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EDITORIALE

Per i keniani è già finito il tempo delle regole

Ritorno alla normalità, bar chiusi l'unico stress

08-09-2020 di Freddie del Curatolo

Il Kenya sente aria di normalità.
Non che la maggioranza dei cittadini, specie quelli fuori dalle grandi città, abbia vissuto questo periodo da veri e propri prigionieri di regole o divieti.
Anche per questo motivo si tende a pensare che il virus in Kenya non abbia attecchito con la stessa veemenza che altrove, dato che qui di precauzioni la gente ne ha sempre prese ben poche.
La prova più dura per quasi tutti continua ad essere la chiusura di bar e chioschi dove si è soliti incontrarsi e non solo consumare alcolici, ma anche semplicemente condividere momenti di leggerezza insieme. Purtroppo molti di questi baracchini sono anche crocevia di droghe leggere e pesanti, prostituzione a basso costo (e bassissima prevenzione) e bevande artigianali illecite e devastanti.
Meno pesante per la gente comune è il coprifuoco serale: molti keniani vivono in abitazioni senza corrente elettrica e la loro giornata inizia all’alba e finisce poco dopo il tramonto.
Come si diceva un tempo anche in Italia, quando il nostro Paese somigliava all’Africa non solo perché era pieno di extracomunitari, “la notte i buoni dormono”.
In effetti queste sono le due regole che il Paese è ancora costretto ad osservare, perchè come riferiscono anche i quotidiani locali nei loro editoriali e mostrano i servizi televisivi delle emittenti nazionali, le altre precauzioni per il contenimento del virus sono rispettate da pochissime persone.
Dall'inizio del mese la percentuale di casi positivi rispetto ai tamponi fluttua sotto il 5% (anche ieri 102 positivi su quasi 3000 tamponi, con 2 morti e 88 guariti) e il Ministero della Sanità si era già espresso, parlando di riapertura nel caso di due settimane su questi livelli.
Difficile ora far credere ad un popolo di agnostici che il Covid-19 nel Paese sia un pericolo.
Così le mascherine sono diventate in poco tempo oggetti ornamentali da portare al collo o al braccio, pronte per essere indossate al massimo in presenza di ufficiali o in negozi ed uffici dove il personale zelante ne richieda l’obbligo.
“Mascherina? Solo quando passo davanti alla stazione di polizia o entro nel negozio safaricom – ci conferma Mary, una donna keniana a passeggio per le vie del centro di Malindi con la figlia – però ci laviamo le mani molte volte al giorno”.
Le distanze sociali permangono sui mezzi pubblici che frequentano le grandi arterie stradali, dove sono presenti posti di blocco e controlli. Appena si va nell’entroterra e nelle regioni remote, è tutto come prima. La scorsa settimana due incidenti in due diverse zone del Paese (Wajir, nord est, e Marafa, entroterra della costa nella Contea di Kilifi) hanno evidenziato come i matatu coinvolti trasportassero addirittura più viaggiatori della capienza normale, figuriamoci il famoso 66% dei tempi Covid-19.
Non si tratta solamente di lassismo ed impazienza, in Kenya ci sono anche stati avvenimenti che hanno inculcato nella popolazione il pensiero che il virus sia soprattutto un interesse del Governo per approfittare di aiuti internazionale o comunque ingraziarsi i Paesi amici che hanno ovviamente anche interessi nella Sanità. I casi portati all’attenzione dai media sulla presunta corruzione nell'approvvigionamento di forniture essenziali per fronteggiare la pandemia, hanno fatto perdere fiducia al pubblico nella prevenzione, avvertita ormai semplicemente come un nuovo metodo per arricchire la classe dirigente a spese dei poveri. Qui si combatte per arrivare a pagare l'affitto a fine mese, per avere un lavoro stabile, per proteggere i figli da malattie che hanno percentuali ben superiori di mortalità. E chi dice "anche noi in occidente abbiamo gli stessi problemi" non ha mai vissuto con un dollaro al giorno. Provasse a pensare cosa può succedere quando viene a mancare pure quel dollaro e lo Stato non si inventa quasi niente per salvarti dalla fame.
La sfiducia nelle istituzioni locali in Kenya è sempre stata uno dei motivi fondamentali per cui si infrangono le leggi e non ci si cura del bene comune. La percezione di avere i controllori di tutto corrotti e sempre più voraci, porta alla conseguenza che la cosa pubblica sia in realtà un bene di pochi. “Che almeno ci lascino in pace nel nostro fango” è il ritornello comune.
Che significa non solo non rispettare le regole dell’emergenza Covid-19, ma salire in 4 su una motocicletta-taxi, gettare l’immondizia dove è più comodo e coltivare indifferenza sulla possibilità di migliorare la propria vita attraverso scelte condivise dalle piccole comunità.
In pochi seguono questa speranza, per molti il contrario diventa un alibi.  

TAGS: pandemia kenyaregole kenyadivieti kenya

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