebbero “top”. Si incontrano nel bel mezzo della radura ed il loro intreccio di sguardi dipinge d’ironia l’emozione, mentre Morgana, la figlia della coppia, li osserva cercando di misurare con i suoi pochi anni come metro di giudizio, la distanza tra un rito sacro e lo scherzo carnevalesco.
Alla coppia sono bastati pochi mesi, per capire che Malindi è un mondo da scoprire, come sollevare il pesante coperchio di un antico forziere. Sopra il baule, i luccicanti ori del paradiso turistico, le spiagge dorate, la barriera corallina, gli animali della savana, la prorompente verde natura. Scavando, un tesoro ben più affascinante e duraturo, quello delle tradizioni millenarie e della saggezza primordiale della gente. Ci voleva coraggio per fare la scelta di trasferirsi in Kenya e di abbracciare questo luogo nella sua interezza. Fare qualcosa per sé e per gli altri allo stesso tempo, senza pretendere nulla in cambio se non un benessere interiore che è per forza arricchimento. Un bene incurabile e inestimabile.
Con questi valori e con questa leggera, spontanea consapevolezza, abbiamo goduto di un pomeriggio fantastico. Dopo le danze, la cerimonia del sorteggio della tribù (Akiza, la stessa del grande politico giriama Ronald Ngala) e del nome di Maddalena, Jumwa Mwagandi. Risate, piroette, felicità quasi infantile dei suoi omonimi, Sylvia Jumwa e Kiponda Mwagandi.
Poi l’oscurità, i balli nei locali che ospiteranno un giorno, quando troveremo i finanziamenti, il primo museo della cultura e della tradizione giriama. Danze d’augurio e di festeggiamento per Mwanengo Kidata della tribù Amelulu. L’ex grafico, fumettista e pittore Max Banfi.
L’avvocato Mwarandu da loro la benedizione, mentre tutta la comunità intona una preghiera gospel da brividi. L’iniziazione prevederebbe che i nuovi affiliati alla tribù vengano irrorati a spruzzo di acqua di cocco, dalla bocca del loro parente prossimo. Con i due nuovi arrivati viene usata una delicatezza non richiesta, il liquido scende in testa direttamente dal mestolo. Max è quasi risentito, la sua espressione sembra dire “…sputatemi nel petto, sono un giriama!”.
Le ultime danze sono una rappresentazione storica del bene e del male, della vita comune nei villaggi. Lo stregone è vestito con pelle di facocero e piume in testa, si tormenta e si getta a terra come posseduto. I tamburi incalzano con il ritmo oscuro e penetrante della notte, un ritmo che si fa via via più avvolgente e rassicurante, come una coperta di stelle e nuvole.
Le anziane mama mijikenda cercano le nostre mani chiare con le loro dita callose da lavoro agreste, gli uomini si congedano fieri del loro sudore. Non c'è fastidio o riluttanza nel nostro abbraccio. Per loro è una conferma. Due colori, due etnie, due culture così agli antipodi, unite da un'unica volontà: fare del bene agli altri, pensare al loro futuro, vivendo il presente da persone normali, in cerca di valori semplici, raggiungibili.

Questo oggi chiamano "eroismo". E' solo buon senso.
Oggi l’occidente è popolato perlopiù da persone che si guardano troppo intorno (ed a volte è un alibi) perché hanno perso l'istinto rapace che è sempre stato dell'uomo innovatore, rivoluzionario, di guardare a sé, alla propria vita. E fare il possibile per migliorarla, non per cambiare parere sugli altri o su chi sta in alto, di fianco o sotto, a seconda di come cambia il vento.
Di critici, indignati, di ironici disfattisti, populisti, qualunquisti, dei sempre contro, di moralisti e antimoralisti...ne abbiamo avuti abbastanza. Questo reportage non è per loro, che possono tranquillamente attenersi alla breve efredda cronaca seguente:
Ieri sera, durante una cerimonia tribale alle porte di Malindi, Max e Maddalena sono diventati giriama. I loro nomi sono Mwanengo Kidata e Jumwa Mwagandi. Abbiamo mangiato pollo, agnello, verdure e polenta con le mani, respirato cielo, patate bollite e ascelle acri, abbiamo ballato con gente che probabilmente non ha le basi per fare critica sociale né tantomeno per sovvertire l’ordine delle cose che li vede da sempre ultima ruota del carro africano. Un popolo che però sa bene quello che vuole: vivere in pace e non perdere la propria cultura e le proprie tradizioni.
