KENYA NEWS
02-05-2026 di Freddie del Curatolo
Non è che capiti ogni primo maggio, ma in tanti anni di onorato servizio dal Kenya, mi è capitato più volte di scrivere questa notizia: il governo, in concomitanza con il primo maggio, ha alzato gli stipendi minimi dei lavoratori. Quest’anno si tratta del 12%, lo ha annunciato il presidente William Ruto. E già qui, tra una banda musicale e qualche slogan tirato a lucido, si potrebbe anche pensare che la storia sia sempre la stessa: una promessa che torna ciclica come le piogge, solo un po’ più incerta.
A Vihiga, lontano dai palazzi di Nairobi ma abbastanza vicino al cuore politico del Paese, la Festa del Lavoro si è celebrata con numeri che suonano bene: 12% in più per i lavoratori “generici”, 15% per quelli agricoli. Una carezza, almeno sulla carta, per milioni di keniani che tra formale e informale si dividono un’economia che cresce nelle statistiche e si assottiglia nei portafogli. Il presidente ha detto di aver ascoltato i lavoratori, quelli rappresentati dalla Central Organisation of Trade Unions, e in particolare la voce sempre presente del suo segretario generale Francis Atwoli, che di aumenti salariali parla da anni come si parla della pioggia: prima o poi deve arrivare.
Il motivo ufficiale è semplice, quasi disarmante: il costo della vita. Che in Kenya non è più solo un’espressione da economisti, ma una sensazione quotidiana che si misura al mercato, alla pompa di benzina, davanti all’affitto che cresce senza chiedere permesso. Così il governo prova a rincorrere una realtà che corre più veloce degli stipendi, promettendo che questa volta il passo sarà più lungo.
Dall’altra parte della barricata, però, non c’è solo il solito mugugno di circostanza. Gli imprenditori, rappresentati dalla Federation of Kenya Employers, hanno già fatto sapere che i conti non tornano così facilmente. La loro voce, incarnata dalla direttrice Jacqueline Mugo, racconta di aziende ancora convalescenti, schiacciate da tasse alte e da una ripresa che assomiglia più a una convalescenza che a una rinascita. Aumentare i salari, dicono, rischia di trasformarsi in un boomerang: meno assunzioni, più chiusure, e quella sottile linea tra dignità del lavoro e sopravvivenza delle imprese che diventa sempre più fragile.
Nel mezzo, come spesso accade in Kenya, c’è la promessa. Ruto ha assicurato che i diritti dei lavoratori saranno tutelati, che le leggi sul lavoro non resteranno solo belle parole scritte nei codici, e che il governo lavorerà insieme a sindacati, imprenditori e ministero per rendere tutto questo reale. Una triangolazione che sulla carta funziona sempre, un po’ meno nella pratica quotidiana fatta di contratti informali e diritti che evaporano appena si spegne il microfono.
E poi c’è l’orizzonte internazionale, quello che fa sempre scena nelle dichiarazioni ufficiali: il Kenya che ratifica convenzioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, che promette lavoro dignitoso anche per i domestici, che si impegna a combattere molestie e violenze nei luoghi di lavoro. Parole giuste, necessarie, che però qui hanno sempre bisogno di una traduzione: dalla legge alla vita reale.
Alla fine, il Primo Maggio keniano resta una strana festa. Un giorno in cui si celebra il lavoro in un Paese dove lavorare non basta quasi mai. Un giorno in cui gli stipendi aumentano sulla carta mentre i prezzi aumentano nella realtà. Un giorno in cui tutti, governo, sindacati e imprenditori, hanno ragione. E proprio per questo, probabilmente, nessuno riesce ad averla fino in fondo.
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