EDITORIALE
17-11-2025 di Freddie del Curatolo
Ci sono mattine in Kenya in cui l’unità nazionale si sveglia, si guarda allo specchio e si chiede cosa ci faccia ancora lì, incastrata tra i poster sgualciti della coesione e le statistiche che la contraddicono. Si stiracchia e pensa che l'importante è non farsi la guerra tra tribù, come troppe volte accaduto in passato.
Poi arriva improvvido, come un matatu che sgomma anche quando è vuoto, il rapporto della Commissione per la Coesione e l’Integrazione.
E ti ricorda che, nonostante le 46 comunità etniche + una onoraria (gli indiani) che dovrebbero colorare il Paese come un kanga di Watamu, a governare la tavolozza delle opportunità sono sempre le stesse cinque mani: Kikuyu, Kalenjin, Luo, Luhya, Kamba.
Più tre ospiti fissi in quota super-minoritaria: Kisii, Meru, Mijikenda. Otto in tutto.
Un Kenya a otto piazze, con la gente che guarda da fuori.
È come se la nazione intera fosse un grande pranzo domenicale, ma al tavolo ci si siede solo con l’accento giusto.
Gli altri, 38 comunità, aspettano ancora che qualcuno dica “ingieni... karibuni”. Nel frattempo, il 70% dei posti nelle aziende statali è occupato da chi ha già il piatto pieno.
E il 12% restante sembra quasi un errore di battitura, una distrazione del destino.
Il commissario Makori, con quella franchezza keniana che solleva il dito prima della voce, dice che la cosa davvero scioccante è quel 90% di posti controllati da otto comunità su quarantasei. Otto.
Viene da chiedersi se il Kenya indipendente immaginato dai padri fondatori fosse una democrazia o un condominio mal amministrato.
E il clientelismo? Ah, lui non manca mai.
È l’ospite che nessuno invita ma porta sempre il cibo più buono.
È lui che decide chi sarà CEO, segretario, direttore, comandante. Sempre gli stessi cognomi che danzano attorno alle poltrone, mentre i ruoli di leadership si trasformano in una specie di tombola etnica: in quattro comunità si vincono quasi due terzi dei numeri.
Makori ci tiene a precisare che non è contrario alle "telefonate".
Ci mancherebbe. In Kenya, una raccomandazione è parte del paesaggio, come i cartelli di “No hawking” che nessuno rispetta.
Chiede solo che si telefoni anche per wanyonge, i piccoli, quelli che non hanno lo zio giusto né il capo clan nella rubrica.
Una richiesta tenera, quasi poetica, se non fosse tragicamente reale.
Poi c’è la questione delle donne. Il rapporto ci dice che rappresentano il 22% dei CEO. In un Paese in cui la Costituzione pretende almeno un terzo, siamo sotto di tutto: numeri, buona volontà e imbarazzo.
Nemmeno le università, quelle che dovrebbero somigliare a mercati di idee, sono state risparmiate. Anche lì, le solite cinque comunità dominano l’85% dei posti. Le minoranze? Le stanno ancora cercando in qualche corridoio di facoltà, forse dietro una pila di scartoffie mai timbrate.
Il presidente della Commissione, Samuel Kobia, parla in modo semplice: non c’è equa distribuzione delle opportunità.
Fine della filosofia.
E in un Kenya che continua a ripetere the strength of a nation lies in its diversity, suona come una di quelle verità che fanno più male di un copertone di matatu sulle dita dei piedi.
Il problema non è nuovo, ma l’urgenza sì: un Paese non può pretendere di crescere se continua a scegliere la tribù invece del talento. L’unità nazionale non è poesia, è una pratica quotidiana. E ogni volta che la si ignora, si torna indietro di tre passi nella sabbia rossa della Rift Valley.
Eppure, qualcosa si può ancora salvare. Magari si potrebbe cominciare con un gesto semplice: assumere qualcuno perché è bravo, non perché parla la lingua giusta. In un Kenya che cambia, sarebbe quasi rivoluzionario.
O almeno, per una volta, sarebbe giusto.
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