Racconti

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La straordinaria storia di Zawadi (ultima puntata)

"chiusero gli occhi, intrecciarono le dita e non smisero di sorridere".

28-09-2022 di Claudia Peli

Le sollevò il mento con la punta delle dita e la guardò  negli occhi.
Notò che aveva pianto senza singhiozzi. Le baciò le ciglia umide e se la strinse di più al cuore.
Spensero le luci, tirarono le tende.
La stanza sull’oceano si chiuse al mondo.
Quando li vide entrare nel suo ambulatorio la mattina seguente il dottore li accolse con un sorriso.
“E’ viva?” Gli chiese Edoardo fiducioso.
“E’ viva e sta meglio. Venite di qua.”
Li portò dietro la tenda, dove c’era un lettino e dentro la bimba.
Era stata lavata e vestita con un body bianco. Era minuscola, dormiva serena.
Giorgia avvicinò il volto alla sua testolina e la baciò delicatamente.
Non sapeva più di morte, sapeva di buono.
E sentì i propri nervi tesi rilassarsi.
“Guardala Edo, non sembra un bocciolo ?”
Lui annuì e le sfiorò i piedini nudi.
Tornarono ogni giorno alla clinica, più volte al giorno.
Ogni volta il dottore era ottimista e potevano constatare coi loro occhi che la bimba stava sempre meglio.
Rinunciarono al safari per poter pagare le spese mediche e per non abbandonarla. Ma le giornate trascorrevano veloci e la domenica mattina avrebbero dovuto prendere il volo per tornare in Italia.
“Non so se ce la faccio a lasciarla qui.”
Gli disse Giorgia mentre passeggiavano sulla spiaggia la mattina presto.
Era bassa marea e si tenevano per mano.
Qualche granchio zigzagava in diagonale da un buco all’altro.
“Cosa pensavi di fare?”
“Penserai che è una pazzia, ma vorrei portarla via con noi.”
“Non credo sia così semplice sai? Non la metti in valigia e la imbarchi sull’aereo.”
“Lo so. Le cose importanti non sono mai facili.”
Ne avevano parlato qualche volta in passato di adottare un bambino, ma poi quando si doveva arrivare al dunque si erano sempre tirati indietro. Subentrava l’indecisione, l’insicurezza, e la speranza che magari un bimbo loro sarebbe arrivato  prima o poi.
I medici che li avevano visitati dicevano che era tutto a posto, bastava insistere e non angosciarsi. Però erano già trascorsi molti anni.
E all’improvviso era arrivata lei: gracile come uno scricciolo.
Era stata destinata a loro? Affinché la trovassero una mattina dentro un secchio, le salvassero la vita e se ne prendessero cura come una figlia? Giorgia se lo chiedeva in continuazione.
“Adottiamola noi.” Gli disse fermandosi di colpo e guardandolo dritto negli occhi.
“Ma tesoro, io …” Non seppe cosa risponderle.
Sospirò e si guardò i piedi sporchi di sabbia chiara.
“Se lo facciamo dobbiamo farlo in due. E’ una cosa troppo grande per me da sola. Ho bisogno di te Edoardo. Ti prego pensaci bene prima di dirmi no.”
Giorgia si tuffò in mare lasciandolo lì seduto sulla sabbia a riflettere.
Raccogliere un essere umano dalla strada, salvargli la vita e restituirgli la dignità. Amarlo, allevarlo, educarlo ai valori in cui si crede.
Pensò a questo e ad altro mentre osservava la sua compagna per sempre nuotare tra le onde lunghe.
Edoardo non la deluse nemmeno stavolta, l’amava troppo e pure lui aveva a cuore il destino del piccolo bocciolo.
Quando  tornò a riva, col fiato grosso e le goccioline d’acqua tra le ciglia  l’abbracciò e le disse sì.
“Sarà il nostro angelo.”
“Saremo una splendida famiglia.”
Parlarono della loro intenzione al dottore e lo videro annuire contento.
“Credo di averlo capito dal primo momento.” Disse appoggiando le sue mani sopra le loro, “L’adozione non sarà facile né immediata, però io posso aiutarvi, l’ho già fatto in passato con altri due bambini.”
Edoardo intrecciò le sue dita a quelle di Giorgia e disse che era la cosa che desideravano fare e non si sarebbero tirati indietro di fronte alle difficoltà burocratiche ed economiche.
Giorgia cullò a lungo la bimba prima di salutarla. Le parlò e le disse tante cose perché sapeva che col cuore le avrebbe capite.
“Non sei più sola, lo sai vero? Adesso ci siamo io e papà. A presto.” Erano gli ultimi minuti insieme. Se la tenne addosso sulla pelle del collo e del petto per trattenere il suo profumo di infanzia.
Si imbarcarono sull’aereo sapendo che sarebbero tornati in Kenya prima possibile, per continuare ciò che avevano appena cominciato: la più grande e bella avventura della loro vita insieme.
La piccola stava bene  ed era in mani sicure. Giorgia teneva tra le dita una fotografia di lei avvolta in un lenzuolo colorato e una cuffia rossa sulla testa pelata. Edoardo le disse che sembrava un folletto dei boschi e scoppiarono a ridere.
Dietro la foto c’era scritto un nome: Zawadi, che in lingua swahili significa dono. Lo avevano scelto per la loro bambina.
“A cosa pensi?” Le chiese accarezzandole i capelli.
“Che stiamo facendo una piccola cosa per migliorare questo mondo, vero?”
“Una grande cosa, tesoro.”
Mentre l’aereo puntava dritto verso le nuvole, laggiù le chiome delle palme diventavano più piccole e finivano col mescolarsi a tutto il resto nel verde della grande pianura africana.
Edoardo e Giorgia chiusero gli occhi, intrecciarono le dita e non smisero di sorridere.



 

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