Editoriali

EDITORIALE

Il grande (e distorto) sogno keniano del visto turistico

Biglietto aereo per il mondo o per la delusione?

08-10-2025 di Freddie del Curatolo

Il governo del Kenya, quello che ogni tanto si ricorda dei suoi figli lontani, in “diaspora” come si usa dire qui, ha deciso di mettere un cartello “Warning” ai cancelli degli aeroporti: Connazionali, non usate il visto turistico per cercare lavoro.
Tradotto dal burocratese: smettete di partire per l’estero con la speranza in valigia e il permesso sbagliato in tasca. Anche perché poi, a furia di trovarsi gente che prova ad infiltrarsi, i Paesi stranieri bloccheranno anche le vacanze o le possibilità reali per chi ha progetti di studio o lavoro già programmati a tavolino.

A dirlo, con la voce ferma di chi deve sembrare rassicurante anche davanti a un microfono canadese, è stato il viceministro del Lavoro keniano, Shadrack Mwadime.
Si trovava proprio in Canada – il paese delle foglie d’acero, dei sorrisi regolamentati e dei sogni in valuta forte – per cercare di aprire canali ufficiali di lavoro per i kenioti che sanno fare, ma non sanno dove farlo.

Mwadime ha raccontato che sempre più connazionali partono con un visto da turista e un sogno da operaio, convinti che basti un biglietto di sola andata per cambiare vita. Ma a volte si finisce solo col cambiare aeroporto.
«Un visto turistico non vi garantirà un lavoro», ha detto con il tono di chi sa di parlare a una generazione che non ascolta più. «Un permesso di lavoro, quello sì».

Il problema, come sempre, non è partire, ma tornare. O peggio: non potersi permettere di tornare. Perché dietro ogni promessa di lavoro in Europa o in Medio Oriente si nasconde spesso un agente “di buona parola”, un annuncio luccicante su Facebook, o un parente dell’amico del cugino che “ci è già stato e si è sistemato”.

L’avvertimento, tra l’altro, arriva nei giorni in cui almeno quattro cittadini keniani sono stati arrestati sul fronte della guerra in Ucraina dall’esercito di Kiev, che li ha trovati con un uniforme russa, che non era un souvenir comperato sulla Piazza Rossa, ma un arruolamento fatto e finito.
Com’è potuto accadere? L’apripista, anzi la “lepre” per usare un termine dell’atletica, è stato un certo Evans, maratoneta che aveva ottenuto un visto per partecipare ad una competizione. Spinto da un presunto agente, il keniano è stato convinto che avrebbe potuto ottenere un permesso di lavoro per restare più a lungo laddove la vodka sostituisce il Kenya Cane.
“Firma qua” in cirillico, e si è ritrovato arruolato nel Donbass.
Da lì a poco, altri tre “turisti” keniani sono stati trovati in situazioni simili ed è partita la caccia ai trafficanti di uomini a Nairobi.

Il governo, a sentir lui, ora vuole mettere ordine in questa giungla di speranze e truffe, di cui quella a forma di matrioska è la più eclatante.
Vuole regolamentare, monitorare, verificare, rafforzare, incentivare. Tutti verbi belli, che fanno rumore in conferenza stampa e poca polvere sulle strade di Nairobi.
Ma Mwadime giura che qualcosa si muove: agenzie da controllare, accordi bilaterali da siglare, incentivi per chi lavora all’estero e vuole investire in patria — magari in una casa che vedrà solo su WhatsApp.
«Non vogliamo che i nostri giovani siano truffati», ha detto.
E come dargli torto? Nessuno vuole essere preso in giro. Ma in un Paese dove anche la speranza ha un prezzo di mercato, chi ha poco spesso paga due volte: prima per partire, non a piedi o su un barcone, ma con un biglietto di economy, poi per capire che non c’era nessun paradiso all’arrivo.

Così, mentre il governo promette percorsi “sicuri e legali”, i kenioti continuano a sognare da clandestini: turisti dell’illusione, con la valigia piena di curriculum e l’indirizzo di un futuro che non risponde. E le ambasciate degli Stati che li dovrebbero ospitare, giustamente, diventano sempre più dubbiose e selettive.

TAGS: vistosoggiornoglobal

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