Ambiente

AMBIENTE E SOCIETA'

Baobab, la cecità (anche economica) del Kenya che li uccide

Perchè la pianta millenaria potrebbe essere una grande risorsa

15-12-2024 di Freddie del Curatolo

I baobab dell’Africa Subsahariana sono sempre più importanti per il presente ed il futuro del nutrimento dell’intero pianeta, ma specialmente in Kenya vengono eliminati senza pietà e considerati alberi minori perché il loro legno non è “buono”.
L’assurdo di una civiltà che non è più capace di leggere nel libro del tempo per ritrovare gli elementi che possono salvarla ed allo stesso tempo preservare la Terra, ha nella vicenda dei baobab un esempio tanto lampante quanto desolante.
Sono anni che parliamo dei baobab del Kenya e decantiamo la loro unicità: l’Adansonia Digitata, ovvero il baobab keniano (la specie più diffusa e quella più resistente, mentre ce ne sono altre sei specie nel solo Madagascar e una in Australia) è un albero non solo storico e millenario (quelli del Kenya possono arrivare fino a 1500/1800 anni, secondo le ricerche effettuate sui primi scritti che riguardano le esplorazioni delle coste africane dell’oceano indiano), ma definito “sacro” da molte tribù locali, oltre che salvifico, avendo costituito riserve d’acqua nei suoi tronchi vuoti per i periodi di siccità, in pratica enormi cisterne d’acqua naturali, se considerate che i tronchi di alcuni degli esemplari più vetusti hanno più di dieci metri di diametro. Ma i frutti del baobab sono stati anche nutrimento essenziale, veri e propri salvavita specialmente per i bambini nei tempi di grandi carestie.
Ma non è solo una reminiscenza del passato, la polpa dei frutti di baobab oggi è tornata alla ribalta come “superfood”, ovvero alimento vitaminico eccezionale e viene utilizzato anche dalle grandi industrie, non solo da quelle di nicchia di prodotti naturali, per rinforzare i propri alimenti in maniera sana.


La spinta essenziale per questa consapevolezza è arrivata principalmente dal riconoscimento negli anni passati della polpa di baobab come ingrediente alimentare da parte dell’Unione Europea e anche dal dipartimento di Cibo e Medicina del governo americano. Riconoscimento che ha dato la possibilità alle aziende di utilizzarlo come ingrediente in bevande e cibi, non solo nella medicina e nei cosmetici.
Ma allora, perché i baobab in Kenya vengono isolati, dimenticati e anche abbattuti senza pietà, o venduti addirittura per l’esportazione? Oltretutto, in quest’ultimo caso, i baobab millenari sradicati a Kilifi e diretti in un giardino dell’ex presidente della Georgia, sono tutti morti.
Uno dei motivi è la fretta dei nostri tempi: fretta di risposte, di risultati, di guadagni. I baobab infatti hanno una crescita lenta ed iniziano a fiorire non prima dei vent’anni di età. I frutti maturano qualche anno più tardi, ma nelle regioni semiaride possono comparire anche a cinquant’anni.
Basterebbe però proteggere quelli esistenti, oltre che piantarne di nuovi pensando alle nuove generazioni.
E non ci vorrebbe molto, perché il baobab è una “vecchia roccia”, come si direbbe di un uomo. Non ha bisogno di cure, il suo tronco è in grado di rigenerarsi anche quando viene torturato dall’uomo o dalle zanne degli elefanti che lo usano per abbeverarsi. Chi è pratico d’Africa ne avrà anche osservati alcuni caduti, riversi sul terreno con le radici che sembrano staccarsi, ma che ancora vivono e fioriscono.
Per questo non solo i frutti possono essere una risorsa (in Zimbabwe sono considerati anche un anticancro naturale ed esportati negli Stati Uniti anche per cure alternative), ma la corteccia stessa viene utilizzata per farne corde o cesti, le cavità del tronco diventano spesso arnie per consentire alle api di produrre miele, senza contare chi utilizza i gusci dei frutti per farne utensili o li lavora come oggetti di design, come nel caso della pregevole manifattura italiana di Kilifi, Seedlings.


Tutto questo senza menzionare gli utilizzi della medicina tradizionale, che nei secoli ha curato popolazioni che non sempre possono accedere alla sanità classica. Anche per questo, è considerato “la grande anima” delle popolazioni della costa swahili. Sotto il baobab, fino al secolo scorso (e oggi sempre meno, con la perdita di tradizioni da parte delle nuove generazioni) ci si radunava per riti e danze ma anche assemblee e celebrazioni delle comunità.
Una fortuna incredibile, avere i baobab nel proprio territorio, soprattutto perché è una delle piante che meglio resistono ai cambiamenti climatici, avendo una grande capacità di adattamento, accresciuta nei secoli con le esperienze di periodi diversi e problematici.
Eppure, tutto questo sembra non bastare. Per interessi economici, impazienza, noncuranza, cecità delle istituzioni locali e silenzio di quelle internazionali, i baobab stanno scomparendo.
E anche le battaglie per la sua protezione, che sono state anche nostre (malindikenya.net ha intrapreso una mappatura, ha proposto una serie di documentari e spettacoli) ma dovrebbero soprattutto arrivare da organizzazioni africane, non sono ancora approdate a nulla. Chi abbatte un albero millenario non subisce alcuna sanzione, anzi spesso basta un permesso come per tagliare qualsiasi pianta, pagare una manciata di scellini e si può far sparire secoli di storia e di aiuto, che è ancora attuale e futuribile. Noi possiamo solo continuare a documentare questo scempio e questa sconfitta dell’umanità e il trionfo quasi certo della stupidità a livello globale.

 

TAGS: BaobabpiantaambientesalvaguardiaLeni Fraumillenario

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