IL GIORNO DI CIELO, ARIA E SIGARETTE DEI CARCERATI DI MALINDI
Ti chiedono sapone e sigarette, come nei film.
Chi conosce le carceri di Mtangani, sa bene che non c’è lungometraggio che possa raccontarle, senza lasciarti un senso di spaesamento e nausea.
Senza rabbia, senza indignazione.
Impotente schifo e basta.
Perfino le prigioni turche di “Fuga di mezzanotte” erano più poetiche.
Ti immagini almeno che le dita callose e irregolari possano appoggiarsi alle sbarre di ferro, che tra la cella e il corridoio passi un po’ d’aria, insieme al secondino che batte sui lucchetti con la spranga.
Aria pesante che si sposta, come negli scompartimenti di un treno del meridione quando lasci aperta la porta scorrevole.
Uno straccio di branda o due letti a castello, una seggiola cigolante, un micro tavolo o una mensola per gli effetti personali.
A Mtangani, il carcere di Malindi, non c’è niente di tutto questo.
I detenuti passano le loro interminabili ore in monoblocchi in muratura, con strettissime feritoie da cui la luce entra a coltellate e tetti di lamiera che cuociono i pensieri.
In estate la temperatura raggiunge i cinquanta gradi, quando piove l’acqua invade il pavimento, che è anche il letto. In un angolo, la toilette.
Dieci metri quadrati di stanzone, dieci ex uomini dentro.
Logico sorprenderli a ridere, nella pausa dei lavori forzati ma tranquilli allo stadio del Malindi United.
Le sigarette, rooster senza filtro, sono state sequestrate dalle guardie.
Dice che devono controllarle.
“Le ha comperate un bianco - proviamo a dirgli – non c’è il filtro”
Con la lana di vetro pestata potrebbero fabbricarsi una lametta.
Anche se qui non usa tagliarsi le vene.
Niente da fare.
Rooster sequestrate.
“Ecco, se ne terranno almeno la metà”, dice Karisa, che parla bene l’italiano e mi conosce.
“Tu avevi un ristorante, ero anche venuto a chiederti lavoro”
“Già…ma io non posso assumere tutti”
“E io dopo ho fatto degli sbagli”
Le guardie lo riprendono. Zitto e lavora.
Abbiamo voluto noi i carcerati per risistemare il campo di gioco alla fine della stagione. Lavori che qualsiasi manovale non specializzato avrebbe potuto svolgere, ma la possibilità di far respirare un po’ di cielo, sprazzi di comunicazione normale e storie del mondo fuori dal monoblocco, era troppo allettante.
Grazie alla Karibuni Onlus, che da sempre ci sostiene nei nostri progetti sociali a sfondo sportivo (o viceversa), per qualche giorno Karisa e altri otto prigionieri avranno un pranzo decente e un po’ di latte fresco da bere.
“Tra sei mesi sono fuori” dice in italiano. Vendeva qualcosa di illegale ai turisti in spiaggia.
“Quando esco mi faccio la licenza…”
C’è anche chi non uscirà tanto presto.
Gli sguardi sembrano tassametri, ti scavano addosso e vorrebbero commettere l’ultima rapina, scippare la tua libertà e andarsela a godere di nascosto da qualche parte. Giocarsela a donne e birra, comprarci qualche chilo di riso e fagioli per far vivere una settimana speciale a una moglie che aspetta e a figli mai visti crescere.
Avvolgono il filo spinato, la rete che delimitava il campo. Juma ha lo sguardo altrove e la kofia islamica in testa. Afferra un bastone di ferro per sradicare la rete dai pali.
La guardia imbraccia il fucile. Lui si guarda intorno. Sa bene che c’è solo una via d’uscita, e non contempla il continuare a vivere.
Abbassa lo sguardo e si rimette a lavorare.
Riccardo ha portato per loro antibiotici e unguenti per le piaghe. John Ochieng alza i pantaloni a righe fino al ginocchio e scopre la tibia martoriata.
Cicatrici, insetti, rimasugli di scabbia.
Le amicizie pericolose di Mtangani.
Consegniamo le confezioni al medico del carcere.
