Opinioni

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Guida per muoversi sulla costa del Kenya, una terra fatta di quadrati

"Per chi nei quadrati ci vuole entrare, anziché andarci attorno"

23-05-2024 di Michele Senici

Al viaggiatore disattento sfuggiranno senza dubbio alcuni luoghi.
Arrivato nella cittadina sull’oceano indiano in cui si fermerà, questa terrà apparirà come fosse fatta d’una strada, d’una fila di case e botteghe poggiate da un lato, d’una sfilza di alberghi e cancelli impenetrabili sdraiati dall’altro.
Anzitutto penserà che tutto finisca dopo quelle linee: da un lato l’oceano, dall’altro il nulla.
E crederà di non sbagliarsi, a meno che per una volta imbocchi quell’unica strada che sale verso Ovest.
Allora vedrà ancora una linea di officine su un lato e una fila di condomini di pochi piani dall’altro e comunque sarà certo che oltre ci sia il nulla. Giungerà a un incrocio e di nuovo, la triade case-strada-case gli si presenterà dietro, di fronte, a destra e a sinistra e allora capirà - anzi crederà d’aver capito - che questa terra è fatta di quadrati enormi con lati fatti di strade e che al centro ci sia il nulla.
Tornerà a casa, dopo aver percorso quei quadrati per arrivare a Marafa, a Wasini, a Shimba o che so io, e racconterà di mari cristallini, della vastità che divide i lati di quei quadrati, di sorrisi ammaliatori incontrati sui lati di quei quadrilateri misteriosi.
Non ha saputo e non saprà che sarebbe dovuto entrare in quelle forme intraviste solo dal perimetro. Si sarebbe dovuto da loro lasciare contenere per trasformare in maniera radicale le memorie di quel viaggio.
Tornerà a casa e si sarà perso le fattorie di Jaribuni, sulle terrazze che scendono dolci verso il fiume Ndzovuni, le cui acque finiranno nel Rare e dunque nel Creek di Kilifi, addolcendolo. Casette di pali di agave, pietracce e argilla che spuntano dalla terra che ha lo stesso colore, palme alte quanto il cielo, tappeti intrecciati che paiono mosaici.
Restando sul margine del quadrato, non avrà annusato l’eucalipto che viagga stipato in cassoni di camion d’altri tempi, correndo veloce dai campi dei villaggi a Sud di Ramisi fino alla fabbrica di profumi.
Villaggi fatti di appezzamenti di terra tagliuzzati da sentierini larghi quanto un piede che portano, come fossero via crucis, a capanne disallineate una dopo l’altra. Case dove qualcuno arriva quasi ogni giorno per raccogliere acqua di palma per farci il vino e qualcun’altro giunge per vendere gamberetti di mangrovia. Avrà mancato l’abbraccio mattutino con la nebbia umida che avvolge il reticolato delle strade di Kwale, che quasi ti fa dimenticare di essere appoggiato giusto duecento metri sopra l’oceano.
Che ti fa desiderare e dunque ti consegna un Chapati e un piatto di Mbaazi ya Nazi per scaldarti il cuore in attesa che la condensa si diradi.
Si sarà perso almeno quanto mi sono perso io e questo mi rincuora.
Vivo sapendo di non sapere. So di non avere scoperto di ciò che mi circonda che un granello di sabbia in relazione alla misura della spiaggia.
E questa consapevolezza mi fa restare qui, pigramente buttato sul mio divano, senza fare nulla.
Perchè so che non appena mi assalirà la voglia, lascerò le quattro strade che rinchiudono il quadrato e qualcosa di ancora nuovo mi accoglierà.


••• Michele Senici, 1993. Educatore, insegnante, coordinatore di progetto.
Ho aperto Casa Hera a Diani perché non sapevo dove continuare la mia vita.
L’ho capito ora?
Certamente no, ma va bene così, almeno osservo, penso, scrivo.

TAGS: costaraccontoSeniciJaribuniKwaleMarafa WasiniShimba

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