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Dazi più alti e container nel mirino in Kenya

Perché la protesta di Nairobi riguarda anche gli italiani in Kenya

29-08-2026 di Freddie del Curatolo

Le immagini dei lacrimogeni lanciati dalla polizia contro centinaia di commercianti diretti alla sede della Kenya Revenue Authority (KRA) hanno fatto il giro del Paese. Ma dietro la protesta che ha bloccato il centro di Nairobi non c'è soltanto l'ennesima manifestazione contro il governo: questa volta il nodo è quello delle importazioni, un tema che interessa anche molti imprenditori e residenti italiani in Kenya.

La contestazione nasce dalla decisione della KRA di aumentare il valore minimo di riferimento utilizzato per valutare i container consolidati, cioè quelli che trasportano merci appartenenti a più importatori. Il parametro è stato portato da 2,5 a 3,2 milioni di scellini keniani (circa 24.700 dollari), una modifica che secondo i commercianti farà inevitabilmente crescere il costo dello sdoganamento.

Il sistema che usano quasi tutti i piccoli importatori

Chi vive in Kenya e importa prodotti dall'Italia conosce bene questo meccanismo.
Raramente un piccolo imprenditore riempie un container intero. Nella maggior parte dei casi si affida a spedizioni consolidate, nelle quali decine di clienti condividono lo stesso container pagando solo lo spazio occupato dalla propria merce.
È il sistema utilizzato da negozi di arredamento, ristoratori, alberghi, boutique, aziende edili e da molti italiani che acquistano mobili, attrezzature professionali, ricambi, vini, prodotti alimentari confezionati o materiali destinati alle proprie attività.

Perché aumenta il costo

Il problema non è tanto il trasporto marittimo, quanto la valutazione doganale.
Quando la KRA ritiene che il valore dichiarato della merce sia troppo basso, può applicare i propri parametri di riferimento per calcolare dazi e IVA. Con l'innalzamento di questo valore minimo, molti operatori temono che aumentino automaticamente anche le imposte da pagare, riducendo ulteriormente margini già molto contenuti.
Secondo la KRA, invece, il nuovo parametro non rappresenta un valore fisso attribuito a tutti i container, ma serve esclusivamente a contrastare la sottofatturazione e le frodi doganali che negli ultimi anni hanno causato consistenti perdite di gettito fiscale. L'autorità sostiene che gli importatori che dichiarano correttamente il valore delle merci non dovrebbero essere penalizzati.

Una questione che gli italiani conoscono bene

Per la comunità imprenditoriale italiana in Kenya il tema è tutt'altro che nuovo.
Negli ultimi anni numerosi importatori hanno lamentato controlli sempre più severi, tempi di sdoganamento imprevedibili, richieste di documentazione aggiuntiva e costi che spesso cambiano durante la procedura. Chi importa dall'Italia deve già fare i conti con noli marittimi, spese portuali, tasse, costi di trasporto interno e commissioni degli spedizionieri.
Qualsiasi modifica dei criteri utilizzati dalla dogana finisce quindi per incidere direttamente sul prezzo finale dei prodotti venduti in Kenya.

Il timore delle piccole imprese

I commercianti che sono scesi in piazza sostengono che le nuove regole favoriscano le grandi aziende, capaci di assorbire gli aumenti, mentre mettono in difficoltà i piccoli operatori che lavorano con quantitativi limitati e margini ridotti.
È anche per questo che la protesta ha coinvolto migliaia di persone provenienti dai principali mercati commerciali di Nairobi. Per molti di loro non si tratta soltanto di pagare qualche tassa in più, ma della possibilità di continuare a importare merci mantenendo prezzi competitivi.
Il confronto tra governo e commercianti è destinato a proseguire. Nel frattempo, chi importa prodotti in Kenya, italiani compresi, guarda con attenzione all'evoluzione della vicenda, consapevole che dalle decisioni della KRA potrebbe dipendere il costo delle prossime spedizioni e, di conseguenza, quello dei prodotti sugli scaffali.

TAGS: dazicontainertasseimportazioni

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