Editoriali

EDITORIALE

L'università di Garissa e la paura ad ogni costo

I mussulmani di Malindi: "Siamo prima kenioti, poi islamici"

03-04-2015 di Freddie del Curatolo

“Noi qui i somali non li facciamo arrivare, anche se sono mussulmani come noi. 
Noi siamo prima kenioti e poi islamici”. 
L’amico Ahmed Ali Hassan (che forse ha altri sette otto nomi dello stesso tenore ma evita di snocciolarmeli) mi chiede di dire agli italiani che Malindi non può essere minimamente paragonata a quel che succede ormai da anni nel nord del Kenya, soprattutto al confine con la Somalia.
“Intanto voi giustamente avete paura in quanto cristiani – ammette – perché non sapete che i somali non ce l’hanno con voi occidentali, e soprattutto non sono integralisti come quelli siriani o iracheni. Loro ce l’hanno con i keniani perché hanno invaso i loro territori. Attaccando l’Università di Garissa hanno voluto attaccare le nuove generazioni di keniani benestanti. Per andare all’Università devi avere una famiglia ricca, qui una persona normale non se lo può mica permettere. 
E i ricchi sono sempre in qualche modo collegati con le istituzioni”.
Ahmed mi spiega cose che già so e che da anni cerco di far capire a chi mi scrive preoccupato, ai turisti che cancellano le loro vacanze in Africa, magari sognate fin da quando erano bambini. 
Mi sono anche un po’ stancato di passare da difensore ad ogni costo di questo paradiso che non ha mai avuto a che fare con il terrorismo, che anzi insegna da anni la serena convivenza tra islamici e cattolici, ma anche indù, animisti, buddisti e protestanti. 
Non devo difendere nulla, non sono pagato da nessuno e la mia vita non è condizionata dal numero di turisti che frequentano Malindi e Watamu. 
Io semplicemente vivo qui, questa è casa mia e se solo mi sentissi più in pericolo qui piuttosto che a Torino, Pescara, Marsiglia o Budapest, avrei già fatto le valige. 
Anche perché una delle cose che amo più di questo posto è la tranquillità. 
Vivo nel quartiere arabo di Malindi, a Shella. Rispetto e sono rispettato e non ho mai avvertito ostilità per il colore della pelle o per la presunta appartenenza a un Dio diverso da Allah. Cosa che ad esempio in Italia, a ruoli invertiti, ho sempre notato.
Certo, ultimamente ho le antenne più dritte, ma solo perché non mi piace fare l’ottimista a tutti i costi e perché non c’è più sicurezza di nulla, i tentativi di imitazione ed il malcontento giovanile crescono con una velocità incredibile dappertutto. 
Se una volta per fare casino imitavi il Nazismo o le Brigate Rosse, oggi i punti di riferimento per una certa gioventù possono essere proprio i radicali islamici.
Oggi il mondo gira così, non si è più sicuri da nessuna parte, ma io non mi stancherò mai di dire che non mi sono mai sentito così tranquillo, libero e in pace con il mondo, come quando vado in savana. L’ultima volta? Lo scorso weekend. 
E’ una prerogativa degli occidentali riempirsi di palliativi all’ansia di non essere al passo con i tempi, con ciò che è richiesto dalla società, dal consumismo e dal life-style. 
Tutta quest’ansia da prestazione genera paura e la paura si fa leggere, cliccare, fa parlare di sé più di ogni altra notizia.
Vorrei spiegare a chi mi legge che da queste parti basta staccarsi per un giorno da internet, dai social network, da telefonini e computer, e si recupera una visione davvero oggettiva delle cose.
Siamo arrivati a preoccuparci per scorribande dall’altra parte del mondo, quando negli anni sessanta e settanta c’erano più guerre civili e indotte che automobili, aspettiamo l’Isis sotto casa come se fosse interessato a decapitarci ad uso mediatico, continuiamo a mettere X su ogni nazione e città in base a quel che leggiamo o sentiamo, quasi mai in base alla nostra conoscenza. 
Cosa succederebbe se da domani tutti i media tacessero dei fatti di guerra, delle repressioni sanguinose, degli attentati terroristici? Probabilmente quello che succede a me quando stacco 24 ore da internet e vado in savana. 
Un’incredibile, strepitosa, appagante sensazione di libertà e di affezione con il mio io.
Cosa che ormai per l’essere umano, evidentemente, è terrificante al solo pensiero più di 150 studenti morti dall’altra parte del mondo.

TAGS: Malindi SomaliaMussulmani MalindiIslam Malindi

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