“Per i detenuti, per favore…”
Domani torneranno, ma non è dato sapere se saranno gli stessi.
Poi c’è il rischio che ci prendano gusto.
Come con il sapone, come con le sigarette.
Guarda come ridono.
Magari poi finisce che riprendono ad amare la vita…
(di Freddie del Curatolo - Foto di Leni Frau)
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IL CAMMINO DEGLI ULTIMI MIJIKENDA (parte prima - la partenza)
Sto camminando in mezzo a centoventicinque eroi.
Anacronistici, meravigliosi eroi che tentano, da soli, di salvare la loro cultura e le loro tradizioni.
Non si chiamano aborigeni o pellerossa. Anche per questo non hanno alle spalle nemmeno una fondazione, un’associazione, una cavolo di onlus che li sostenga, li accudisca, li preservi.
Non sono ocelot del Paraguay o marmotte siberiane, nessuno, tranne loro stessi, griderebbe alla scomparsa, lieve e morbida come una qualsiasi commistione umana, o “meltin’ pot” come dicono nei paesi in cui delle tradizioni frega poco quasi a tutti.
Camminano a passo spedito, gli ultimi dei Mijikenda, una delle più antiche etnie del Kenya.
Indossano la voce come i loro abiti tradizionali. E’ un canto nudo, vero, senza vergogna quello che si snoda in mezzo al traffico di Malindi, da dove siamo partiti. Sono gospel animisti che parlano di esodo e di speranza, di pace ed unità. Gli stessi che i loro antenati sbriciolavano tra le labbra quando, mille anni fa, abbandonarono le colline di Shangwaya, al confine con la Somalia, per trasferirsi nella regione costiera. Loro, nomadi per forza, cacciati da tutti, con il sogno di diventare un giorno stanziali. I primi furono i somali, con cui litigarono per via delle diverse abitudini sessuali prematrimoniali, poi arrivarono i Galla che ne scuoiarono a migliaia. Giunti sul mare arabi e cinesi li ricacciarono nell’interno, e chi restava veniva fatto schiavo e deportato.
Gli inglesi confiscarono i loro terreni e li ridussero a mezzadri, prima ancora che a maggiordomi, giardinieri, cuochi e autisti per due scellini.
Una vita dalla brace alla brace, tra esodo e schiavitù.
Oggi i rappresentanti di questo popolo africano molto meno sponsorizzato e trendy dei maasai, sono nuovamente in movimento.
Per non veder morire mille anni di storia, tramandata oralmente, impressa sulla pelle e scolpita nelle ossa.
Il loro leader è l’uomo più piccolo e gracile del gruppo. Joseph Karisa Mwarandu, avvocato cinquantenne che alle tre del pomeriggio, ogni giorno, smette la giacca e la cravatta davanti alla corte di Malindi e indossa i paramenti dei suoi avi, avvolgendo il khanga, pareo tradizionale, ai fianchi e lo sciarpino bianco al collo, che scende sul petto nudo. La figlia è tornata da Nairobi, dove studia legge, per l’occasione. Emmanuel e Sylvia, i più giovani della truppa, vorrebbero imitarla ma non hanno i soldi per continuare a studiare. C’è John il segretario, che tiene l’archivio etnico, c’è Mwana il poeta di bianco vestito. Lo si riconosce per gli occhiali da vista e viene da pensare che tutti i bohemien del mondo sono uguali, un dandy può essere tale anche se nato in una capanna di fango e sterco e non in un castello della Loira.
Baya invece è un cantautore impegnato, scrive testi sull’emarginazione di chi protegge le istituzioni e allo stesso tempo combatte le storture radicate nella sua civiltà, come l’omertà riguardo alle molestie sui minori, l’alcolismo e l’uso smodato di nuove droghe, la peste di quel tipo di capitalismo che è arrivato anche qui e che chiamare selvaggio è un’offesa alle verdi colline d’Africa dove lui e la sua gente sono nati.
Qui i giovani si ammazzano tra loro per un telefonino, e non lotteranno mai per avere una scuola più attrezzata, un museo con dentro le loro radici, un pronto soccorso a pochi chilometri dal villaggio.
