KENYA NEWS
14-05-2026 di Freddie del Curatolo
Il Kenya tira un sospiro di sollievo, ma senza troppa convinzione. Cinquantacinque navi in arrivo ai porti di Mombasa e Lamu hanno momentaneamente spento l’allarme carburante che nelle ultime settimane aveva rimesso in fila automobilisti, camionisti e operatori turistici, facendo rivivere per qualche giorno uno degli incubi più ricorrenti al Paese: distributori a secco, autocisterne ferme, trasportatori infuriati e il solito sospetto che, dietro le rassicurazioni del governo, ci fosse una speculazione di chi il carburante se lo teneva in casa, in attesa che aumentassero i prezzi.
Ora, quasi ad imitare i signori della guerra, arriva una tregua, più che una soluzione. Perché nel Corno d’Africa il petrolio non è mai solo petrolio: è geopolitica, rotte marittime, guerre lontane che diventano improvvisamente molto vicine e, nel caso keniano, anche scandali portuali e misteriosi giochi di potere.
L’emergenza carburante in Kenya, quindi, sembra essersi momentaneamente sgonfiata con l’annuncio della Kenya Ports Authority dell’arrivo, nei prossimi quattordici giorni, di 55 navi cargo ai porti di Mombasa e Lamu. Tra queste, quattro petroliere destinate a rifornire le scorte nazionali e a calmare un mercato che negli ultimi giorni aveva ricominciato a mostrare i sintomi di una crisi già vista troppe volte: distributori con forniture irregolari, autotrasportatori sul piede di guerra e il timore di nuovi aumenti dei prezzi alla pompa.
Secondo la KPA, oltre alle petroliere arriveranno anche navi cariche di gas butano, olio di palma, fertilizzanti, grano, automobili, acciaio e container commerciali. Una processione galleggiante che racconta molto bene la dipendenza del Kenya dal mare e dalle sue rotte commerciali. Perché Mombasa non è soltanto il porto del Kenya: è il polmone logistico di buona parte dell’Africa orientale, dall’Uganda al Sud Sudan, fino al Rwanda e alla parte orientale della Repubblica Democratica del Congo. La prima domanda è: quanto ne resterà davvero in Kenya? E quanto di questo andrà nelle pompe?
La situazione internazionale è nota: il Kenya e il Corno d'Africa da tempo respirano con un polmone solo, attraverso uno dei tratti marittimi più delicati del pianeta. Gran parte del petrolio che alimenta l'Africa orientale passa infatti attraverso lo Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia tra Iran e Oman da cui transita una quota enorme del greggio mondiale. Ogni tensione nel Golfo Persico, ogni minaccia iraniana, ogni crisi nel Mar Rosso o attacco alle navi commerciali si riflette immediatamente sulle economie africane che dipendono dalle importazioni energetiche.
Negli ultimi anni il Corno si è trovato schiacciato in mezzo a guerre e crisi che sembravano lontane ma che hanno avuto effetti immediati sulle tasche dei cittadini. Prima il conflitto in Ucraina, poi gli attacchi degli Houthi nello Yemen contro le navi commerciali nel Mar Rosso, infine le tensioni sempre più frequenti tra Iran, Israele e Stati Uniti nel Golfo. Le petroliere hanno iniziato ad allungare le rotte, i premi assicurativi marittimi sono aumentati e il costo finale del carburante è inevitabilmente ricaduto sui consumatori africani.
In Kenya tutto questo si traduce rapidamente in inflazione. Quando aumenta il carburante aumentano i trasporti, e quando aumentano i trasporti sale il prezzo di qualsiasi cosa: cibo, materiali da costruzione, turismo, servizi. Non a caso la Kenya Transporters Association aveva lanciato l’allarme nei giorni scorsi, denunciando difficoltà operative sempre più pesanti e chiedendo al governo chiarimenti sulle reali riserve strategiche del Paese.
Il governo, come spesso accade, ha rassicurato tutti sostenendo che le scorte fossero sufficienti. Ma i kenyani hanno imparato a diffidare delle rassicurazioni ufficiali, soprattutto dopo gli scandali che negli ultimi anni hanno coinvolto proprio il sistema di approvvigionamento petrolifero e il porto di Mombasa.
Dietro le banchine del principale porto dell’Africa orientale si intrecciano infatti interessi economici giganteschi, appalti opachi e giochi politici che più volte sono finiti al centro delle polemiche. Dagli accordi contestati sulle importazioni di carburante alle accuse di monopolio nelle forniture, fino ai sospetti di corruzione nella gestione delle operazioni portuali, il settore energetico keniano continua a rappresentare una delle aree più delicate e meno trasparenti dell’economia nazionale.
E mentre Nairobi prova a tranquillizzare il mercato, resta evidente una realtà difficile da nascondere: il Kenya dipende ancora quasi totalmente da rotte energetiche internazionali estremamente fragili. Basta una crisi a migliaia di chilometri di distanza per bloccare camion a Nairobi, creare code ai distributori di Malindi o far aumentare il costo del safari per un turista europeo.
Per ora, però, le 55 navi in arrivo rappresentano almeno una tregua. Una tregua galleggiante che entra lentamente nel porto di Mombasa mentre il Paese osserva i prezzi alla pompa e spera che, almeno questa settimana, la geopolitica lasci in pace il serbatoio delle automobili.
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