Opinioni

CURIOSITA'

Shamba, Nyama e il swahili che non fa differenze

Una lingua senza articoli che spiazza gli italiani

11-07-2026 di Freddie del Curatolo

Il Kenya, a chi vi si approccia per più di una semplice vacanza, non fa sorgere solo domande esistenziali, né solo dibattiti sulle proprietà lassative dello street food. Ci sono aspetti che sembrano dettagli da grammatici e invece raccontano un mondo. Uno di questi nasce quasi sempre a chi frequenta il Paese per qualche mese, o ci torna più volte. E certe parole in swahili entrano nel suo vocabolario quotidiano senza chiedere il permesso.
Non solo “jambo bwana” o “hakuna matata”, ma parole che poi vengono mescolate all’italiano perché suonano più morbide, più efficaci, più solari…insomma, più africane.
Ma noi abbiamo gli articoli, il swahili no. E allora per intendere il campo coltivato, si dice lo shamba o la shamba? È il kanga o la kanga? E quando mangiamo la nyama choma?

L'italiano, come quasi tutte le lingue romanze, vuole sapere subito se una parola è maschile o femminile. Lo pretende. È il suo modo di mettere ordine nelle cose. Il swahili, invece, sorride e cambia discorso.
Perché nel swahili il maschile e il femminile, semplicemente, non esistono.
Esistono le classi nominali, un sistema antico e affascinante che raggruppa le parole non in base al sesso, ma alla loro natura: persone, alberi, oggetti, luoghi, concetti astratti, animali. È una logica completamente diversa dalla nostra, e forse anche più vicina al modo in cui la realtà si presenta, senza bisogno di etichette.
Così, quando uno scrive in italiano e vuole conservare il sapore dello swahili, deve scegliere.
C'è chi si lascia guidare dalla desinenza e dice "la shamba" perché finisce in -a. Ma sarebbe un criterio tutto italiano, che con lo swahili non ha nulla a che vedere.
In swahili quella vocale finale non dice assolutamente nulla sul genere, semplicemente perché il genere grammaticale non esiste.
Molte parole terminano in "a": taifa (nazione), jina (nome), tunda (frutto) oltre a shamba. E nessuna di esse ha la pretesa di essere maschile o femminile.
C'è invece un altro modo, forse più rispettoso della lingua e della cultura da cui la parola proviene: attribuire il genere al significato che quella parola ha in italiano.
Per questo, chi scrive queste righe continuerà a dire il safari, perché è un viaggio.
Il matatu, perché è un minibus.
La nyama choma, perché è la carne arrostita.
L'ugali, ma, dovendo scegliere, considerandolo un alimento, con una naturale inclinazione al maschile.
Il kanga, perché è un tessuto.
Il kikoi, perché è un telo.
E soprattutto lo shamba, perché prima di essere una parola africana è un campo coltivato, una piccola fattoria familiare, il luogo dove milioni di keniani ricavano il sostentamento quotidiano.
Non è una regola scritta da qualche accademia. È soltanto un criterio di buon senso, forse persino di cortesia linguistica.
Le lingue, del resto, sono come i viaggiatori. Quando attraversano una frontiera cambiano un poco, ma cercano sempre di conservare qualcosa della casa da cui provengono.
Il swahili (le regole fonetico-grammaticali italiane suggerirebbero "Lo swahili", ma essendo una nostra abbreviazione di "kiswahili", noi preferiamo l'articolo "il"), poi, ha un'eleganza particolare. Non impone il genere alle cose. Non costringe un campo a essere maschio né una stoffa a essere femmina. Lascia che siano le relazioni, i prefissi, il contesto a raccontare il loro posto nel mondo.
È l'italiano che, arrivato sulle coste dell'Oceano Indiano, si sente improvvisamente spaesato. Vorrebbe classificare tutto, mettere un articolo davanti a ogni sostantivo, come se senza quel piccolo "il" o "la" il mondo rischiasse di perdere l'equilibrio.

E forse è proprio questa una delle prime lezioni che il Kenya offre a chi decide davvero di ascoltarlo.
Che non tutto deve per forza rientrare nelle nostre categorie.
Che esistono altri modi di ordinare la realtà.
E che perfino una semplice parola come shamba può ricordarci che, quando si incontra un'altra cultura, non è sempre lei a doversi adattare alla nostra lingua. Qualche volta è la nostra lingua che dovrebbe fare un passo indietro, togliersi il cappello e imparare.

TAGS: shambanyamaswahili

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