Intorno agli “intellettuali” di questo improbabile manipolo, ci sono gli anziani stregoni, che ancora guariscono la malaria con le foglie e curano l’infertilità con danze e rituali magici. C’è il vecchio Mboko, ricoperto di pelle di facocero e piume di fagiano, c’è Wanje con la barba più lunga dello sguardo, ma più corta del suo passo.
Camminiamo per Malindi. Qui la mescolanza, la multi etnicità è quotidiana. Si respira nei bazar, tra le bancarelle del mercato vecchio, perfino negli hotel della zona turistica. Islamici e cristiani convivono da sempre e non si sono mai accapigliati. Non ci sarebbe motivo, qui sanno tutti che Dio è troppo grande e lontano e se, come dice nonno Kazungu, la religione è una scala, è capace che mettendone assieme molte, anche diverse tra loro, lo si possa raggiungere. Una scala, da sola, non arriva neanche al primo piano di una nuvola. Ma nelle strade affollate di Malindi si sfiorano anche indiani e tedeschi, tanzaniani e somali, concittadini di Briatore e connazionali di Obama.
La gente, in sorridente disordine, si mette ai lati delle strade e sorride al corteo che canta. Guardano le donne, meravigliose brutture bardate di rosso e di viola, agitare i loro seni fasciati e i loro fondoschiena sporgenti. Poi si fissano sull’uomo bianco, lo additano e ridono.
Molti mi salutano, mi chiamano per nome. Altri chiedono informazioni. “Non è uno sciroccato. Forse, sì. A giorni alterni”.
I miasmi del mercato vecchio, in cui l’ananas macerato al sole si confonde con i piccoli pesci di barriera corallina essicati e la miscela delle apecar, inebriano l’incedere irregolare del corteo, che s’ingrossa di simpatizzanti, ubriachi, buoni a nulla, studenti e donne che stavano facendo la spesa con in tasca le monete sufficienti per un chilo di spinaci e quattro pomodori.
“Dove andate?”
“A Kaloleni, passando da Mombasa”
Centoquaranta chilometri. Per arrivare nel luogo simbolo della cultura Mijikenda. La Kaya (vuol dire Casa, ce ne sono solo tre con la C maiuscola in Kenya) dove la regina Mepoho, a metà del milleottocento, fece il suo vaticinio sull’arrivo dei colonialisti e secondo la leggenda scomparve, nascosta dal fumo di un baobab incenerito da un fulmine, nelle viscere della terra.
“Verrà un popolo con la pelle e i capelli chiari, userà per muoversi strani veicoli per cielo, per mare e per terra. Saranno gli uomini, non le donne, a governare quella società. Quel giorno per il nostro popolo sarà la fine”.
Oggi la Kaya è minacciata dagli speculatori. Un fazzoletto di savana in mezzo al nulla è al soldo di piccoli proprietari terrieri senza scrupoli né storia.
Gli squatter lo occupano, i pastori lo reclamano, gli affaristi lo bruciano. E’ il simbolo di quel che sta accadendo alla loro cultura, alla tradizione orale che nessuno trascrive, che non si riesce neanche a mettere in gabbia, nella prigione dignitosa d’un museo.
Gli ultimi dei Mijikenda sono in viaggio per fare la loro storia.
E la stanno facendo.
Usciamo da Malindi, prendiamo la strada dell’aeroporto. Volti contadini, visi duri d’ebano e provati da fatiche ancestrali osservano l’atterraggio di quello che ancora oggi nella lingua madre swahili si chiama “ndege”, uccello. Perché tutto in principio era natura, e tutto tornerà ad esserlo.
Marciano fieri, i miei amici. Abbiamo già fatto tante cose insieme e tante ne faremo. Sto raccogliendo le loro storie, le leggende tramandate di padre in padre più giovane e raramente in figlio o nipote. Non sono un maratoneta, non ho il fisico, e non mi prendo meriti che mai potranno essere miei. Salgo in macchina e li seguo fino quasi a Gede, dove all’ombra di un grande baobab improvvisano un comizio per la gente del luogo che non sapeva di questa manifestazione.
Intorno è solo cielo, boscaglia e una striscia d’asfalto. Giovani che si sporcano le mani con il carburatore di un elefante di lamiera in avaria e la bocca con la parola “cultura”.
“Calciar, calciar” pronunciano alla maniera dei rasta giamaicani. “Loro difendono la nostra calciar. Siamo tutti mijikenda”. Poi ti chiedono qualche spicciolo per un tè, per un pacchetto di sigarette.
