KENYA NEWS
06-05-2026 di Freddie del Curatolo
La chiamano Karambela, ma non è una parola swahili, piuttosto una storpiatura somala della parola italiana "caramella". E' la nuova droga sintetica che sta prendendo piede sulla costa keniana. E' arrivata inizialmente a Lamu, e tra i giovani ha creato gang criminali che non solo infestano la terraferma (come si sa, l'isola è una "bolla" sempre molto sicura, e speriamo lo rimanga) ma rischiano anche di essere lusingati dal terrorismo islamico di al-Shabaab, la cellula somala di al-Qaeda.
Ma adesso la Karambela, misto di benzodiazepine ed altre schifezze chimiche, rischia di contaminare anche Malindi e Mombasa.
La costa keniana ha sempre avuto i suoi vizi, come tutte le coste del mondo. Ma erano vizi con una storia, quasi una liturgia. Oggi invece arriva una droga senza memoria, senza radici, senza tregua. E quando una cosa non ha radici, spesso è perché vuole solo distruggere quelle degli altri.
Il problema non è soltanto una nuova sostanza. Il problema è che questa sostanza arriva in un vuoto. Un vuoto che ha il volto dei ragazzi senza lavoro, senza prospettive, senza un’idea concreta di futuro che non sia un telefono, una scommessa, o una fuga.
Per anni, lungo la costa, il massimo dello “sballo” era il bhang, la marijuana locale che più che incendiare gli animi li rendeva sonnolenti e filosofici. Oppure il miraa, che ti teneva sveglio e chiacchierone, ma difficilmente ti trasformava in un pericolo pubblico. E poi c’era il vino di palma, che apparteneva a un’altra generazione: quello dei padri, degli zii, dei pescatori che ridevano troppo e poi sparivano in un sonno pesante come il mare di notte.
Erano droghe imperfette, certo. Ma avevano un ritmo umano. Ti portavano su e poi ti riportavano giù. Ti facevano perdere tempo, non perdere te stesso.
La caramella somala no.
La Karambela è figlia di un’altra epoca: quella della chimica spinta, della miscela casuale, della pasticca che non sai mai davvero cosa contiene. Benzodiazepine, si dice. E altro. Sempre “altro”, perché in questi casi la verità è un dettaglio che non interessa a nessuno. Non a chi la vende, non a chi la consuma.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti, almeno a Lamu: gruppi di ragazzi che non si limitano più a sbandare, ma si organizzano. Gang. Bande. Violenza improvvisa, gratuita, spesso incomprensibile. Non più la rissa da baraccone, ma aggressioni coordinate, furti, atti che hanno qualcosa di più inquietante: la perdita totale del limite.
E quando perdi il limite, diventi terreno fertile per chi quel limite lo vuole cancellare del tutto.
È qui che il discorso si fa più scivoloso. Perché tra queste nuove bande, nate più per noia che per ideologia, qualcuno ha iniziato a vedere una possibile manovalanza. Giovani già arrabbiati, già alterati, già disposti a tutto per sentirsi parte di qualcosa. Non serve molto per spingerli un passo oltre.
Non è un caso che le prime avvisaglie arrivino da una zona delicata come Lamu, porta naturale verso un confine dove traffici e influenze si mescolano da sempre. La droga, come spesso accade, non è mai solo droga. È un linguaggio. E qualcuno, da qualche parte, lo sta parlando molto bene.
Intanto la Karambela si muove. Silenziosa, economica, facile da trasportare. E soprattutto nuova. Perché i giovani non vogliono più “le cose dei vecchi”. Il bhang è lento, il miraa è noioso, il vino di palma è roba da nostalgici. Serve qualcosa che colpisca subito, forte, senza spiegazioni.
E così il viaggio continua verso sud, lungo la costa. Malindi osserva, Mombasa inizia a preoccuparsi. Perché certe onde non fanno rumore quando arrivano. Si vedono solo quando hanno già cambiato la forma della riva.
Il rischio non è solo sanitario. È sociale. È culturale. È generazionale. Una droga che non ti calma ma ti accende, che non ti isola ma ti spinge verso gli altri con aggressività, è una miccia in un contesto già fragile.
E allora la domanda non è solo come fermare la Karambela. Ma perché trova terreno così fertile.
Forse perché, alla fine, non è una “caramella” a rovinare una generazione. È il fatto che quella generazione non abbia niente di meglio da succhiare.
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