KENYA NEWS
29-11-2025 di Freddie del Curatolo
C’è sempre un’alba in Kenya.
Alcune sanno di mare, altre di polvere rossa, altre ancora, e sempre di più… di cantieri.
Ieri, alle porte di Nairobi, il presidente William Ruto ha alzato il sipario sul più grande progetto stradale mai tentato in modalità PPP, quella specie di matrimonio moderno dove, se celebrato in Africa, solitamente lo Stato porta le promesse e il privato il portafoglio, e si spera che nessuno chieda il divorzio troppo presto.
Sul tavolo ci sono 170 miliardi di scellini, mica briciole di catrame.
Parliamo di 1 miliardo e mezzo di dollari.
Una doppia carreggiata che da Nairobi si stira fino a Nakuru e poi al Mau Summit, 175 chilometri di “arteria vitale”, come l’ha definita il presidente, più altri 58 sulla tratta Nairobi–Maai Mahiu–Naivasha.
Un’infrastruttura che, per generazioni, è stata un’odissea: camion accalcati come animali in fila per l’abbeverata, incidenti che rubano futuro e pazienza, ritardi che costano miliardi e lasciano tutti con il sospetto che il Kenya sia un Paese che corre ma senza corsia.
Ruto, col suo modo da professore che sa come parlare agli studenti distratti, ieri ha detto che “è l’alba di una nuova era”. E forse ha ragione: per decenni il Kenya è rimasto imprigionato in un trilemma da mal di testa — o pagare con il bilancio nazionale (impossibile), o indebitarsi fino a chiedere scusa ai pronipoti, o rassegnarsi a quella stagnazione che in questo Paese è l’unica cosa che non si muove mai.
E così, via al modello di partenariato pubblico-privato: progettazione, finanziamento, espansione, gestione e manutenzione affidati a consorzi privati, mentre il governo fa da regista e garante.
Non un uovo di Colombo e nemmeno un’omelette alla Vasco Da Gama, ma un compromesso che, se funziona, può diventare un manuale di sopravvivenza per un’Africa che sogna il progresso ma trova sempre una buca sulla strada.
Le nuove autostrade avranno piazzole dedicate ai camion, svincoli più civili di quelli attuali, ponti pedonali che non sembrano giostre pericolose, sistemi intelligenti che comunicheranno più degli automobilisti stessi, e un drenaggio finalmente degno di chiamarsi tale.
Il tutto dovrebbe creare 15 mila posti di lavoro diretti, un esercito di giovani con caschetto e speranza, due accessori che nel Kenya di oggi, messi insieme, fanno sempre un certo effetto.
Il presidente, in vena di paragoni globali, ha ricordato che in sessant’anni di indipendenza il Kenya ha asfaltato 22 mila chilometri. Il Giappone, nello stesso tempo, un milione.
“Non è una gara”, verrebbe da dire, ma più un Real Madrid-Lucchese.
Ma in realtà perché fermarsi? D’altronde, per restare nella metafora calcistica, che al presidente piace tanto, chi se l’aspettava l’Atalanta in Champions League?
E Ruto ha aggiunto che con questo metodo — niente debiti, niente tasse da alzare — il Paese può finalmente smettere di arrancare e iniziare a colmare il divario infrastrutturale che tutti conoscono e nessuno osa misurare.
A sostegno di questa metamorfosi, nasceranno un Fondo nazionale per le infrastrutture e un Fondo sovrano alimentato da bilancio, privatizzazioni, royalties e capitali privati. Una specie di salvadanaio nazionale per i giorni migliori, e magari anche per quelli peggiori.
La costruzione delle due grandi arterie comincerà subito. I partner tecnici cinesi, elogiati per competenza e trasferimento di know-how, si rimettono all’opera in un Paese che ormai conoscono come le proprie tasche.
E mentre i macchinari si scaldano, Ruto enuncia anche il grande piano: nuove superstrade Machakos Junction–Mariakani, Mau Summit–Kisumu–Busia, Athi River–Namanga e vari altri corridoi cruciali di Nairobi. Come dire: non è solo un progetto, è un modo per dichiarare che il Kenya vuole crescere, e questa volta spera di farlo senza chiedere prestiti a mezzo mondo.
Alla fine, il presidente ha messo la firma ideale sul suo messaggio: “Questo è il nostro momento per elevarci dall’ordinario. Per lasciarci alle spalle la mediocrità e camminare verso l’eccellenza.”
Ed è difficile dargli torto. Anche perché le strade, in Kenya, non sono mai solo strade: sono metafore viventi del Paese. Se vanno, va il Paese. Se si spaccano, si spacca tutto.
Stavolta, forse, potremmo vedere un Kenya che non frena davanti all’ennesima buca del destino.
O almeno, ci proverà, anche perché guardacaso il termine dei lavori, supervisionati dalle due aziende cinesi che rappresentano il privato, è previsto per il 2027…poco prima delle prossime elezioni. E già il fatto che qui ci siano elezioni in cui ci si debba guadagnare la rielezione con i fatti e non con ulteriori promesse, rispetto a tante altre nazioni africane, è un mezzo miracolo.
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