EDITORIALE
25-11-2025 di Freddie del Curatolo
Una nuova stagione turistica in Kenya è alle porte. Io, invece, sono alla porta del mio esaurimento nervoso, pronto a uscire senza salutare.
Perché ogni anno ricomincia la giostra delle raccomandazioni, delle prediche, dei “mi raccomando, non toccate niente, non portate a casa niente, non ammazzate niente”, rivolte a un pubblico che, il più delle volte, ha una capacità di ascolto paragonabile a quella di un cocco secco.
E voi fate benissimo – anzi, benissimissimo – a mandarmi le foto del malcostume italico a Watamu e Malindi: turisti con l’istinto di conservazione con la scadenza di una mozzarella del discount, beach boys arroganti improvvisamente laureati in biologia marina su TikTok, autorità che sbirciano la scena con l’aria di chi pensa “vabbè, se proprio devono…” o che se possono ne approfittano solo per farsi il gruzzoletto.
L’Africa insegna la pazienza, dicono. Io, però, comincio a perdere più quella dei capelli.
Prendiamo la moda che mi fa incaxxare di più, il solito feticcio estivo di Watamu: le stelle marine. Che lo ripeto all’infinito dal 2008: non sono giocattoli, non sono soprammobili, non sono souvenir da mettere accanto alla gondolina di Venezia.
Sono organismi viventi. E fragili. Talmente fragili che basta tirarli fuori dall’acqua per il tempo di un selfie, il tempo di un “guarda amore che ho trovato!”, il tempo di una storia Instagram con l’effetto glitter, perché vadano in stress letale.
Non è un modo di dire: letteralmente lo stress. Quelle creature non respirano come noi, non hanno polmoni, non hanno branchie da spostare con simpatia in spiaggia. Hanno un sistema idraulico interno, un equilibrio chimico delicatissimo. L’esposizione all’aria interrompe la loro respirazione, altera le loro pressioni interne, e in pochi minuti fa danni irreversibili. Per non parlare dei batteri che introduciamo toccandole con mani che fino a mezz’ora prima stringevano birre calde, telefoni, creme solari al petrolio e – nel peggiore dei casi – samosa di carne.
E qui uno potrebbe dire: “Eh ma il beach boy non lo sa…”. Ed è plausibile. Come si fa a imputare un crimine ambientale a chi un’educazione ambientale non l’ha mai ricevuta, a chi deve guadagnarsi la giornata, a chi pensa che far felice il turista significhi tirare fuori dall’oceano qualunque cosa si muova… o non si muova più?
Il problema, però, è che spesso i nostri connazionali sono peggio. Perché loro gli strumenti li avrebbero. Internet ce l’hanno. Informazioni ne hanno a secchiate. I social network glieli hanno installati direttamente nel colon. “Googolano” pure la loro madre. Ma quando si tratta di rispetto ambientale, nulla: tornano allo stadio evolutivo larvale (che pure quelle, sarebbero da preservare, al limite...)
E allora, come diceva il dottor Frankenstein nella gloriosa parodia di Mel Brooks, che scambiando il cervello di un beach boy con quello del turista medio di Watamu non vedrebbe troppa differenza: “SI PUO’ FARE!”
E dunque l’appello, che faccio a voi residenti o turisti stanziali, quelli che qui ci vivono almeno un minimo di tempo e che hanno ancora sensibilità e pazienza: provate a raccogliere firme. Portatele al Kenya Wildlife Service. Oppure, ancora meglio, iniziate una campagna. Io ci metto subito il megafono, la penna, la visibilità e persino quel po’ di fegato che mi resta.
Possiamo fare una cartellonistica da spiaggia, come quella che anni fa creammo insieme per tartarughe e coralli a Malindi. Possiamo spiegare con immagini chiare, comprensibili, inequivocabili, che le stelle marine lasciate dov’erano vivono, toccate da noi muoiono. Possiamo coinvolgere hotel, attività, associazioni che hanno a cuore Watamu e i suoi ecosistemi.
Basta iniziare. Una firma, un cartello, una donazione, un passaparola. Perché se aspettiamo la consapevolezza spontanea del turista qualunque, rischiamo che prima di lui si evolvano i paguri.
Io ci sono. Voi provateci, e fatemi sapere. Perché la mia pazienza è finita… ma la speranza, quella, non è ancora andata a fare il bagno.
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