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Il Kenya delle disuguaglianze in continuo aumento

Oxfam: quasi metà dei cittadini vivono con meno di 1 euro al giorno

27-11-2025 di Freddie del Curatolo

C’è un Kenya che tutti vedono, quello dei tramonti che sembrano usciti da un dépliant turistico e dei leoni che sbadigliano senza sapere che stanno facendo la fortuna di qualcuno su Instagram.
E poi c’è l’altro Kenya, quello che non compare nelle brochure: quasi la metà della popolazione sopravvive con meno di 130 scellini al giorno.
Detto in valuta che conta, quasi un dollaro. Detto in valuta che conta un po' meno, neanche un euro. 
Una cifra che non basterebbe nemmeno per comprare un gelato all'aeroporto, ma che per milioni di persone è il confine sottile tra la vita e la disperata fantasia di farcela.

Lo ha ricordato Oxfam, che ogni tanto ci mette davanti allo specchio e ci chiede di guardare: i 125 kenioti più ricchi possiedono più ricchezza di 42,6 milioni di anime. Se la loro fortuna fosse stesa in banconote da cento scellini, Nairobi sparirebbe sotto un tappeto di carta. Non male per una città dove un insegnante guadagna quanto un amministratore delegato… in due secoli scolastici, più o meno.

Il nuovo rapporto pubblicato l’11 novembre 2025 ha un titolo che sembra l’inizio di un romanzo distopico: Kenya’s Inequality Crisis: The Great Economic Divide. Eppure non è fantascienza: dal 2015 le persone che vivono nella miseria più nera sono aumentate del 37%.
Sette milioni di storie, soprattutto di campagna e periferia, si sono inabissate nel buio delle statistiche.

Colpa di scelte politiche che da anni assomigliano a quelle famiglie che, pur con il mutuo che li soffoca, insistono a comprare un televisore sempre più grande: si sottofinanzia tutto — scuola, sanità, agricoltura — pur di ripagare un debito che cresce come l’erba dopo la pioggia.
Nel 2024, per ogni 100 scellini presi con le tasse, 68 sono finiti direttamente in pasto ai creditori.
L’istruzione riceve le briciole, tanto che oggi un bambino nato nel 20% più povero studierà cinque anni in meno del suo coetaneo nel 20% più ricco.
La spesa statale per ogni piccolo alunno è diventata appena il 18% di quella che era nel 2003: un’eutanasia lenta della scuola pubblica.

La sanità non se la passa meglio. Il nuovo SHIF, che dovrebbe essere il salvagente nazionale, è invece un cerchio di salvataggio bucato: su più di 53 milioni di persone, solo quattro milioni vi contribuiscono davvero. E dei fondi disponibili, nel 2024, appena il 20% è arrivato alle strutture pubbliche, quelle dove si affolla la maggior parte dei kenioti, soprattutto quelli che non hanno alternative se non sperare che Dio quel giorno sia in ambulatorio.

Mwongera Mutiga, direttore di Oxfam Kenya, la dice semplice: la disuguaglianza non nasce come un baobab in mezzo alla savana. È coltivata, annaffiata e protetta da decisioni politiche.
«Il divario è stato lasciato crescere senza controllo», avverte. E si sente che, dietro la compostezza, c’è la frustrazione di chi vede il Paese scivolare giù mentre qualcuno continua a raccontare che stiamo scalando una montagna.

Negli ultimi dieci anni il cibo è diventato la nuova chimera. Diciassette milioni di persone vivono in insicurezza alimentare, tra alluvioni e siccità che si alternano come due comici che non fanno più ridere nessuno. Il prezzo degli alimenti è salito del 50% rispetto al 2020.
A Nairobi, quelli che hanno meno si ritrovano anche a pagare più caro: il loro tasso d’inflazione è stato del 27% superiore rispetto a quello dei cittadini benestanti. Una beffa nella beffa.

Le reti di protezione sociale, poi, somigliano più a una mosquitiera piena di buchi: solo il 9% dei kenioti è coperto da qualcosa. Tra i più poveri, uno su cinque riceve un aiuto statale, spesso quel famoso assegno di 2.000 scellini al mese di "Inua Jamii", il sussidio ai vulnerabili, che non è stato aggiornato mentre tutto il resto del Paese si aggiorna… al rialzo.

Nel mercato del lavoro si continua a navigare a vista: l’85% dei lavoratori è nel settore informale, dove i contratti sono più rari dei rinoceronti bianchi e le donne, soprattutto loro, devono schivare ostacoli antichi come le tradizioni. Rappresentano il 38% della forza lavoro formale e guadagnano in media il 62% degli uomini. Inoltre, per ogni uomo che fa un lavoro non retribuito, ci sono cinque donne che svolgono lo stesso compito. E meno di un terzo possiede una casa a proprio nome.

La pressione fiscale pesa dove non dovrebbe: nuove tasse su case e sanità nel 2023 hanno colpito soprattutto i più poveri, mentre chi guadagna da affitti ha avuto uno sconto sulla propria aliquota. Poi c’è l’IVA, che morde qualsiasi cosa si compri, e rappresenta oltre metà delle entrate statali.
Il passato coloniale non ha mai davvero lasciato questo Paese: ha concentrato il potere nelle mani di pochi, lasciando le comunità locali a raccogliere le briciole e a convivere con l’idea che «così è sempre stato».

Il rapporto, però, non si limita alle tristezze: propone anche una via d’uscita. Ridurre la disuguaglianza del 2% all’anno — niente miracoli, solo buon senso — potrebbe triplicare la diminuzione della povertà estrema.
Aumentare il budget dell’istruzione al 20% della spesa pubblica restituirebbe agli insegnanti un po’ della dignità perduta. Portare la sanità al 15% e orientarla verso una vera copertura universale significherebbe che ammalarsi non sarebbe più un lusso.

Mwongera lo dice chiaro: «La disuguaglianza non è inevitabile, è una scelta».
Come quelle che si fanno davanti a una strada sterrata, mentre una capra attraversa la carreggiata e un matatu suona come se potesse cambiare l’ordine del mondo: la prendi o non la prendi? Continui con l’inerzia o provi finalmente a svoltare su un percorso meno agevole, per te ma non per chi è abituato a ben peggio?
"Un Kenya più equo è possibile - dice - È alla nostra portata. Basta scegliere di volerlo".

 

TAGS: povertà diseguaglianze

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