KENYA NEWS
21-12-2025 di Freddie del Curatolo
C’è un giorno, nella vita di ogni vecchio amante d’Africa, in cui si rende conto definitivamente che anche le cose che credeva immortali, polverose e fedeli come un baobab, in realtà hanno un consiglio d’amministrazione e una sede legale lontanissima.
Quel giorno è arrivato anche per la Tusker.
La birra kenyana per antonomasia, quella bevuta baridi sana sotto una palma, a temperatura ambiente all’ombra degli alberi sacri, sulle panche storte dei bar di terra battuta, nelle notti infinite di Watamu, Nairobi, Eldoret o Kisumu, ha ufficialmente cambiato padrone.
O meglio: ha cambiato multinazionale. Dai britannici di Diageo ai giapponesi di Asahi. Un’operazione da 2,3 miliardi di dollari, che detta così fa già evaporare ogni residuo di poesia.
Diageo esce dal mercato kenyano cedendo il 100% di Diageo Kenya Limited, cioè il controllo di East African Breweries (EABL), il colosso della birra dell’Africa orientale, valutato complessivamente 4,8 miliardi di dollari. Dentro ci sono la Tusker, la Pilsner, la White Cap, la Guinness locale, i distillati, i ready-to-drink, e tutto ciò che per decenni ha accompagnato brindisi, sconfitte, matrimoni e funerali. Il closing è previsto nella seconda metà del 2026, come se anche l’addio avesse bisogno di un calendario elegante.
Per la cronaca industriale cambia poco. Diageo non era certo una cooperativa di artigiani con il cappello di paglia: era già una multinazionale globale, con Londra ben più lontana di Tokyo. E infatti resterà comunque dentro, con accordi di licenza di lungo periodo, per garantire che Guinness e affini continuino a scorrere nei bicchieri dell’Africa orientale senza traumi esistenziali.
Ma per l’immaginario, quello sì, qualcosa si rompe. Perché la Tusker, per molti di noi, non era una sigla finanziaria: era una storia. Era quella dei due fratelli che inventarono una birra e la dedicarono all’altro, morto per la zannata di un elefante. Tusker, appunto. Una tragedia coloniale trasformata in brindisi. Un lutto diventato etichetta. L’Africa che prende il dolore e lo mette in bottiglia, senza mai piangersi addosso.
Era la birra bevuta sotto un baobab, con i piedi nella sabbia, mentre il mondo sembrava ancora abbastanza semplice da poter essere raccontato a voce, senza report trimestrali. Era la complice silenziosa dei discorsi inutili, delle amicizie improvvise, delle illusioni romantiche di chi credeva che certe cose non potessero essere comprate.
Oggi scopriamo che sì, potevano esserlo. E lo sono state più volte. Britannici, giapponesi, domani chissà. Magari coreani, magari canadesi. Poco importa. La birra resta fredda, il tappo salta allo stesso modo, il sapore — probabilmente — non cambierà.
La poesia, però, non è mai stata nei bilanci. Quella ce la teniamo noi. Noi boomer africani per scelta o per errore, che continuiamo a bere una Tusker come se fosse ancora figlia di una storia tragica e romantica, e non di una slide PowerPoint.
Il capitalismo globale passa, compra, vende, razionalizza. L’Africa resta seduta sotto il baobab, con una birra in mano, a guardarlo passare. E ogni tanto, per non diventare troppo cinica, si concede il lusso di far finta che nulla sia cambiato.
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