Editoriali

EDITORIALE

Kenya, rassicurante in trasferta (e un po' meno in casa)

Sguardo geopolitico nel contesto regionale e interno

29-03-2025 di Freddie del Curatolo

L’Africa subsahariana non sarà mai una regione tranquilla: da una parte la miseria, i conflitti etnici, le battaglie per l’acqua e la terra, dall’altra la lotta per il potere delle oligarchie e gli interessi delle potenze straniere che sono benzina sul fuoco.
In questo contesto che oggi ha nella Repubblica Democratica del Congo (con le sue terre rare) e nel Sudan (con il petrolio) le due situazioni umanitarie più disperate, il Kenya è sempre apparso come il “cuscinetto” di sicurezza, il Paese pacifico che può condurre anche gli altri alla ragione.
Benchè minato da faide infinite nelle regioni rurali, dalla minaccia di al-Shabaab in quelle confinanti con la Somalia e portato all’esasperazione da una classe politica egoista e corrotta, il Kenya è una delle nazioni più solide, chiamate spesso a fare da paciere nelle dispute che coinvolgono le altre realtà del cosiddetto Corno d’Africa.
L’ultima in ordine di tempo riguarda il Sudan del Sud, lo Stato confinante con il Kenya a nord, indipendente dal 2012 e da anni in un precario equilibrio tra pace armata e dissidi tra il presidente ed il suo vice, entrambi a capo di due potenti eserciti (sulla falsariga di quel che è accaduto nell’ex “casa madre” del Sudan).
L’arresto, nei giorni scorsi del vicepresidente Reik Machar, un tempo alleato del leader indipendentista Salva Kiir e oggi suo principale avversario, secondo l’ONU potrebbe far precipitare il Paese in una guerra civile che avrebbe conseguenze umanitarie disastrose. Se già in Sudan si contano quasi un milione di bambini orfani, senza casa o mutilati dalla guerra, nello Stato meridionale la situazione potrebbe replicarsi ben presto.
Per tale motivo il presidente del Kenya, William Ruto, ha annunciato l’invio di un contingente di pace nella capitale Juba, sperando che anche le vicine Uganda ed Etiopia facciano lo stesso. 
E’ un momento complicato che sembra risentire delle tensioni e conflittualità dell’interno panorama internazionale, alimentando contrapposizioni, separatismi e tendenze a risoluzioni violente di questioni sospese da anni. Con i soliti neocolonialisti, venditori di armi e ricostruttori di realtà rase al suolo, pronti ad intervenire. Il tutto può avere anche ripercussioni sull'Europa, con i campi profughi pronti ad esplodere e conseguenti flussi migratori. In Kenya, proprio al confine con il Sudan del Sud, nel più grande campo di rifugiati del continente africano, Dadaab (850 mila abitanti), la situazione è critica, con proteste quotidiane dei residenti, quasi tutti sudanesi, che lamentano condizioni allo stremo e diritti umani negati.
Intanto, a livello interno, il Kenya è alle prese con la certezza del calo di popolarità di Ruto, che ormai trova cori di dissenso ovunque vada (l’ultima occasione, allo stadio di Nairobi durante la partita di qualificazione ai mondiali di calcio tra Kenya e Gabon, conclusa con la sconfitta casalinga delle Harambee Stars) e che ingloba nel governo, mese dopo mese, pezzi di quelli precedenti e membri dell’opposizione, nel tentativo di ridurre i potenziali avversari politici. Anche il climax economico non è dei migliori, dopo che il Fondo Monetario Internazionale ha escluso un nuovo finanziamento. Si entra in una nuova fase di scelte dolorose che avranno sicuramente l’epilogo nella presentazione, tra maggio e giugno, della nuova legge finanziaria. Da ormai tre anni a questa parte, ogni finanziaria è oggetto di critiche e proteste di piazza. L’anno scorso, furono i giovani a scendere in strada, con ondate di arresti, rapimenti extragiudiziali e una sessantina di morti, con il parlamento dato alle fiamme ed il conseguente ritiro della legge da parte del governo.
Quest’anno speriamo in soluzioni preventive da parte di Ruto, così bravo e saggio nella politica estera ma meno lungimirante, per adesso, tra le mura di casa.

TAGS: geopoliticaAfrica SubsaharianaDadaabSudanRuto

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