“Non è meglio che li dia a loro per la calciar?”
“Dalli anche a loro, mzungu. Ma anche a me per le sigarette”.
Altre anime uscite dal verde oltre la carreggiata vorrebbero unirsi al corteo, ma dicono di avere da fare. Altri precedono per qualche chilometro con la loro motocicletta il serpente umano che si è rimesso in viaggio. In serata arriveranno a Tezo, dopo quaranta chilometri a passo di diaspora. “La prima giornata è sempre la più dura” mi dice Baya al telefono.
“Domani erudiremo Kilifi, il capoluogo, e dopodomani saremo a Mombasa. Sfileremo nella grande città”.
Martedì, dopo cinque giorni di camminata di pace e unità, di speranza e gioia, raggiungeranno Kaloleni.
E io sarò lì ad attenderli, e a raccontarne l’orgoglio.
(di Freddie del Curatolo - Foto di Leni Frau)
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IL CAMMINO DEGLI ULTIMI MIJIKENDA (parte seconda - l'arrivo)
La strada di Mariakani è un tappeto irregolare d’argilla che, al passaggio dei veicoli, deposita la sua polvere arancione su piante, pietre e baracche di legno. Anche la gente ne è ricoperta, impregnata. Statue in lento e perenne movimento, donne incinte con infanti legati in spalla come matrioske di terracotta, bimbi saltellanti e impassibili anziani, con la pelle più aspra del terreno e gli occhi di profondità infinita, cosa normale per chi da decenni si specchia ogni giorno in questo cielo.
Si sale e si scende attraverso le verdi colline d’Africa, come le chiamava Hemingway. Si incontrano autoarticolati sgangherati che trasportano legno o cemento, matatu carichi di pendolari del bisogno, qualche fuoristrada di chi è andato altrove a cercar fortuna e torna a respirare argilla e aria di famiglia. Ai lati del tappeto è un’altra famiglia, la verde casa della Natura. Baobab, palme e acacie si prendono i contorni dell’immenso cielo e lasciano la terra ai campi di mais e ai tetti di palme secche che annunciano le capanne di fango sprofondate nel rosso vivo e schiave della terra come sculture millenarie. Il manto rosso non ti molla, neanche quando ci si infila nella fitta boscaglia, si costeggiano scuole elementari dai prati curati e dagli intonaci che fanno pendant con le divise degli scolaretti. Le radure sono piazze di villaggi dai nomi probabili ma impronunciabili, abitate da motociclette-taxi in perenne attesa di clienti, chioschi di frutta e verdura, piccoli bazar che vendono sapone, sigarette sfuse e farina.
E’la carretera che porta a Kaloleni, dove tutto cominciò.

Il manipolo di eroici mijikenda sta risalendo la Mariakani dalla parte opposta.
Arrivano da Mombasa, dopo sei giorni di marcia che ha fatto sanguinare loro i piedi ma ne ha rinsaldato propositi.
Sono stati ricevuti dal Prefetto di Mombasa, che ha donato anche dei soldi per un piatto di carne e un bicchiere di tè caldo. Hanno sfilato per le vie della città portuale con orgoglio e coraggio, incuranti dello slalom ad alta velocità delle berline giapponesi con i vetri oscurati e dei matatu che sono palline impazzite in un flipper mussulmano.
Noi arriviamo da Malindi, in macchina. Mwarandu, Baya, Emmanuel, Sylvia, John, Mwana, Mzee Mboko e gli altri hanno scavalcato le colline di Mazeras per attraversare la zona in cui nacquero le nove tribù Mijikenda. La leggenda vuole che, dopo l’esodo da Shangwaya, la terra d’origine al confine con la Somalia, i Mijikenda trovassero pace nelle acque fredde di Kaloleni. Quattro fiumi delimitavano una fitta foresta che manteneva un microclima di fresco e umido e garantiva una gran quantità di verdure.
Qui, secondo la mitologia orale Mijikenda, l’enorme vaso che si portavano dietro, carico di pozioni magiche e medicamenti (chiamato Ngiriama) si ruppe in nove cocci e ne diedero uno ad ogni capotribù. Ogni coccio conteneva un consiglio. “Vai di là”, “Torna indietro”, “Stai qui vicino”, “buona fortuna!”. Da queste invocazioni le tribù presero i loro nomi: Digo, Kambe, Ribe, Rabai, Duruma, Jibana, Chonyi, Kauma e appunto i Giriama, la “base” del vaso.
