Editoriali

EDITORIALE

'Cosa porto ai bambini poveri del Kenya?'

Consigli e avvertenze per evitare sciocchezze

22-09-2025 di Freddie del Curatolo

“Allora, cosa metto in valigia per la vacanza in Kenya? Ecco…pantaloncini e t-shirt che lì fa caldo, magari un golfino per la sera quando siamo in safari…costume e creme protettive per il mare, antizanzare (non in spray che non te lo fanno imbarcare) e poi…ah, sì, certo! Qualche regalo per i bambini poveri! Che so, matite, quaderni…”

Questi i preparativi di una buona parte di turisti italiani che hanno scelto il Kenya per le loro vacanze. Vorrei soffermarmi in particolare sull’ultima frase.
Innanzitutto per ricordare che siamo nel 2025 e gli stessi quaderni e matite cinesi che comprate al supermercato Bennet di Lurago Marinone li trovate anche in uno dei tanti negozietti sulle strade di Watamu, Diani e Malindi (per non parlare delle grandi città).  Nelle cartolerie in cui le stesse madri degli scolari si riforniscono, non solo costano meno, ma sono venduti da keniani non certo benestanti, quindi acquistandoli in Kenya invece che in Italia, fate del bene due volte: oltre al regalo ai piccoli studenti, fate girare l’economia locale.
Vabbè, finchè si tratta di materiale scolastico, può andare bene. Fate solo molta attenzione alla scuola che scegliete e come vi ci recate: esiste una legge, che specialmente sulla costa nessuno rispetta, per la quale prima di visitare una scuola pubblica e portare regali, bisognerebbe (uso il condizionale equatoriale) avvertire l’ufficio dell’educazione del proposito, indicando esattamente il motivo della visita e cosa si porta. Non per altro, ma per capire se la vostra presenza rientra effettivamente all’interno di un piano educativo. Recentemente, nell’entroterra di Kilifi, un’organizzazione umanitaria è finita sulla graticola per aver portato aiuti in cibo, registrando poi video in cui gli studenti erano stati costretti a recitare preghiere indù prima di mangiare.
Ma anche umiliarli a una “jambo bwana” per girare patetici video non è il massimo.
In più, giovi sapere che un’altra legge keniana ben più severa punisce chi pubblica sui social o in rete immagini di minori senza il consenso dei genitori. In questo senso, sono state già comminate pene esemplari. Tra chi si appropria di immagini a suo uso e consumo, e pubblicizza la sua infinita bontà “perché questi meravigliosi esseri si accontentano di così poco e umanamente ti danno così tanto…” ma ci si chiede mai cosa si lascia in termini di esperienza a loro?
Che momento di crescita rappresenta, ad esempio, fare un bel selfie con degli energumeni bianchi sorridenti pieni di caramelle che ti cariano i denti? E qualcuno la sbandiera pure come solidarietà…

A proposito di solidarietà da caramelle, ed altri piccoli disastri da vacanza in Kenya.
Come quei vecchi ballo di gruppo nei villaggi con l’animazione (qui, turisti, imparerete Vuli Ndlela e voglio “spoilerarvi” che non è una canzone del Kenya come la “Jambo bwana” di cui sopra, ma sudafricana e nessuno là si sogna di farci una coreografia da scemi), resiste la moda tragicomica del turista che prima di partire per il safari passa dal supermercato locale e fa scorta di sacchetti di caramelle.
Li compra con lo stesso spirito con cui noi, in Italia, ci fiondiamo sulle ciabatte in offerta a fine estate: “Non serviranno a me, ma qualcuno gradirà”.
Gli stessi beach boys o tour operator locali ci tengono a raccomandartelo: “Porta dolcetti ai bambini, così saranno felici e ti farai delle belle foto!”. Ed ecco che la jeep si ferma in una radura, dal nulla spuntano piccoli branchi di bambini, braccia tese, sorrisi a pieno schermo. Scena commovente, certo. Ma, a guardarla bene, somiglia più alla distribuzione di noccioline agli animali dello zoo che a un atto di carità cristiana.

Il costo per il turista? Meno di cinque euro. Il guadagno? Un altro rullino virtuale di selfie tropicali con il marchio DOC: “Io e i bambini poveri dell’Africa”.
Il guadagno per i bambini poveri dell’Africa? Carie, mal di pancia e un carico di coloranti da manuale di chimica nell’organismo. Il tutto in un posto dove il dentista per loro è più caro di un chirurgo estetico di grido per noi.

E allora, se proprio volete alimentare qualcuno, alimentatelo sul serio. Con dieci euro si comprano cinquanta brick di latte. Latte che fortifica i denti invece di demolirli, che nutre invece di colorare, che si divide invece di essere ingoiato a pugni stretti. Latte che, soprattutto, non dà l’effetto “zoo umano”.

Regali di fine vacanza
Altro capitolo dolente: cosa lasciare a chi vi ha accolto? Evitate l’originalità spicciola: scarpe vecchie, magliette scolorite, profumi evaporati. Finiscono al mercato delle zanzare (qui pulci, poche…) a un decimo del valore. Molto meglio un “pacco regalo di sopravvivenza”: due chili di farina di mais, un litro d’olio, un sacchetto di fagioli. Ai bambini, scarpe chiuse (il vero lusso, più del pallone). Alle donne, non bijoux ma assorbenti: meno poetici, ma molto più utili.

Se proprio non avete tempo…
Lasciate denaro, ma con criterio. Gli uomini – parliamoci chiaro – considerano la mancia un bonus da stappare in bottiglia. Gli alcolici locali, oltre a essere devastanti, hanno la capacità unica di trasformare un gesto di solidarietà in una rissa domestica.
Le donne invece, specialmente le madri, sono la banca seria del villaggio: pochi fronzoli, molta concretezza. Mettere in mano soldi a un beach boy, nella maggior parte dei casi, alimenta un mercato più nero di loro.  

Ecco, questi non sono gesti eroici, non vi costruiranno un monumento in piazza, ma almeno eviterete di aggiungere, alla miseria che vi circonda, anche la vostra leggerezza zuccherosa. Perché di bambini poveri ce ne sono già abbastanza. Non serve anche il turista stupido a renderli più consapevoli, e più cariati. Di denti e di testa.

TAGS: bambinipoverisolidarietàregali

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