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I propositi di Ruto per il Kenya (e per sé) nel 2026

Infrastrutture, irrigazione e lanci pre elettorali, corte permettendo...

02-01-2026 di Freddie del Curatolo

E allora il 2026, in Kenya, viene annunciato così: con un elenco di cantieri, promesse, chilometri, milioni e acronimi che sembrano usciti da una conferenza stampa più che da un sogno collettivo. William Ruto, dal palco di Eldoret, lo racconta come l’anno della svolta infrastrutturale, della modernità che arriva su rotaia, della povertà che arretra per decreto, dei giovani che finalmente smettono di svegliarsi senza lavoro. Un Paese che accelera, mentre intanto, sullo sfondo, si sente già il rumore sordo della campagna elettorale che sta per iniziare.

Perché il 2026 non è solo un anno di governo: è l’ultimo giro prima del voto. E Ruto lo sa bene. Oggi è dato in vantaggio, anche per una opposizione frammentata e poco carismatica, una situazione che ricorda vagamente certe stagioni politiche italiane: tanto potere in mano a uno, pochi avversari davvero in grado di reggere il confronto. Così il presidente parla al Paese come si parla a un elettorato già in ascolto, con il linguaggio dei grandi numeri e delle grandi opere.

L’aeroporto, prima di tutto. Jomo Kenyatta International Airport, cuore aereo dell’Africa orientale, promesso come “world-class”, moderno, competitivo, capitale dell’aviazione regionale. Un progetto che, però, porta con sé anche il fantasma del passato recente: il fallito accordo con il gruppo indiano Adani, la partnership cancellata, le polemiche sulla trasparenza, e un ampliamento rimasto sospeso come un volo in attesa di autorizzazione. Oggi il governo promette di ripartire, perché JKIA è già vicino alla saturazione e Nairobi non può permettersi di perdere terreno mentre Addis Abeba, Kigali e Dar es Salaam allungano il passo.

Poi c’è la ferrovia, la Standard Gauge Railway, simbolo per eccellenza del Kenya che corre. L’estensione da Naivasha verso Kisumu e Malaba viene raccontata come la spina dorsale di un futuro logistico che guarda all’Africa centrale, ai porti, alle merci, agli scambi. Una promessa che profuma di sviluppo, ma che riapre anche vecchie domande: sostenibilità del debito, ritorno economico reale, benefici distribuiti o concentrati. Domande che oggi restano ai margini, coperte dal rumore del progresso annunciato.

Accanto alle grandi infrastrutture, Ruto mette sul tavolo anche la sicurezza alimentare: dighe, irrigazione, Galana-Kulalu che torna a essere evocata come la terra promessa dell’agricoltura kenyana. Più acqua, più campi coltivati, più lavoro. Sulla carta tutto torna. Sul terreno, come spesso accade, sarà un’altra storia, fatta di tempi lunghi, appalti, ritardi e speranze che si seccano al sole.

Il capitolo più delicato resta però quello dell’edilizia popolare, uno dei pilastri della Bottom-Up Economic Transformation Agenda. Case per chi non ne ha, quartieri nuovi, dignità abitativa come diritto. Un’idea che, sulla carta, mette tutti d’accordo. Ma che nella realtà incontra resistenze, ricorsi, tribunali. Watamu lo ha dimostrato: il progetto di housing pubblico bloccato dalle corti keniane, non perché l’idea fosse sbagliata, ma perché il luogo era sbagliato, simbolicamente e urbanisticamente. Costruire all’ingresso di una località turistica, sacrificando un’area verde, ha fatto scattare una protesta trasversale: residenti, ambientalisti, operatori turistici, e perfino gli stessi potenziali beneficiari delle case.

È il paradosso kenyano: sviluppo sì, ma non ovunque, non comunque, non a qualsiasi prezzo. E le corti, sempre più spesso, diventano l’arbitro di un equilibrio fragile tra crescita e tutela, tra urgenza sociale e visione a lungo termine.

Nel discorso di fine anno, Ruto promette anche di sollevare dieci milioni di keniani dalla povertà, di dimezzare la disoccupazione giovanile, di rendere operativi il National Infrastructure Fund e il Sovereign Wealth Fund, evocando Singapore come modello. Parole pesanti, ambiziose, che suonano bene e rassicurano. Ma che arrivano in un Paese dove molti giovani continuano a svegliarsi senza lavoro, dove l’economia informale resta l’unico ammortizzatore sociale, e dove la pazienza non è infinita.

Il 2026, insomma, si presenta come un anno di cantieri aperti e di consenso da consolidare. Un anno in cui il Kenya viene raccontato come un Paese in marcia, mentre sotto la superficie restano crepe, contraddizioni, resistenze. Ruto corre, anche perché deve correre. Gli elettori osservano, qualcuno applaude, qualcuno aspetta di vedere se, oltre ai rendering e ai discorsi, arriveranno davvero strade, case, lavoro.

Per ora, il futuro è stato annunciato. Come spesso accade in Africa, la vera domanda è se arriverà puntuale o con il solito, leggendario, ritardo.

TAGS: Ruto2026infrastrutture

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