Salendo per un tratturo che costeggia la vallata del sisal e affronta improvvisi colli carichi di vegetazione, qui sono posizionati i villaggi che ancora oggi portano il nome delle tribù.
Noi entriamo a Kaloleni, villaggione di pietra viva e fango, di legno e di lamiere. Lo affrontiamo dall’alto. E’ un agglomerato di case e negozietti scoscesi, abbarbicati al monte come scalatori esausti. La via principale che scende a valle è un insieme di calce, terriccio e ghiaia cementificata che crea una serie di gradoni e piccole voragini. Gli ammortizzatori urlano, gli occhi non sanno dove indirizzare la loro meraviglia, l’estasi di tanta disordinata, sporca, incalzante, misera umanità.
Baya il cantautore mi chiama al cellulare.
“Abbiamo appena passato Ribe, siamo sulla strada vecchia che scende da Kaloleni. Ci venite incontro?”
La voglia di incontrare subito la processione dei nostri eroi è tanta, ma anche il vuoto nello stomaco si fa sentire. Forse è più insopportabile perché si contrappone all’anima che trabocca.
Ci troviamo nella piazza di Kaloleni.
Qui è tutto come deve essere, come l’iconografia del terzo mondo impone.
Andirivieni di camion puzzolenti, schiamazzi di venditori ambulanti, gimcane di motorette che sollevano polvere arancione, grossi autobus traboccanti di giovani, madri con neonati fasciati dai loro stessi vestiti, donne anziane come formiche, con carichi che pesano tre volte più delle loro ossa.
E’ un traffico scomposto ma alla moviola, in cui si trova sempre il tempo per muoversi, per interagire, per farsi avvicinare e scambiare due parole.
Con la stessa disordinata flemma parcheggiamo.
Maddalena, la fotografa, è felicemente disorientata. Il suo obbiettivo, ad ogni angolazione, avrebbe pronti almeno venti soggetti diversi.
Chiamo Baya.
“Mangiamo velocemente qualcosa e vi raggiungiamo. Dove siete?”
“Stiamo risalendo la collina, abbiamo passato il villaggio di Ribe, siamo quasi a Kambe”.
Ne so quanto prima, la “Kenya safari map” che sfoglio appena entrato nel ristorante, mi è parzialmente di conforto. Trovo Ribe, Kambe non esiste.
Il Sweet Joint Restaurant è una casupola di legno, ondulina e cemento. Da fuori ha l’aspetto di una chiesetta mormone dell’Oregon, dentro assomiglia alle migliaia di kebaberie, friggitorie e polentoteche della costa keniota. Gli arabi le hanno create e di arabo mantengono ognuna la stessa concezione delle vivande calde in vetrina, della griglia per gli spiedini all’ingresso, dei tavolini in formica e dei cessi inavvicinabili.
Divoriamo sima na cabaji, polenta e cavolo stufato al pomodoro. Ora anche le papille gustative sanno che siamo nell’entroterra del sud del Kenya. E ne godono.
Chiediamo informazioni a un gruppo di ragazzetti che non sanno nemmeno chi fosse la regina Mepoho e prendiamo la vecchia strada per Kambe.
Si scivola nuovamente sul tappeto color papaia.
Se il paradiso fosse arredato a questa maniera, non ci troverei niente di strano.
E’ foresta, sono improvvisi squarci di prateria, sono ordinatissime staccionate con scuole in muratura, piccole aziende agricole povere ma curate, dignitose baracche, fitti campi di mais, siepi simmetriche. Da una curva d’argilla ci appare lo spettacolo della strada inghiottita da una ripida collina verde, su cui le piante si sono arrampicate con la stessa ingordigia di cielo e di panorama che abbiamo noi proseguendo per la strada.
Baya chiama, ma non lo sento, rapito da tanto splendore africano.
Richiama.
“Dove siete?”
Mi fermo davanti a una scuola elementare. Decine di ragazzini corrono, saltano e inseguono una palla su un manto smeraldino che sembra mare croato. Mi ci tufferei volentieri. Dico il nome della scuola.
