Editoriali

EDITORIALE

E poi mi vieni a parlare di 'rating' in Kenya

Tra l'economia globale e la vita quotidiana dei keniani

25-08-2025 di Freddie del Curatolo

La notizia di questi giorni è che il Kenya, secondo l’estabilishment finanziario internazionale, godrebbe di buona salute economica, almeno rispetto allo scorso anno.
Almeno secondo quelli che sono i suoi parametri e la concezione moderna del “benessere di Stato”.
Una delle più importanti agenzie di rating globale, la Standard and Poor’s (S&P), ha aggiornato in positivo il "rating sovrano" del Kenya, cioè la capacità dello Stato di ripagare il suo debito, da B- a B.
Quelle cose che, quando le dicono a noi in Italia al telegiornale, tra uno sbadiglio serale e l’ultima forchettata agli spaghetti, pensiamo che non ci saranno mai i minimi riscontri per la nostra vita reale: anche dovessimo passare da B- a A+, l’idraulico che viene a casa perché si è bloccato lo scaldabagno non costerà 10 euro in meno, i saldi nei negozi saranno sempre finti e bisognerà sempre attendere 5 mesi per un’ecografia in una struttura pubblica.

Da questo punto di vista, in Kenya è abbastanza diverso. L’idraulico da sempre costa quel che decidi di dargli tu, mettendoti d’accordo, e difficilmente chiama la polizia se non lo paghi quanto richiesto o pattuito (anche perché dovrebbe pagare anche gli agenti stessi), i saldi sui 50 scellini della “mitumba”, cioè gli indumenti usati al mercato sono impossibili e l’ecografo in un ospedale nazionale non funziona.
Scherzi (si fa per dire) a parte, nel 2024 il Prodotto Interno Lordo (PIL) pro capite del Kenya è stato di circa 1800 dollari all'anno. Questo dato, se diviso per 365 giorni, dà una media di circa 5 dollari a testa al giorno. Ma c’è da notare che in Kenya il 5 per cento della popolazione guadagna come il 95. Scusate chi scrive, ma l’economia nel modo si calcola in dollari, i calcoli e le conversioni in euro ve li potete fare da soli.

Per capire come vive la maggior parte dei keniani, alla faccia del rating, bisogna guardare altri aspetti, ad esempio il salario minimo, che quest’anno corrisponde a circa 117 dollari al mese. Quindi la maggioranza dei cittadini, quel famoso 95%, in media vive con meno di 4 dollari al giorno, ma nelle aree rurali del paese, che ne rappresentano più di metà, e nelle cinture urbane e immediate periferie delle città, che ne rappresentano un altro 20 per cento, la maggior parte della popolazione guadagna significativamente meno.

La classe media, quindi chi svolge un lavoro per cui ha studiato, almeno fino alle scuole superiori, o in qualche modo si è specializzata è di circa 600 dollari, quindi 20 dollari al giorno. Un dato a prima vista migliore di una ventina d’anni fa, quando il grande scrittore Binyavanga Wainaina diceva “ho scoperto che allevare e mantenere una mucca in Giappone costa 9 dollari e 90 al giorno, ed è esattamente quello che la classe media keniana guadagna. Significa che una buona parte dei keniani, e non quella più povera, non valgono più di una mucca giapponese”.
Sì, ma il costo della vita, rispetto all’inizio del Millennio, è decisamente aumentato e l’urbanizzazione ha reso le città molto più care di un tempo. Ormai anche un esponente della “middle class”, ovvero quello che guadagna 2000 scellini al giorno (tra noi ragioniamo con la moneta di questo Paese) in città difficilmente spenderà meno della metà in un ristorante del suo rango (ovvero qualcosa più della baracca da riso e fagioli) e considerato che quello sarebbe uno svago, ma il suo stipendio deve contenere tutte le spese fondamentali, compreso un affitto, la scuola dei figli, la salute, i trasporti, l’abbigliamento eccetera, sono salti mortali che quello in alto del rating da B- a B gli fa un baffo.
E abbiamo parlato della classe media: ovvero, secondo le nostre grossolane percentuali, il 25% della popolazione. Il famoso 70% (aree rurali e zone meno nobili di città e cittadine) vive in assoluta povertà, con meno di 2 dollari a testa al giorno e il suo salario minimo, spesso dato da lavori precari e dai guadagni fluttuanti, di media si aggira sui 4 dollari, ma spesso si parla di padri di famiglia, ragazze madri o famiglie numerose con entrambi i genitori che lavorano, ma con i guadagni che devono far campare tutti.

E’ una situazione che difficilmente l’abbassamento della soglia del debito pubblico può risolvere, specialmente se i prestiti agevolati o a lungo termine concessi al Kenya dalla comunità internazionali continuano ad essere soprattutto incentrati su investimenti infrastrutturali, tecnologia, energie alternative. Per carità, grazie specialmente alle cooperazioni internazionali, ci sono state conquiste importanti, come portare la luce a 4 famiglie su 5, potenziare la rete idrica, che sono due bei “fondamentali”.
Ma un Paese africano che accetta la logica dell’economia globale e cerca di entrare nel G20 come il Kenya e viene definito uno dei più promettenti, non può fare della sanità privata l’unico sistema per non morire di malattie o infortuni, né avere ancora scuole senza banchi in cui in classe si studia in ottanta.
C’è infine una faccia della medaglia che fa ancor più tristezza in Kenya: un keniano maggiorenne su 2 possiede un telefonino che vale almeno come il suo stipendio mensile e spende un’altra buona parte del medesimo in traffico telefonico e attività legate alla connessione, compresi giochi e scommesse online. Chapati et circensem.

TAGS: povertàeconomiadebitokeniani

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