L'ANGOLO DI FREDDIE
04-12-2024 di Freddie del Curatolo
Sono giorni in cui il destino riporta prepotentemente a galla i ricordi e con loro i volti, le persone legate a memorie di un tempo lontano ma così ben definito (e finito) che sta lì, come un’opera d’arte appesa alle pareti della tua anima.
Ricordi che spesso inevitabilmente si associano con l’età più bella e con un’epoca che ti sembra migliore, ricordi che comunque devi riconoscere, coltivare e maneggiare con cura per non lasciare che ti strappino il cuore. Nel caso della Malindi di trenta, trentacinque anni fa, è tutto ancora più suadente e pericoloso, con l’aggravante del mal di un’Africa più pura, di una bellezza dolorosa e a volte non sopportabile.
Non ho ancora finito di ripensare ai momenti, agli aneddoti, alle avventure, alle risate legate ad uno dei personaggi italiani di quel tempo, Gabriellone, che mi arriva la notizia della scomparsa, a soli 63 anni, di Macino, uno che non era solo un “personaggio”, ma un amico, uno a cui volevo bene e a cui era davvero difficile non volerne.
Ma soprattutto, a differenza di altri che hanno sporcato i loro e i miei ricordi, rinnegando i valori con cui siamo cresciuti in quel tempo, che ci facevano fratelli e sorelle pur essendo diversissimi oltre che fieri e felici d’esserlo, era rimasto sempre lo stesso.
Riccardo Balducci detto Macino, da Rimini, animava il gruppo dei riminesi che nei primi anni Novanta erano tanti, andavano e venivano e spesso restavano e s’inventavano lavori, vita e libertà.
Macino era stato postino, calciatore dilettante, contabile. Era curioso e sapeva fare un po’ tutto, e per quel che non sapeva ancora fare, ci studiava sopra. Macino era positività e leggerezza, era simpatia tutta romagnola, autoironia e grande dignità.
Ad un certo punto un incontro inatteso, una nuova passione, e la vita è radicalmente cambiata. Una sorte che a tanti pareva averlo baciato, l’aveva scarrozzato di qua e di là, e lui si faceva portare senza essere affatto una banderuola, pur dovendo affrontare novità e burrasche. Era finito a Lusaka, in Zambia, dove viveva da tanti anni e aveva messo su famiglia, e un bel ristorante italiano. Più di una volta avevo rimandato il viaggio per andarlo a trovare ed avevo letto i suoi messaggi “magari torno io in Kenya, prima o poi”.
Un brutto male lo ha riportato dov’era nato e dove il destino se lo è preso, prima che lo facessero i ricordi.
Ciao Patacca, ti ho voluto bene.
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