“Ci avete superato, dovete tornare indietro”
Sono qui per loro, per i nostri eroi. Ma rinuncio allo sterrato che conduce a Ribe, Rabai e in qualche altro paesaggio a noi sconosciuto, con il dispiacere provvisorio dell’artista costretto a lasciare un quadro a metà. Un giorno torneremo a dipingere con gli occhi queste miglia di tela d’argilla e foresta.
Gli ultimi Mijikenda sono raggruppati in circolo in una radura dietro la scuola di Kambe.
Poco distante sorge l’ufficio del chief, la massima autorità provinciale.
Sono passati da lui per ricordargli che i Kambe sono una delle nove tribù Mijikenda e che anche la loro cultura rischia di scomparire.
Eccoli. Volti stremati, barbe incolte, odori forti, piaghe tra le dita dei piedi.
Mi stringono la mano, mi abbracciano.
Mzee Mwarandu, il leader dei Madca, mi chiama al centro del cerchio di gente.
Mi presenta alla folla festante e al chief.
“Non ho ancora fatto niente. Ce la metterò tutta per aiutarvi”.
“Hai fatto molto. Tu, mzungu, sei qui” mi sussurra uno degli anziani.
Ora mi accorgo che dietro al cerchio dei camminatori, si è formato un crocicchio di simpatizzanti. Famigliole in abiti borghesi, qualcuno ha anche la camicia, bambini sottratti al pallone e al nascondino. Più defilati appaiono vecchi sorretti da bastoni d’ebano che indossano parei e timidezza, aprendosi in sorrisi sorpresi e sdentati non appena saluto in dialetto giriama.
“Sindadze…sinda…simanya wewe…nambola”
Come va? State bene? Io ottimamente! E’ l’intercalare di rito ma in effetti mi sento proprio una favola. O “in” una favola.
C’è anche un gruppo folkloristico kambe. I capobanda sono due personaggi assolutamente fuori dal comune: uno è bardato come un guerriero Tamil. Ha anche una sciabola, recuperata in chissà quale fondo di anticaglie di Mombasa. La barba folta, il turbante, una fascia in diagonale sul torace. Il Tremal Naik di Kaloleni è accompagnato da un mganga, uno “stregone buono” locale, ricoperto di piume d’uccello e di bende colorate. Ha lo sguardo soddisfatto di chi da sempre attende il momento per potersi esibire in danze benaugurali e propiziatorie. Che non si prenda troppo sul serio è evidente, dai due caschi di banane legati ai polpacci e dall’imitazione delle All Star ai piedi. Forse ha inscenato questo carnevale per ingraziarsi gli adolescenti. Meglio cabarettista, che stregone, di questi tempi. Una delle tragedie che affliggono i Mijikenda è la caccia al mganga da parte delle nuove generazioni. Giovani bande di ragazzi dediti all’alcool e a droghe pesanti che adorano gli accattivanti idoli del mondo civilizzato ma non riescono a liberarsi dalle ancestrali paure degli anatemi e dei riti tribali. I loro nonni li ammoniscono: “Video ni hakili ya shetani…la televisione è la scatola cranica del diavolo. E la tecnologia il suo intestino. La vita in città è tutta una caccia a cose che tutti desiderano avere, ma di cui nessuno ha veramente bisogno. Se oltre al grano e alla verdura del nostro campo, alle galline e alle capre, avessimo anche un piccolo ospedale per tutto ciò che non si cura con le erbe e un po’ di cemento da mischiare col fango per non far sciogliere la capanna durante le piogge monsoniche, credo che non ci mancherebbe nulla”.
I giovani non credono ai loro vecchi, vanno in città e vivono di espedienti per potersi permettere un televisore. In pochi mandano soldi alle famiglie. Ricevono in cambio gli anatemi.
Con l’ultimo modello di Nokia in tasca e la motocicletta cinese tra le gambe, hanno deciso di eliminare il problema alla radice. Vanno in giro di notte e ammazzano di botte i presunti stregoni.
Basta che abbia i capelli bianchi ed è uno di loro. Buon motivo per eliminarlo.
Da un po’ di tempo a questa parte, molti anziani dei villaggi hanno iniziato a tingersi.
Lottare per conservare le proprie tradizioni, per evitare l’esproprio dei terreni sacri, per evitare le uccisioni dei vecchi. Il compito degli ultimi Mijikenda è arduo. C’è bisogno di un appoggio delle istituzioni.
