EDITORIALE
27-09-2025 di Freddie del Curatolo
Ora, ditemi voi: cosa ci fa Kenny G, il principe del "jazz che non disturba", a Nairobi? Sì, proprio lui, quello con il sax e la permanente, il re dello smooth-pop-jazz, lo stesso che in Italia accompagna le vostre chiamate in attesa al call center, o vi dà il benvenuto in loop all’Esselunga mentre scegliete tra la feta greca e il tofu biologico. In due parole: “musica da ascensore”.
E invece no, qui non si parla di supermercati. Si parla di concerto sold out a Nairobi, con la crema della borghesia keniana (e degli expat ben pettinati) che si è precipitata a prenotare mesi fa, come se si trattasse del ritorno dei Beatles. Che si sdilinquirà per le sue note lunghe come la coda all’Immigrazione di JKIA.
Che ci sia sotto un equivoco? Tipo: “Kenny G” scambiato per “Ken il Guerriero”? Macché. Tutto voluto. Tutto adorato. Tutto lustrini e sax.
“L’Africa non esiste” – ma il jazz sì, eccome
Facile rifugiarsi nel solito mantra: "eh ma l’Africa non ha la cultura del jazz…" Ah sì? Allora fatevi un giro musicale tra Etiopia, Mali, Angola, Senegal, e poi, se sopravvivete alla bellezza di Mulatu Astatke senza svenire, ne riparliamo. Per non parlare dei mostri sacri sudafricani. Altro che “non disturbare”: lì il jazz ti prende a ceffoni.
No, cari, qui non è questione di ignoranza musicale. È questione di gusto. O meglio: di digestione musicale. Kenny G non chiede nulla in cambio. Non pretende attenzione, silenzio, concentrazione. È la versione audio della crema idratante: si spalma e non lascia tracce. E magari il buon Kenny riesce a trovare il “punto G” alle signore che, come cantava Paolo Conte, “odiavano il jazz e non si capisce il motivo”.
Musica da studio dentistico, ma con più pubblico
C’è qualcosa di profondamente inquietante e, insieme, rivelatorio, nel fatto che un tipo come Kenny G faccia il tutto esaurito in una città africana con una scena musicale ricca, viva e spesso ignorata. Non fa jazz, dicono i puristi – e hanno ragione. Fa pop col sax. Fa melodia da centro commerciale, col look da hair metal anni ’80 e l’aria di uno che ha appena venduto altri 3 milioni di copie mentre tu cercavi Giant Steps in un jazz club vuoto.
Chi suona jazz vero – quello con gli accordi strani e gli assoli che non finiscono mai – guarda Kenny G come un McDonald’s stellato: tanta gente dentro, ma niente gusto. Eppure... eccolo lì, con il suo sax soprano sempre un po’ stonato (per scelta? per posa?), a dominare le classifiche.
L’arte dell’invisibilità musicale
Non fraintendiamoci: Kenny sa suonare, nel senso tecnico del termine. Tiene una nota per un’ora e mezza se serve, sa fare i suoi due assoletti acchiappa-applausi, e conosce il pubblico come pochi. Ha il talento, semmai, di essere totalmente inoffensivo. È musica che non ti chiede di capire, solo di sorridere. È il sottofondo ideale per chi non vuole avere la musica in primo piano, ma solo come atmosfera. Un profumo d’ambiente in scala di do maggiore.
E quindi, Nairobi lo ama.
Ma allora, è jazz o no?
Risposta onesta? Sì. Cioè, no. Anzi: forse. Dipende da quanto ti stringi nel cappotto dell’ortodossia jazzistica. È jazz come lo sono certi cocktail: sì, c’è l’alcol, ma per favore non aspettarti di ubriacarti. Kenny G è jazz per chi ha paura del jazz vero. Come leggere Bukowski solo per le frasi Instagram.
Eppure... siamo onesti: il mondo non è pieno di Wayne Shorter. È pieno di gente che vuole rilassarsi con una melodia facile mentre guarda il tramonto da una terrazza a Lavington. E Kenny G fa questo meglio di chiunque altro. Non è jazz da amare. È jazz da sopportare con piacere. E magari, da ballarci un lento, con un bicchiere di vino in mano e un sorriso ebete in faccia.
Conclusione?
Kenny G non è il problema. Siamo noi. Che cerchiamo sempre di trovare una risposta logica alla popolarità di qualcosa che ci fa storcere il naso. Lui, intanto, vola su Nairobi, registra il sold out, raccoglie l’assegno e riparte verso il prossimo aeroporto, dove la sua musica lo accoglierà ancora prima del doganiere.
E il jazz? Quello vero? Sta lì, nei club mezzi vuoti, a suonare per chi ancora vuole ascoltare sul serio. E per fortuna che la prossima settimana arriva Wynton Marsalis. E nonostante l'età, lui non prenderà l'ascensore ma le scale, e che scale!
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