Opinioni

OPINIONI

L'irrinunciabile solitudine del Kenya

Dopo cinque anni in Africa, che cosa ho capito di me

20-09-2025 di Michele Senici

Il 25 giugno scorso ho compiuto cinque anni in Kenya.
In quei giorni ho iniziato a scrivere queste righe ma ho dovuto metterle da parte, e attendere Settembre per rimetterci mano e riordinarle.
Sono arrivato in questo Paese per lavoro e poi mi ci sono fermato, dopo aver dato le dimissioni, seppur con motivazioni allora molto fragili.
In quel momento qualsiasi luogo aveva lo stesso sapore di rischio e possibilità ma ho deciso di restare qui, di ricominciare a Diani, perché ho sempre saputo che, a un certo punto, avrei voluto vivere al mare.
Ho vissuto con curiosità e paura. Incerto di quello che il domani mi avrebbe riservato, fiducioso che un giorno avrei capito dove mettere le radici.
Mi sono innamorato, anche della natura a cui non potrei più rinunciare.
Ho amato prendere coscienza delle maree per usare al meglio il tempo, ho gioito del fresco di luglio e delle piogge incessanti e mi sono affezionato alla semplicità e alla previdibilità della mia esistenza.
Ho tremato per gli annunci dell’obitorio dell’ospedale di Msambweni, che cercava qualcuno che identificasse decine di morti senza nome.
Ho sofferto quando ho perso l'amico Hassani e per quella volta in cui il mio tuktuk driver se n’è andato per una malattia da nulla.
Ho maledetto il cosmo quando al Super ho ritrovato il Pesto Barilla dopo mesi, ma al doppio del prezzo e, dunque, mi sono dato una pacca sulla spalla quando ho cominciato a farmelo da me, con gli anacardi al posto dei pinoli.
Ho adorato ogni passo sulla spiaggia infinita, nei giorni con le alghe e senza, quando c’era nuvoloso e il cielo di blu oltremare.
Mi sono sentito bene quando sono riuscito a spostare la tenda per vedere il dietro le quinte della Costa, ben nascosto dai led delle insegne dei resort.
Lì ho visto la fame, le malattie del medioevo, la testardaggine che ti fa impazzire e le distese di savana che ti tolgono il fiato.
Sono fiero di aver imparato il Kiswahili e di aver trovato una macchina per l’espresso a buonissimo mercato in un meandro di Nairobi CBD.
Cinque anni sono nulla e sono lunghi e in essi certamente ho vissuto tante vite.
Talvolta m’è capitato che alcuni italiani mi chiedessero delle dritte su come trasferirsi qui.
Tutte persone estasiate dal loro primo incontro con l’oceano sconfinato del Kenya.
Di solito mi limitavo a delle risposte logistico-organizzative ma, nell’ultimo anno e mezzo, ho iniziato a dire, ad alta voce, che per vivere qui è necessario accogliere la solitudine.
Di solito, a questo punto, l’intrepido interlocutore sorride - credo per nascondere il disagio.
Chi ha cambiato argomento s’è risparmiato le motivazioni, chi ha cercato di minimizzare se l’è ascoltate per filo e per segno.
Nessuno mi ha mai chiesto spiegazioni di sua sponte.
Ci sono due cose che ho amato imparare in questi cinque anni e due, che sono progetti e soluzioni, che ancora non sono riuscito a impormi.
Ho imparato la bellezza della solitudine.
Vivo in una guesthouse, con una famiglia numerosa, di tutte le provenienze e le età e in cui parliamo quattro lingue. Sono arrivati ospiti da sessanta Paesi. Non avrei motivo per sentirmi solo, e in effetti, solo lo sono molto poco.
Ma la solitudine che ho appreso è oltre lo spazio e oltre il tempo. È una condizione presente, tangibile, avvolgente e stravolgente.
Gli italiani sono tutti impegnati, le differenze culturali sono così profonde che fare amicizie con i keniani è complicato, i turisti vanno e vengono. In questo Paese, spesso, mi sono sentito solo in mezzo alla folla.
Libero di buttarmi in conversazioni lunghissime con sconosciuti ma anche capace di starmene in un angolo a osservare quanto accade.
Riconosciuto da quella cassiera del Carrefour con cui chiacchieriamo sempre, che mi chiama alla sua cassa e che cerco con lo sguardo prima di mettermi in coda altrove.
Sconosciuto da italiani che mi hanno visto a cena per innumerevoli serate.
Libero, insomma, di annoiarmi, di scrivere, di meditare - sigaretta in bocca - su tutte le cose che avrei potuto fare anzichè oziare: che privilegio! Ho appreso a sentirmi sicuro nella prevedibilità del tempo e dello spazio.
Vivo spostandomi su una strada soltanto, 10km di asfalto e qualche stradina laterale in terra battuta.
Qui non ci si perde. Il sole sorge e tramonta sempre alle 6.30, del mattino e della sera - ben inteso.
Guardo al me di otto anni fa e mi vedo impazzire per una vita del genere.
Ma oggi le sono grato: ho preso peso, i miei capelli si sono rinfoltiti, ho momenti di creatività infinita e dirompente.
Pensavo di aver bisogno del caos per sentirmi vivo dominandolo, invece la monotonia mi ha regalato una pace sconosciuta.
Mi rimprovero, piuttosto, di non riuscire a prendere impegni con me stesso.
Chissà se il Kenya me lo insegnerà mai, e se questo sia il posto giusto per spiegarmelo.
Accumulo libri usati, ma fatico a impegnarmi nella lettura. Vorrei camminare al mare ogni mattina (per controllare il peso, prima che sfugga di mano), ma nessuna mattina è mai quella giusta.
Vorrei vedere almeno un buon film a settimana.
Vorrei. E infine, sento il bisogno di arte e di arte-fare in questa terra.
E in cinque anni, non ho ancora capito come.
Vorrei fare teatro, influenzare lo sviluppo di questa terra affinché ci siano spazi aggregativi per i giovani e per le comunità, vorrei dare vita a qualcosa che racconti la Storia nascosta tra le palme e seppellita sotto alle fondamenta dei resort.
Vorrei.
Buon compleanno Michele, senza nemmeno accorgertene e volerlo, ti sei proprio comportato come un baobab!
Hai messo almeno una delle tue radici ben profonda nella terra. Chissà da lì come ti si leverà!

••• Michele Senici, 1993. Educatore, insegnante, coordinatore di progetto. Ho aperto Casa Hera a Diani perché non sapevo dove continuare la mia vita. L’ho capito ora? Certamente no, ma va bene così, almeno osservo, penso, scrivo.

TAGS: SenicisolitudinebaobabDiani

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