KENYA NEWS
19-01-2026 di Freddie del Curatolo
Un teatro non è solo un edificio, ma un contenitore di voci, musiche, danze, interpretazioni, poesia, scenografie, risate, lacrime, indignazione, gioia, attenzione, scoperte, curiosità appagata, dubbi e domande, in due sole parole: arte e vita.
Anche il Little Theatre Club di Mombasa non è solo un edificio. Intanto è storia, perché un edificio che starebbe per compiere 80 anni in Kenya è “tanta roba”, come direbbero quelli che difficilmente frequentano un teatro.
Il piccolo edificio di mattoni all’inglese è lì dal 1947, quando il Kenya dei keniani era ancora una promessa lontana e Mombasa non aveva bisogno di spiegare perché fosse già il mondo e il suo teatro si svolgeva soprattutto nelle viuzze della Old Town, nei mercati e al porto. Nacque come centro ricreativo per i marinai della Royal Navy, ma qualche anno dopo venne fondata una compagnia teatrale e si diede il via a spettacoli, in cui venne coinvolta anche la comunità indiana.
Ci sarebbero mille storie da raccontare e, perché no da riportare alla luce.
Ora invece la luce si spegnerà, il sipario verrà chiuso per sempre, dopo l’ultimo spettacolo senza attori e colonna sonora, e con un copione già scritto.
In maniera cruda, asettica, edificante (è proprio il caso di dirlo) bisognerà solo raccontare perché il Little Theatre verrà demolito.
O meglio: “convertito”. Che è una parola elegante per dire che un teatro, se non produce bulloni e non crea plusvalenze, può tranquillamente diventare altro.
Un istituto tecnico per ferrovieri, per esempio.
Utile, rispettabile, moderno. In grado di creare forza lavoro, mica attori e poeti ed altri generi di perdenti della società!
Una bella struttura a più piani, con mura nuove e memoria zero.
Con gare d’appalto da acquolina in bocca, numeri variabili di sacchi di cemento, finanziamenti cinesi ed altre leccornie in via di sviluppo.
Kenya Railways, proprietaria del terreno, ha deciso che quel pezzo di storia culturale, ufficialmente monumento nazionale, insiste un po’ troppo su un terreno che potrebbe rendere di più se smettesse di raccontare storie e iniziasse a insegnare mestieri. E così, a gennaio 2026, potrebbe arrivare lo sfratto. Non per cattiveria. Per sviluppo.
Peccato che in quel teatro, nel 1960, abbia suonato gente come il grande Louis Armstrong.
Peccato che da lì siano passate generazioni di artisti della costa, attori, musicisti, ballerini, gente che magari non ha mai avuto un diploma tecnico ma ha insegnato a una città come respirare insieme. C’era una volta il Taarab, musica swahili che non viene insegnata e nemmeno ricordata in un festival decente. C’erano compagnie che proponevano sotto forma di musical le leggende popolari, dai Mau Mau a sognatori e visionari del Kenya indipendente.
Peccato soprattutto che la cultura, in Kenya come altrove, continui a essere considerata un hobby di lusso, buono solo quando serve una foto per il ministero o una candidatura agli African Awards da annunciare con entusiasmo distratto.
Gli artisti protestano, firmano petizioni, lanciano hashtag con la stessa ostinazione con cui continuano a credere che qualcuno, prima o poi, ascolterà. #SaveLittleTheatreClubMombasa non è solo uno slogan: è una richiesta di non cancellare tutto con una ruspa e una delibera. È una domanda semplice: possibile che in un Paese grande, giovane e creativo come il Kenya non ci sia spazio sia per l’istruzione tecnica sia per un teatro?
A Mombasa si sono visti sit-in, incontri con politici locali, promesse di dialogo. Il presidente del club, Fernando Anuang’a, parla di tesoro nazionale. E lo è davvero, ma in Kenya i tesori nazionali hanno spesso una vita breve se non generano fatture o inaugurazioni con targa.
Il paradosso è sempre lo stesso: si dice di voler creare lavoro, ma si smantellano i luoghi dove nascono le vocazioni. Si parla di economia creativa, ma si chiudono i suoi templi più antichi. Si invoca il futuro, dimenticando che senza memoria il futuro è solo un capannone nuovo.
Forse una soluzione esiste. Spostare il teatro, ricostruirlo, integrarlo. Forse. Ma intanto il messaggio è chiaro e rimbomba più forte di qualsiasi applauso: la cultura può aspettare. L’arte può traslocare. Il sipario, invece, può calare definitivamente.
E quando accadrà, a Mombasa resterà un’altra aula, un altro edificio funzionale, un altro pezzo di città senza voce.
Il teatro, quello vero, se ne andrà in silenzio. Come fanno sempre le cose importanti, quando nessuno le considera più urgenti.
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