Editoriali

EDITORIALE

Era meglio la Pasqua bassa...

Malindi, per capire devi venire! Non male come slogan, vero?

02-04-2010 di Freddie del Curatolo

Dice che in Kenya una Pasqua vale l’altra, che come sempre il sole sorge alle 6.21 e tramonta alle 18.26, i santi del weekend sono Venerdì (un parente bantù) e un certo L. Dell’Angelo.
A Malindi però c’è una differenza spropositata tra la Pasqua Alta e la Pasqua Bassa.
Non si tratta di attendere più a lungo la resurrezione di Gesù, anche perché da queste parti siamo abituati alle attese estenuanti.
La Pasqua “pole pole” semplicemente va fuori stagione e quasi nessuno ne approfitta per farsi una vacanziella sulla costa keniota. In Egitto, schivando le manifestazioni di piazza e un improbabile attentanto a Sharm dove risiede la famiglia Mubarak, inizia a far calduccio e le offerte per la vacanza di una settimana equivalgono al prezzo di un biglietto di sola andata in treno da Sesto Calende a Bassano del Grappa.
In seconda classe, ovviamente. In Kenya invece c’è il rischio di pioggia, un’aria di smobilitazione che mette malinconia e soprattutto ci sono tanti residenti che non ce la fanno più e non vedono l’ora di godersi le meritate vacanze.
Un safarino africano, soprattutto.
Ma alcuni malati cronici sognano anche lo shopping in via Veneto o la domenica al Centro commerciale o all’Ikea.
Quindi a Malindi e dintorni, la Pasqua Alta è una vera sciagura!
Nel 2007, ad esempio, la Pasqua capitò a metà marzo: i connazionali vacanzieri traboccavano, la spiaggia di Silversand vantava una buona densità di beach-boy per turista, i molteplici ristoranti accettavano clienti solo su prenotazione, i fornitori di pesce si trasformavano in pusher, per una sniffata di aragosta ti chiedevano quel che a novembre basta per comprarne due chili. 
I venditori di case si liberavano con facilità di ville vetuste, mettevano all’asta i moderni appartamenti e promettevano, previo succoso acconto, ogni singola colata di cemento sul terreno keniota. Affari d’oro per gli arredatori, le boutique, gli antiquari, i fruttivendoli e le corpivendole.
Pulmini da safari sfrecciavano ogni mattina verso i parchi nazionali per poi mettersi in coda nel cuore dell’Africa tanto che i leoni si chiedevano se non fosse stato meglio nascere casellante, auto a nolo e taxi riempivano le strade di sano smog assorbito da baobab in astinenza secolare e di notte le discoteche erano alveari ricchi di miele (più che d’acacia, d’ascella) e marmellate umane. 
Ballavano i V.I.P. che dopo ore di sole a schermo totale (se non c’è uno schermo da qualche parte quelli non vivono) si concedevano l’aperitivo alla Biennale d’Arte Contemporanea, tra le dritte di una Melandri e i rutti di un Bisteccone Galeazzi. 
L’Africa fungeva da scenografia, romantica fascinosa esotica misteriosa inquietante paradisiaca rilassante invadente a seconda dei casi, degli stati d’animo e degli stati di provenienza. 
Per i residenti italiani quel bordello voleva dire “fieno in cascina”, per i kenioti quel bordello voleva dire “arraffa finche puoi”.
2011, la Pasqua più in là possibile: il sole cerca disperatamente un turista a mezzogiorno per poterne proiettare l’ombra perpendicolare, i pochi villeggianti si sentono disorientati, inadeguati, fuori catalogo e contesto. Spaesati come un catamarano in un eliporto, vagano alla ricerca di un animatore rompiballe, di un beach-boy che li raggiri, di uno spacciatore di marijuana informatore della polizia, per sentirsi finalmente in vacanza. 
La spiaggia di Silversand sembra un corso di Palermo cinque minuti prima di un omicidio su commissione, i ristoranti accolgono i clienti come cugini d’Europa di cui attendevano la visita da vent’anni, i fornitori di pesce passano in bicicletta lanciando aragoste nel locale come fossero copie del Daily Nation e raccolgono i cent lasciati sulle pietre all’ingresso. I venditori di case si ubriacano e organizzano feste solitarie ogni sera in una villa diversa, scegliendo tra quelle restituite dopo la prima rata, affittano a famiglie indiane i moderni appartamenti lasciati vuoti e impediscono ogni singola colata di cemento sul terreno keniota. Si riposano gli arredatori, chiudono le boutique, svendono gli antiquari, latitano i fruttivendoli e le corpivendole passano dai salti in discoteca ai saldi di fine stagione. I residenti italiani hanno il sorriso stampato di chi sta fumando ogni giorno un po’ del suo fieno in cascina.
D’accordo, ho esagerato, mi sono lasciato trasportare. In fondo è stata una stagione meravigliosa, da record.
Vi aspettiamo tutti per la resurrezione! Nooo, per una volta non quella del Nostro Signore…quella della costa keniota, a partire da luglio:
Malindi, per capire devi venire! (non male come slogan, vero?).

TAGS: Malindi PasquaCapire Malindi

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