VICINI DI CASA AFRICA
15-01-2026 di Freddie del Curatolo
Tra i tanti paradossi del continente africano, oltre a quello di essere spesso considerato una sola entità, c'è quello di avere una popolazione che per tre quarti ha meno di trentacinque anni, ma che molto spesso viene governata da anziani leader che una volta saliti in sella, aspettano solo la chiamata del Cielo per mollare lo scettro.
Uno di queste realtà è l'Uganda, Paese confinante con il Kenya che oggi va alle urne con la sensazione di essere già arrivato alla fine del film prima ancora dei titoli di testa.
E' proprio una delle nazioni più giovani d'Africa, e tre quarti degli ugandesi non hanno mai conosciuto un presidente diverso da Yoweri Kaguta Museveni. Ottantuno anni, quaranta di potere, sette candidature. Una vita politica talmente lunga che per molti ragazzi Museveni non è un leader, ma un elemento del paesaggio: come il Nilo, come le colline verdi, come i posti di blocco.
Museveni arrivò al potere nel 1986 da guerrigliero, con il fucile ancora caldo e le idee chiare: l’Africa non ha problemi di popoli, ma di leader incollati alle poltrone. Lo scrisse, lo disse, lo spiegò. Poi, dopo due mandati, prese gusto anche lui. Cambiò le regole, tolse i limiti di mandato, poi quelli d’età, con una certa lungimiranza. Così oggi corre di nuovo, da presidente-monarca, in un Paese che ha l’età media di uno studente delle superiori.
I suoi sostenitori lo chiamano Sevo, o M7, alla Cristiano Ronaldo.
Lui chiama i giovani Bazukulu, nipoti.
È un nonno atletico, che fa flessioni in mondovisione, rivendica di non essere mai stato in ospedale e promette altri quattro anni per “proteggere i risultati raggiunti”. E qualcosa, va detto, lo ha raggiunto davvero: pace relativa dopo decenni di caos, crescita economica, scuole primarie raddoppiate, una gestione dell’HIV che in passato è stata citata come esempio. E poi i rifugiati: oggi l’Uganda ne ospita più di chiunque altro in Africa. Per molti, questo basta. “Ci ha tenuti in vita”, dicono.
Ma c’è anche l’altra Uganda. Quella che racconta di istituzioni piegate, magistrati di partito, media intimiditi, oppositori neutralizzati uno alla volta. Kizza Besigye, ex medico personale di Museveni, è finito più volte in cella. L’ultima volta è scomparso a Nairobi ed è ricomparso quattro giorni dopo in un tribunale militare ugandese. Accuse di tradimento, destino già visto.
E poi c’è lui, Bobi Wine. Quarantatré anni, quasi metà dell’età del presidente, ex popstar cresciuta nel ghetto di Kamwokya, che ha trasformato il reggae in politica e i concerti in comizi. Oggi gira l’Uganda in giubbotto antiproiettile e casco, non per scena, ma per necessità. I suoi tour non sono più musicali, sono rivoluzionari. E attirano giovani, tantissimi giovani, in un Paese dove l’energia demografica è una promessa e insieme una minaccia.
Bobi Wine parla di liberazione, di lavoro, di fine della corruzione. Vome tanti prima del potere, dell'agio e della prostata.
È carismatico, diretto, ostinato. Ed è perseguitato: arresti, accuse poi archiviate, gas lacrimogeni, comizi interrotti, sostenitori rapiti da furgoni senza targa. Le Nazioni Unite parlano di uso di munizioni vere per disperdere raduni pacifici. Amnesty di repressione brutale. Il governo risponde parlando di ordine pubblico. Museveni, con franchezza militare, ha ricordato che ogni soldato ha 120 proiettili. Un dettaglio tecnico, ma utile a capire il clima.
Queste elezioni sono una corsa a due solo sulla carta. Gli analisti danno Museveni vincente, come sempre. Internet è stato oscurato “per evitare disinformazione”, la sicurezza è ovunque, Kampala sembra una città in assetto da guerra preventiva. C’è meno sangue rispetto al 2021, ma non per questo meno paura. È una repressione più ordinata, più chirurgica, più matura. Come il regime che la gestisce.
"Anni fa eravamo il Paese africano che esportava più rifugiati - dicono i Museboys - oggi siamo quello che ne accoglie di più".
Wine, attivisti e anche le Nazioni Unite hanno timore di nuovi brogli, violenze e sequestri, e l'oscuramento di internet da due giorni, da questo punto di vista, non è un buon segnale.
E intanto incombe la domanda che nessuno osa affrontare davvero: cosa succederà dopo Museveni? Perché prima o poi anche i presidenti eterni invecchiano davvero. E allora spunta l’ombra del figlio, il generale Muhoozi Kainerugaba, capo dell’esercito, prolifico su X, imprevedibile, provocatorio, a volte imbarazzante. Tra una battuta sull’invasione del Kenya e un post su un rapimento in cantina, il futuro somiglia sempre più a una questione di famiglia.
L’Uganda vota oggi, ma il verdetto sembra già scritto. Resta da capire il prezzo. Se sarà solo l’ennesimo grande trambusto per non cambiare nulla, o se sotto la terra d’argilla, tra scheletri mai riesumati e buone intenzioni lasciate a mezz’aria, stia maturando qualcosa che prima o poi esploderà.
Perché i Paesi giovani, prima o poi, smettono di aspettare. E quando succede, non sempre chiedono il permesso.
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