Il chief si accalora. Promette che si spenderà molto, nel prossimo consiglio provinciale a Kilifi.
alla sua gente: “siamo Kambe, facciamo parte anche noi dei Mijikenda. Abbiamo combattuto e siamo morti per salvare le nostre tradizioni. Ce ne siamo andati via da Shangwaya per non farci contaminare e sopraffare dalle tribù somale. Siamo nella nostra terra e non chiediamo nulla più che poterla lavorare, onorare, curare e raccoglierne i frutti.
Il manipolo si rimette in marcia, Tremal Naik e il mganga, con un’altra decina di kambe, si uniscono alla processione. Entrano in Kaloleni, si fermano ad erudire la platea davanti ad un bar arrampicato sulla roccia che reca l’insegna “Kosovo Kiosk”. Sorrido alla coincidenza, che non può che essere tale. Di etnie si parla, di difesa della propria cultura, anche se quella dei Mijikenda ha vocazione pacifica. Kaloleni gemellata con Pristina? Ho il volante in una mano e la telecamera nell’altra, non c’è tempo per salire le scale del bar e chiederlo all’omone dietro il banco.
I camminatori non sono mai abbastanza stanchi per rinunciare a una danza, a un salterello tribale. Sylvia la studiosa ha i piedi che sanguinano, ma accenna sorridendo due passi. Mwana il poeta aizza la folla con alcuni versi. Improvvisamente si siede sullo sgabello antico che porta sempre con sé, e finge di non riuscire più ad alzarsi. E’ una recita. Due ancelle in costume giriama fanno per tirarlo su. Mwana si riabbandona, come svenuto. Poi di colpo si solleva da solo, con un insospettabile colpo di reni. Recita un altro verso, uno slogan, a cui tutti rispondono in coro. Schiocca le dita tre volte e il piccolo popolo si rimette in marcia. Mancano poche centinaia di metri alla “terra promessa”, alla vallata di Mepoho.
Li precediamo.
Sotto un grande carrubo il gruppo delle massaie sta già cuocendo la polenta in un pentolone fumante, poggiato sulla carbonella di un fornello improvvisato con pietre di corallo. Ai saluti di rito e gli abbracci delle mama si aggiungono accenni di danze e canti. La capocuoca è una donna magra e ammantata di fierezza che in gioventù doveva essere molto bella. Ha l’incedere ieratico e ammiccante della cantante Erykah Badu.
Fa un inchino, mi prende la mano e mi invita a godere dell’afrore di mais bollito e unguenti per capelli che esala.
Il sole ha iniziato la sua parabola colorante verso la savana e cambia le tonalità al cielo. Il tramonto in Kenya dura il tempo di una danza, di un racconto dei nonni.
Arriva John, il segretario dell’associazione culturale Mijikenda, e mi mostra il luogo esatto in cui, secondo la leggenda, Mepoho predisse l’arrivo dell’uomo bianco in Kenya e poi sparì, inghiottita dalla stessa terra che l’aveva vista nascere ed essere abbandonata sul greto del fiume.
“Portata dall’acqua”, questo significa in giriama antico il suo nome.
La leggenda della prima grande figura femminile della mitologia Mijikenda parte da qui, dalla collina su cui sto poggiando i miei piedi incerti. Vedo la vallata, dove le nove tribù si divisero.
Alle mie spalle c’è il casino sostenibile di Kaloleni.
L’insostenibile è qui intorno. Invisibile di giorno, si materializza nel buio e odora di bruciato.
“Gente che si vuole appropriare di questi campi, per costruirvi o per coltivare e pascolare a proprio uso e consumo, ha provato già due volte ad incendiare la vallata con i suoi alberi e il terreno sacro – racconta John, con dolore – il terreno appartiene al Governo, sarebbe facile per loro darci la possibilità di recintarlo e i fondi per costruire un museo della storia Mijikenda”.
Siamo qui anche per questo e dobbiamo farcela. Prima che il diavolo o semplicemente un clan di giovani che ignorano la propria storia e le proprie origini, facciano un unico falò del tappeto arancione, della casa verde e di questa piccola, grande famiglia nera.
(di Freddie del Curatolo - Foto di Leni Frau)
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