Editoriali

EDITORIALE

Addio 2020, anno in cui in Kenya non accadde niente

Questo virus è solo l'ultimo arrivato per anticorpi allenati

31-12-2020 di Freddie del Curatolo

I vecchi saggi Mijikenda, nell’entroterra della costa del Kenya, sono soliti dire che se durante l’arco della giornata non è successo niente, è stata una buona giornata.
E in questo niente non rientrano solo le cattive notizie, i lutti, i soprusi, le avversità naturali.
In un luogo in cui la speranza è spesso riposta nelle preghiere e nei conciliaboli delle comunità di villaggio, i motivi per lamentarsi o per ribellarsi sarebbero molteplici.
Non è successo niente significa che si ha fame come sempre, che la malaria che ha ucciso un figlio il giorno prima ne eliminerà presto un altro, che l’ospedale distrettuale resta alla stessa distanza e con la stessa strada disagevole per raggiungerlo e così via.
Eppure, se la giornata è andata come se nulla fosse, si può dormire tranquilli.
Perché il Signore del Sole e delle Nuvole aveva l’orologio funzionante, non è arrivata la pioggia anzitempo a rovinare il raccolto di mais, il fiume non è uscito dagli argini e le cavallette hanno scelto altri lidi.
Ma il Kenya non è solo la terra dei saggi Mijikenda, né dei pastori Maasai e Samburu o dei nomadi Orma e Gabbra. Il Kenya è un Paese giovane e per molti versi rampante, anche se coinvolto in una crescita poco sana e spesso poco sostenibile.
Quindi nessuno si sognerebbe di dire, neanche qui all’Equatore, che il 2020 è stato un anno come un altro.
Per i keniani che hanno vissuto le guerre mondiali solo di rimbalzo e specialmente la prima, con i conflitti tra tedeschi e inglesi nelle colonie dell’Est Africa, gli anni pesanti sono stati quelli delle carestie, degli eccidi tribali. Le battaglie per l’Indipendenza e la rivolta dei Mau Mau alla fine hanno toccato poco l’intera popolazione, così come il caos post elettorale del 2008, che pure ha mietuto più di mille vittime. Meno del Covid-19.
Vogliamo parlare della malaria? A maggio di quest'anno i ricercatori inglesi e keniani avrebbero trovato finalmente la centotrentasettesima cura decisiva per eliminare questo flagello che si mangia non solo il Covid-19 ma anche ebola e i parenti di Bokassa in un solo boccone.
Ne avete saputo qualcosa? I media fanno sapere che "grazie a questa nuova scoperta" tra qualche anno la zanzara anofele verrà esodata.
Altri anni in cui non succederà niente, salvo contare vittime invisibili.
Quando la pandemia è arrivata in questo Paese, lo scorso mese di marzo, aveva già fatto il suo ingresso in 12 nazioni africane, comprese quelle del Maghreb e il Sudafrica, che non a caso risultano ancora oggi le più colpite.
Pochi giorni più tardi l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva vaticinato che per il Continente Nero sarebbe stata una catastrofe a causa della sanità pubblica inesistente, delle abitudini dei suoi popoli e della povertà che da sempre flirta con tante altre malattie che con il Covid-19 possono comporre un mix esplosivo.
Si pensi solo alla TBC e all’asma che nei bambini, per via dei fumi della paraffina usata come luce, delle sterpaglie bruciate e del carbone che è ancora il metodo numero uno di cottura, è molto diffusa.
Gli esperti non avevano considerato l’età media africana, che è meno della metà di quella occidentale, i climi, l’umidità, l’alimentazione naturalmente vitaminica per via dei frutti e delle bacche che spesso costituiscono oltre che degli antifame, dei nutrimenti indispensabili, le cure ancestrali a base d’erbe e soprattutto gli anticorpi abituati a lottare con virus molto più che pipistrelleschi e pangolinici ma decisamente leonini ed elefantiaci.
Anche i reporter più scafati e cinici, e i volontari più seri ed appassionati, fortunatamente non sono stati in grado di propagandare morti per le strade, fosse comuni con ammassi di cadaveri, ospedali al collasso con parenti delle vittime urlanti, assalti ai dispensari in cerca di ossigeno e così via.
Certo, i numeri ufficiali sono sicuramente più bassi di quelli reali, ma non di tanto.
Se i dati Istat in Italia segnalano il maggior numero di morti dal 1944, quelli del Kenya probabilmente riporteranno un leggero calo per via del minor numero di incidenti stradali (ma anche di ricoveri ospedalieri e certificati di morte...quelli verranno fuori più avanti).
Dove è stato terribile per i keniani il 2020?
Forse nell’economia?
Fatto salvo che quella “globale” riguarda una fetta esigua della popolazione ed è concentrata particolarmente nella capitale Nairobi e nelle sue città satellite, una volta che dopo 3 mesi di lockdown “duro” si sono riaperti i commerci, chi vive di poco ha ripreso le sue abitudini fatte della solita precarietà e della ricerca del guadagno quotidiano per galleggiare appena sopra la soglia della sopravvivenza. A soffrire maggiormente è stata la piccola media impresa e la relativa nuova classe sociale che è passata in pochi anni dalle baracche a case dignitose, che ha aperto piccoli negozi o è stata assunta da aziende che hanno dovuto ridimensionare i propri piani.
Ma anche per loro, pur trattandosi di uno stop inatteso e di speranze bruscamente bloccate, il “ritorno al via” è quasi naturale. Se si pensa che in altri Paesi limitrofi succede di peggio dopo una tornata elettorale che si trasforma in pulizia etnica o con nuovi dittatori che depauperano avversari politici e le loro aziende.
Insomma, il Covid-19 non è solo l’ultimo arrivato in quanto epidemia, ma anche una delle tante “varianti africane” dell’instabilità.
Dove sarà visibile il danno socio-economico del Paese?
Sicuramente nel turismo, come dappertutto. Turismo già comunque calato negli anni precedenti come fonte di guadagno per lo Stato, sceso a meno del 10% del PIL.
Il danno si vedrà in quei risvolti sociali che già i Governi ci mettono del loro a lasciare nel fango: disagio giovanile, violenze domestiche e di genere, istruzione e antiche tradizioni tribali.
Perché in questi mesi si sono tutti dedicati ad un’emergenza sanitaria, ma intanto l’acqua scarseggia in zone di conflitti etnici come e più di prima, la fame aumenta, i cambi climatici minacciano aree immense, il livello dei laghi si alza inghiottendo villaggi e campi coltivabili, le locuste si mangiano quel che resta.
Ecco perché non si può dire che il 2020 sia stato un anno peggiore di altri.
Il peggio in Africa è eterno e l’abbiamo voluto tutti a scapito di chi non ha mai guardato al domani. 
Non sarà certo un virus a rovinarcelo.
Buon 2021, Kenya.
E che non succeda nient’altro.   

TAGS: 2020 kenyavirus kenyaanno kenya2021 kenya

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