DENTRO IL PAESE
11-03-2026 di Freddie del Curatolo
Il Kenya non è senza carburante e, almeno per ora, non sembra sul punto di rimanerlo. Ma il fatto che il ministro dell’Energia Opiyo Wandayi abbia convocato riunioni urgenti con le compagnie petrolifere e con i fornitori internazionali dice molto su quanto il governo stia seguendo la situazione con attenzione.
Il motivo è semplice: il sistema energetico del Paese dipende quasi completamente dalle importazioni. Il petrolio che alimenta automobili, autobus, camion e generatori arriva quasi tutto dal Medio Oriente, attraverso accordi diretti con grandi compagnie come Saudi Aramco, ADNOC ed ENOC. Quando la situazione geopolitica in quella regione diventa instabile, Nairobi sa che la prima cosa da fare è verificare che la catena delle forniture resti intatta.
Quindi adesso che quasi tutto si è bloccato in quel braccio di mare stretto tra Iran e penisola arabica chiamato Stretto di Hormuz, da dove passa circa un quinto del petrolio mondiale, bisogna tornare al pensiero preventivo, che non essendo guerra, è una cosa intelligente.
Negli ultimi anni il governo ha cercato di rendere questo sistema meno vulnerabile. Uno degli strumenti principali è stato il modello di approvvigionamento “government-to-government”, introdotto nel 2023 per evitare la dipendenza dai trader internazionali e ridurre la pressione sulla valuta nazionale. Con questo sistema, il Kenya acquista carburante direttamente dai grandi produttori del Golfo, spesso con pagamenti dilazionati in scellini keniani invece che in dollari. L’obiettivo era doppio: stabilizzare le forniture e proteggere lo scellino dalle oscillazioni del mercato petrolifero.
Un secondo elemento di sicurezza è la rete di stoccaggio. Attraverso il Kenya Pipeline Company e i depositi collegati al porto di Mombasa, il Paese mantiene riserve strategiche che dovrebbero coprire diverse settimane di consumo. Questo margine serve proprio a gestire eventuali ritardi nelle consegne o tensioni temporanee sulle rotte marittime.
Negli anni passati questo sistema ha già superato diverse prove. Durante la pandemia e nelle fasi più acute della guerra in Ucraina, quando i mercati energetici erano estremamente volatili, il Kenya riuscì a evitare vere e proprie carenze, anche se non poté evitare aumenti significativi dei prezzi alla pompa.
Ed è proprio qui che si trova il punto più delicato. Anche se il carburante continua ad arrivare, il prezzo con cui arriva può cambiare rapidamente. L’Energy and Petroleum Regulatory Authority aggiorna i prezzi ogni mese, e quando il petrolio internazionale sale o quando i costi di trasporto aumentano, il risultato si riflette quasi immediatamente sulle pompe di benzina.
In un’economia come quella keniana, l’impatto si propaga molto rapidamente. Il trasporto su strada resta la spina dorsale della distribuzione delle merci: camion che collegano Mombasa a Nairobi, che riforniscono l’interno del Paese e che portano prodotti anche nei mercati dell’Africa orientale senza sbocco sul mare. Quando il carburante aumenta, aumentano i costi dei trasportatori, e a catena salgono i prezzi dei beni alimentari, dei materiali e dei prodotti importati.
È una dinamica che il Paese conosce bene. Negli ultimi anni ogni rialzo dei prezzi della benzina ha avuto effetti immediati sul costo della vita, alimentando proteste e tensioni politiche. Per questo il governo monitora con attenzione anche piccoli segnali di stress nel sistema delle forniture.
Lo scenario più realistico, se la situazione internazionale dovesse restare tesa per settimane o mesi, non è tanto quello di distributori a secco quanto quello di un aumento graduale dei prezzi. Una pressione che potrebbe riflettersi su inflazione, trasporti pubblici e costo dei prodotti di base.
Il Kenya oggi dispone di strumenti più solidi rispetto al passato per gestire eventuali scosse del mercato petrolifero. Ma resta comunque un Paese che importa quasi tutta l’energia che consuma.
E questo significa che, anche quando il carburante continua ad arrivare regolarmente a Mombasa, il prezzo con cui arriva può cambiare molto più velocemente di quanto cambino le abitudini di chi quel carburante lo usa ogni giorno.
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