Reportage

REPORTAGE

Salire a Kwale, miti immaginari e creature stupefacenti

Viaggio in un paradiso naturale della costa sud del Kenya

09-09-2025 di Michele Senici

Un giorno, milioni di anni fa, un essere umano mastodontico ricevette dal Consiglio Superiore il mandato di costruire la costa del Kenya.
Era un junior, senza tanta esperienza, ma che sognava di farcela.
Già aveva creato le scogliere del Sudafrica e aveva predisposto le spiagge nere di Lanzarote ma entrambe erano state poco apprezzate.
Ora gli mancavano le idee.
I suoi 370 kilometri di altezza (l’avevamo detto che era mastodontico!) gli permettevano di vedere tutto quanto era stato creato dai suoi colleghi da Nord a Sud e da Est a Ovest, ma ancora gli mancava l’ispirazione.
Così si sedette sconsolato tra la costa informe di Shimoni e le acque da cui più tardi avrebbe fatto emergere l’isola di Wasini.
Lo sguardo fisso davanti a sé, verso Nord, su quel pezzetto di terra che sarebbe poi diventata Mombasa ma che non gli competeva, dato che la costruzione di terre destinate a città potenti erano state riservate alle Grandi Anziane.
Alla sua sinistra l’entroterra informe, alla sua destra l’oceano, sotto il suo fondoschiena coralli appuntiti e sabbia infinita.

Il gigante aveva una mano lunga almeno quaranta chilometri e larga venti.
Annoiato, poggiò la mano destra in fondo al mare.
Le punte delle dita affondarono con decisione sugli abissi al largo di Likoni mentre il polso sfiorava appena le onde fuori Kinondo, a Sud di Diani. Tenendo le dita ben unite come a fare una paletta, iniziò a trascinare sassi, sabbia e coralli dal mare verso il Continente.
Anzitutto premette forte e la terra trascinata formò una piana pressoché uniforme e fertile: così naquero Tiwi, Diani, Galu e Kinondo.
Poi, stanco della monotonia, la mano trascinò più materiale che si accumulò più alto a Ovest e degradante verso il mare a Est.
Si ritrovò così con una montagnetta che saliva dolcemente dall’oceano e che terminava bruscamente in un dirupo verso la savana.
Soddisfatto di quel triangolo che avrebbe bloccato la vista mare al costruttore del monte Kenya, suo acerrimo nemico, assestò pure un bel colpo a quel dirupo col palmo della mano, decretando così che la montagna sarebbe stata scoscesa verso Ovest per i millenni a venire.
Il gigante che si stava occupando della Somalia lo guardò da Nord e gli chiese che collina fosse quella.
Lui, confuso, convinto di aver tirato su una cima Himalayana, quasi offeso dalla parola collina, gli domandò, con aria tonta: “Quale?”
Tutti i giganti impegnati si voltarono e risero della sua goffaggine.
Il resto è storia: le lingue evolsero ma quel luogo restò e resta noto come Kwale. Del gigante si sa poco, un po’ come delle colline su cui sorge Kwale. Del lavoro dell’abile costruttore oggi ci resta un luogo che a tratti pare magico.

Salire a Kwale, per chi abita sulla costa, è come uscire da un mondo per entrare in un altro.
La strada serpeggia tra colline e conche, e serpeggiando sale regalando viste infinite sull’oceano a chi non si scorda di guardare indietro.
Salendo, le distese di alberi di mango e anacardi lasciano spazio agli appezzamenti di mais, kale e banane. Se è mattina presto, l’umidità si condensa in nuvole che attraversano la strada e i tuktuk sfrecciano dentro e fuori da esse come fossero Boeing di Ryanair.
La città di Kwale inizia in un istante, dopo che la strada si è riposata sotto la coperta di un bosco di pini, teak e eucalipti. Kwale, un tempo assonnato crocevia, è stata glorificata a capitale della Contea e da allora è diventata una cartolina del 1976.
Gli edifici governativi e amministrativi, piccoli e minuti, senza pretese di magnificenza, colorati a fasce nere, rosse, verdi e bianche emergono dagli alberi ai lati della strada.


Qualche Land Cruiser sfreccia verso la riserva mentre i Digo e i Duruma con le felpe pesanti prendono chai fumante e mbaazi negli hotel della città.
Le traverse a sinistra e a destra, allineate una dopo l’altra, accompagnano gli avventori nella scacchiera quasi ordinata che è la cittadina in cima alla collina. In certi angoli e da certe prospettive, Kwale pare una piccola Nairobi che mai baratterebbe la sua pace per il progresso e i grattacieli.
Nel tardo pomeriggio, continuando sulla C106, la cittadina quasi giunta al termine, tocca scegliere se restare sulla collina o buttarsi a capofitto nelle distese di savana.
Per il visitatore che preferisce guardare le cose dall’alto prima di immischiarcisi, consiglio di prendere la destra per lasciarsi togliere il fiato.
Tsimba Golini, così l’hanno chiamato quel dirupo che il gigante ha creato per dispetto.
È una strada di terra rossa soffice come velluto.
A destra le capanne al limitare della cittadina, a sinistra il vuoto pieno di poesia.
Occorre sedersi e scorgere quanto possibile mentre il sole si abbassa verso l’orizzonte. Il fiume Mwache taglia la piana formando ampie e dolci anse, alcuni baobab spuntano tra gli arbusti e i gazebo di acacie. Il verde pian piano dirada e più in là, inizia l’arida savana che corre lentamente fino allo Tsavo. Un elefante si gratta la schiena contro un baobab mentre qualche antilope nera zampetta sul margine di una radura.
Il visitatore, mentre il sole farà tutto arancio e più tardi viola o ancora la mattina dopo, se da quello stesso punto non vedrà che un mantello di nuvole a coprire la piana, non potrà che chiedersi se quel gigante non sia veramente esistito.
O se Dio, Madre Natura o chi per loro non siano stati i progettisti di tanta meraviglia. Se il visitatore sarà più razionale, spiegherà che tutto è iniziato col Big Bang. Ma se il visitatore starà in silenzio e osserverà con cautela, comprenderà che non è nemmeno più necessario farsi domande o proporre congetture. Si sentirà in quel momento parte del creato e il suo spirito sarà riconciliato con i più grandi sistemi che regolano la vita, la morte, i cicli delle stagioni e lo stupefacente e inesorabile scorrere del tempo del mondo, così tanto più lungo e rassicurante di quello dell’essere umano.

 



••• Michele Senici, 1993. Educatore, insegnante, coordinatore di progetto. Ho aperto Casa Hera a Diani perché non sapevo dove continuare la mia vita. L’ho capito ora? Certamente no, ma va bene così, almeno osservo, penso, scrivo.

TAGS: KwaleDianicostaSenici

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