Editoriali

DALLAFRICA

La diga etiope che vuole fermare il tempo (oltre all'acqua)

Viaggio nel controverso megaprogetto sul Nilo Azzurro

17-09-2025 di Freddie del Curatolo

In Africa non si costruiscono solo sogni, cattedrali nel deserto o strade che finiscono nel nulla. Qualche volta si alzano anche dighe. E che dighe: nel 2011 l’Etiopia ha messo mano al più grande muro d’acqua del continente, la Grand Ethiopian Renaissance Dam, che più che il “rinascimento” etiope, sembra l’annuncio di un nuovo medioevo elettrico dove l’Egitto sarà il ghibellino e Addis Abeba la guelfa.

La promessa? Più di 6.000 megawatt di elettricità dal Nilo Azzurro, la centrale idroelettrica più grande d'Africa, e tra le venti più potenti del mondo. Tradotto: l’Etiopia che fino a ieri faceva fatica ad accendere un candelabro nelle chiese ortodosse di Lalibela, ora punta a diventare l’Enel d’Africa. Senza prestiti delle banche internazionali, senza la mano di Pechino, soprattutto negando la sparata di Trump che ha dichiarato “abbiamo fatto un errore a finanziarla”, forse per fare un assist al Cairo. La smentita del primo ministro Abiy Ahmed è stata secca come il deserto prima di Assuan. Sembra proprio che la diga in vetrina alla Rinascente sia stata pagata di tasca propria dagli etiopi, quelli rimasti e quelli emigrati. Una colletta da quasi 5 miliardi di dollari che ha messo d’accordo la diaspora: non tutti hanno potuto tornare a casa, ma almeno hanno potuto accendere la luce.
E il nazionalismo, così in voga di questi tempi, ha rispolverato bandiere, cappellini, drappi e slogan che non si vedevano dai tempi di Hailè Selassie.

Il problema è che il Nilo non è mica un ruscello di montagna che scorre solo per Addis Abeba. È un affare da 11 paesi, due a valle (Egitto e Sudan) e nove a monte, con priorità di sviluppo che si incastrano peggio di una riunione condominiale. E come in ogni condominio che si rispetti, ci sono i diritti acquisiti: l’Egitto che dice “l’acqua è mia e non si tocca”, forte di un trattato coloniale del 1959 che gli regalava il 66% del fiume. Peccato che il fiume arrivi all’Egitto dopo aver fatto il pieno negli altipiani etiopi, da cui proviene l’86% delle acque. In pratica, come se il rubinetto fosse in casa tua, ma il vicino pretendesse la cisterna intera “perché così hanno deciso gli inglesi”.

Gli egiziani non si fidano: il Nilo per loro è vita, e senza acqua non c’è agricoltura, turismo, né città del Cairo da venti milioni di abitanti. Per questo hanno chiesto di riempire la diga con calma, in vent’anni, come si fa con un bicchiere di latte quando hai mal di stomaco. L’Etiopia invece ha risposto che non poteva aspettare: i bambini devono studiare la sera con la luce elettrica, non con la candela.

Risultato: dopo anni di negoziati, interventi dell’Unione Africana, pressioni degli Stati Uniti e perfino sceneggiate al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ognuno è rimasto della sua idea. E la diga, intanto, è pronta: il 9 settembre 2025 Addis Abeba l’ha inaugurata, e chi s’è visto s’è visto.

Il Sudan, travolto da una guerra civile che ha ridotto il Paese a un disperato rebus irrisolvibile, guarda con sospetto: teme che la nuova diga mandi in tilt le sue, costruite quando il mondo era ancora in bianco e nero.

E allora eccoci qui: con una diga che promette di salvare gli etiopi dalla deforestazione, dare internet ai villaggi, persino raffreddare le aule scolastiche in estate. Ma che nello stesso tempo rischia di incendiare le relazioni con il vicino più ingombrante, l’Egitto, che continua a parlare di “diritti storici” sull’acqua come se il Nilo fosse una proprietà privata con tanto di cancello e citofono.

Il paradosso è che, se collaborassero, la diga potrebbe aiutare tutti: controllare le inondazioni in Sudan e proteggere l’Egitto dalle siccità. Ma l’Africa, lo sappiamo, è terra di sogni grandi e di negoziati piccoli. E così il fiume più lungo del mondo resta ancora oggi un campo di battaglia liquido, dove ognuno cerca di mettere una diga, non tanto all’acqua, quanto al tempo che non torna indietro.

TAGS: Etiopiadigaprogettocentrale

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