L'ANGOLO DI FREDDIE
14-01-2026 di Freddie del Curatolo
Ogni volta che attraverso Nanyuki ho la sensazione che quella linea invisibile non serva tanto a dividere il mondo in due, quanto a ricordargli che un centro esiste ancora.
E che, volendo, ci si può anche fermare sopra.
Non per piantare una bandiera, ma per prendere fiato.
Stare al centro del mondo, delle cose, della propria vita.
Provare ad avere equilibrio e non per propositi circensi.
L’Equatore non è un luogo spettacolare.
È una riga tirata col righello su una mappa che nessuno ha mai davvero visto dal vivo.
Una specie di promessa geografica: qui, teoricamente, tutto dovrebbe essere bilanciato.
Il giorno e la notte, il caldo e il fresco, il nord e il sud, l'orario e l'antiorario.
Teoricamente, appunto.
Poi c’è la vita, che come sempre se ne infischia delle teorie.
Eppure fermarsi lì, anche solo il tempo di un caffè annacquato o di una foto scattata da un venditore di souvenir con il gilet catarifrangente, ha qualcosa di terapeutico.
Non è turismo. È una pausa metafisica con parcheggio sterrato.
Fermarsi nel mezzo di qualcosa.
Non perché si sia arrivati da qualche parte, ma perché per una volta non si sta scappando.
L’Equatore non ti chiede di scegliere da che parte stare.
Ti chiede solo di stare.
E già questo, oggi, è un atto coraggioso, controcorrente.
In una società che ha smesso di distinguere tra morale e criminale, tra scelta e opportunismo, tra dignità e visibilità, in cui basta rispettare il politically correct mettendo un asterisco su una lettera e si può coprire di letame qualsiasi perfetto sconosciuto abbia più visibilità di noi, in cui la guerra è brutta ma a noi non fa male, l’idea di una linea che non giudica ma semplicemente passa, è sorprendentemente rassicurante.
Qui non c’è algoritmo che tenga.
Non c’è schieramento né hashtag.
C’è una latitudine che non fa domande.
Si attraversa l’Equatore come si attraversano certi momenti della vita: senza fanfare, senza certificati di autenticità.
Un passo avanti, uno indietro, una risata un po’ imbarazzata.
E poi via. Ma qualcosa resta. Una specie di promemoria interno che dice: guarda che l’equilibrio non è una posa da funambolo, è una pratica quotidiana. E spesso fallimentare.
Da queste parti, sotto il cielo enorme di Laikipia, con il Monte Kenya che osserva tutto con l’aria di chi ne ha viste troppe per stupirsi ancora, il concetto di centro smette di essere astratto.
Diventa fisico. Polveroso. Imperfetto. Come le cose vere.
L’Equatore non salva nessuno, sia chiaro.
Non è una linea taumaturgica. Ma suggerisce. Indica.
Ricorda che si può vivere senza pendere sempre da una parte sola.
Che si può attraversare il mondo con la leggerezza di un viaggio, di una scoperta, di una curiosità non armata.
E allora ogni volta che riparto da Nanyuki, lasciandomi alle spalle quella riga immaginaria, ho la sensazione di aver rimesso a posto qualcosa.
Non il mondo. Quello no, non esageriamo.
Ma almeno la bussola interiore.
Che per qualche metro, prima di impazzire di nuovo, torna a segnare un sud che assomiglia vagamente al buon senso.
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