Mal d'Africa

MAL D'AFRICA

Il mio primo safari nel Masai Mara a 17 anni

Il racconto di Marcello, che non vede l'ora di tornare

21-02-2026 di Marcello StepOnFoot

Mi chiamo Marcello, ho diciassette anni, faccio lo scientifico a Bologna e fino a gennaio il mio rapporto con gli animali selvatici era limitato alle interrogazioni di scienze e ai documentari su Netflix che guardi mentre mangi cereali.
Poi mio zio Carlo ha convinto i miei a fare un safari nel Masai Mara, in Kenya.
Il Masai Mara non è come te lo immagini.
È peggio. Nel senso buono.
Non c’è un ingresso vero. Atterri su una pista di terra, scendi e sei già dentro.
Nessuna barriera, nessuna distanza di sicurezza emotiva.
Solo pianura, alberi piatti e aria che sa di polvere e sole.
E animali.
Non subito, ma abbastanza presto da farti capire che lì sei tu quello fuori posto.

A gennaio non c’è la Grande Migrazione di cui tutti parlano. Non ci sono milioni di gnu che attraversano il fiume come nei video epici con la musica drammatica.
All’inizio pensavo di essere stato sfortunato con il periodo, invece è stato quasi meglio così.
Gli animali non sono una folla. Sono singoli. Più facili da osservare, più facili da ricordare.

Il primo leone che ho visto dormiva.
Non ruggiva, non faceva niente di spettacolare.
Dormiva e basta, con la pancia che si alzava e si abbassava. Però anche così, anche immobile, era evidente che comandava lui. Nessuno gliel’aveva spiegato. Lo sapeva e basta.

Mio zio Carlo, che fotografa animali da una vita, si è emozionato davvero. Non come quando i grandi fanno finta. Aveva gli occhi fissi nel mirino e sorrideva appena. Lui parla pochissimo quando fotografa. È uno dei segnali che sta succedendo qualcosa di importante.

La nostra guida si chiamava Daniel, era masai, e aveva una vista irreale. Vedeva animali lontanissimi mentre io vedevo solo erba. A volte si fermava, spegneva il motore e diceva: “Aspettiamo”. E succedeva sempre qualcosa. Una giraffa che compariva da dietro un albero, un elefante che attraversava la pista con una calma totale, come se avesse tutto il tempo del mondo e noi no.
Gli elefanti sono la cosa che mi ha colpito di più. Non perché fanno qualcosa di speciale, ma per come si muovono. Senza fretta, senza nervosismo. Sembrano sicuri di esistere, che è una sensazione che noi umani raramente abbiamo.

Abbiamo visto anche ghepardi, magri e perfetti, e un leopardo su un albero. Il leopardo è stato il momento più assurdo. Era lì sopra, sdraiato su un ramo, completamente tranquillo. Nessuna performance, nessun interesse per noi. Era solo a casa sua.
E questa è la cosa che capisci davvero nel Mara: sei tu quello in visita. Non loro.

Il fiume Mara a gennaio è quasi calmo. Niente attraversamenti epici, ma ippopotami ovunque. All’inizio sembrano rocce. Poi uno si muove e capisci che quella roccia respira. Daniel ci ha spiegato che sono tra gli animali più pericolosi, anche se sembrano goffi. In Africa l’aspetto non ti dice mai tutta la verità.

La sera tornavamo al campo mentre il sole scendeva velocissimo. Non c’è una transizione lunga come da noi. È giorno, poi improvvisamente non lo è più. Cenavamo fuori, con il buio vero, e sentivi versi lontani che non erano registrazioni o effetti sonori. Erano reali. E il fatto che fossero reali cambiava tutto.

Una notte mi sono svegliato e ho sentito un leone ruggire lontano. Non forte come nei film. Più profondo. Più serio. Non era fatto per impressionare nessuno. Era solo un leone che diceva al mondo che era lì.

Il Masai Mara non è solo animali. Sono anche le persone. Abbiamo visitato un villaggio masai. Le case sono fatte di terra, bastoni e sterco di mucca. Vivono con poco, ma quel poco è sufficiente. Non era una recita per turisti, almeno così mi è sembrato. Era la loro vita normale.
Io vivo circondato da oggetti inutili che considero indispensabili. Lì ho visto persone che non avevano quasi niente di quello che considero necessario, eppure non sembravano mancargli nulla.

Il giorno prima di partire ero già triste. Non perché stessi male, ma perché sapevo che stavo per tornare alla mia vita normale, quella fatta di autobus in ritardo, verifiche di matematica e giornate un po’ tutte uguali.
In aeroporto ho detto ai miei genitori che per i diciotto anni non voglio una festa grande, né regali costosi.
Voglio tornare in Kenya.

Voglio vedere Samburu, dove vivono animali che non ci sono nel Mara, come le giraffe reticolate e le zebre di Grevy. Voglio vedere il Turkana, dove il paesaggio è completamente diverso, più secco, più estremo. Mio zio mi ha detto che è un’Africa ancora più vera.
Lui ha sorriso quando l’ho detto. Come se lo sapesse già.
Prima di questo viaggio pensavo che un safari fosse solo vedere animali. In realtà è capire che esiste un mondo che non ha bisogno di te per funzionare.
Ed è una sensazione che non mi lascia più.

TAGS: safarimaasai maramasai maramal d'Africa

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