CURIOSITA'
09-01-2026 di Freddie del Curatolo
Succede solo in Kenya. O almeno: in Kenya succede meglio che altrove.
Mercoledì, in una Nairobi qualunque – quella dei matatu che strombazzano fuori dal circolo e delle scimmie che osservano il mondo con più esperienza di certi dirigenti sportivi – va in scena una partita di tennis che entrerà nella storia.
Non del tennis, sia chiaro.
Della metafisica.
Al torneo ITF di Nairobi (professionistico, sì, ma di quelli che respirano ancora polvere rossa e illusioni, per dire in finale si sono affrontate il talento keniano Angela Okutoyi e la nostra Martina Colmegna, tanto avvenente quanto relegata oltre il numero 1000 del ranking mondiale) si affrontano la tedesca Lorena Schaedel e l’egiziana Hajar Abdelkader, 21 anni.
Una partita che finisce 6-0, 6-0 in pochi minuti, ma che riesce nell’impresa di sembrare eterna come una barzelletta ben riuscita.
Abdelkader serve 24 volte. Venti sono doppi falli. Gli altri quattro non fanno male a nessuno, nemmeno alla rete. In totale mette insieme tre punti: due regalati dall’avversaria per distrazione, uno per errore umano, che in Kenya è sempre contemplato come variabile ambientale.
La cosa più toccante è che, a un certo punto, Schaedel smette di essere avversaria e diventa tutor. Le indica dove posizionarsi, le spiega cosa sta succedendo, probabilmente le avrebbe anche offerto una bottiglia d’acqua se il regolamento lo avesse permesso. Più che un match, un corso accelerato di tennis base, modulo uno: “Questa è la linea”.
I video, che girano online come leggende urbane con racchetta, sono chiarissimi.
Non serve il rallenty. Non serve il commento. Serve solo una domanda: come è possibile?
Di Abdelkader si sa poco. Sul sito dell’International Tennis Federation c’è scritto che ha iniziato a giocare a 14 anni. Informazione che ora vive accanto ad altre grandi verità dell’umanità, come Babbo Natale, il nobel per la Pace e l’efficienza delle file negli uffici pubblici.
È entrata nel tabellone grazie a una wild card, quella porta laterale dello sport che in teoria dovrebbe aiutare i giovani talenti e che, in pratica, ogni tanto fa entrare chi ha sbagliato edificio.
La spiegazione arriva dopo, come sempre. La wild card era destinata a un’atleta keniana che all’ultimo ha deciso di non giocare. Abdelkader era l’unica altra ad aver fatto richiesta. Un po’ come dire: non avevamo pane, abbiamo servito le pietre. La federazione tennistica keniana ammette che, col senno di poi, non si sarebbe dovuta concedere quella wild card. Promette che non succederà più. Promessa solenne, detta con lo stesso tono con cui qui si promette che domani non pioverà.
La federazione egiziana, contattata da L’Équipe, cade dalle nuvole: non sappiamo chi sia. Il che rende la storia ancora più africana, più perfetta. Una tennista che nessuno conosce, che gioca un torneo che nessuno guarda, in una città dove tutto è possibile perché nulla è davvero impossibile.
Succede solo in Kenya? Forse no. Ma in Kenya succede senza scuse, senza imbarazzo, senza nemmeno la pretesa di far finta che sia normale. Qui una partita di tennis può trasformarsi in una performance concettuale sul caos, sull’accesso, sulla casualità elevata a sistema.
E alla fine resta quella scena: una professionista che spiega il gioco all’avversaria, sotto il sole equatoriale, mentre il punteggio scorre impietoso. Un match che non ha vinto nessuno, ma che ha raccontato tutto.
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