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Jkia, mega aeroporto keniano per non restare al palo

Etiopia e Ruanda già partiti con nuovi scali, e Nairobi?

14-01-2026 di Freddie del Curatolo

Ruanda ed Etiopia sono partite al bang. Nuovi aeroporti, piste lunghe come promesse elettorali, rendering futuristici e partner internazionali che arrivano con la valigetta in mano e il sorriso da investitore visionario. Il Kenya, per una volta, ha guardato l’orologio e si è accorto di rischiare di restare al palo, fermo in sala d’attesa mentre gli altri decollano.

Da qui la decisa accelerata del governo Ruto sul dossier più delicato e simbolico di tutti: l’aeroporto internazionale Jomo Kenyatta di Nairobi. Un’infrastruttura che per anni ha vissuto di rattoppi, terminal provvisori diventati permanenti e di quella storica fragilità chiamata “pista unica”, capace di paralizzare tutto per un incidente anche minore.

Il piano ora è tornato ufficialmente in pista. Dopo la cancellazione del precedente accordo con il gruppo indiano Adani, il governo ha rimesso mano al progetto di ampliamento e ammodernamento di JKIA: circa 250 miliardi di scellini kenioti, quasi 2 miliardi di dollari, finanziati da un mosaico di partner internazionali. Banche di sviluppo, investitori privati, Unione Europea compresa, e quindi anche l’Italia, che in Kenya atterra da decenni non solo con i voli charter.

Il ministro dei Trasporti Davis Chirchir ha parlato di “rinnovato slancio” e di un impegno chiaro a mantenere Nairobi come hub principale dell’Africa orientale e centrale. Tradotto: se Addis Abeba e Kigali corrono, Nairobi non può permettersi di restare inchiodata a strutture pensate per un altro secolo.

Il cuore del progetto è un nuovo terminal passeggeri a forma di X, pensato per separare in modo razionale i flussi domestici e internazionali. La prima fase dovrebbe gestire 10 milioni di passeggeri l’anno, con un’espansione finale fino a 15 milioni. Un salto necessario, considerando che oggi JKIA movimenta già circa 8,6 milioni di passeggeri annui, superando una capacità di progetto ferma a 7,5 milioni.

Altro punto cruciale è la seconda pista. Lunga 4,8 chilometri, dovrebbe essere completata entro giugno 2027 e permettere finalmente decolli e atterraggi simultanei. Una rivoluzione silenziosa per un aeroporto che ha conosciuto chiusure totali per incidenti minimi, con effetti a catena su voli, merci, turismo e affari.

Accanto a piste e terminal, il progetto immagina anche una vera e propria Airport City, sul modello di Dubai e Istanbul: hotel, aree commerciali, logistica, servizi. L’idea è semplice e ambiziosa allo stesso tempo: far guadagnare l’aeroporto anche quando gli aerei sono a terra.

Il contesto regionale non lascia spazio a tentennamenti. L’Etiopia ha già aperto un nuovo aeroporto internazionale, mentre il Ruanda, con il sostegno del Qatar, sta costruendo il Bugesera International Airport, pensato per diventare un hub continentale. In Africa orientale oggi anche le piste sono geopolitica, e chi resta indietro paga il prezzo in turismo, investimenti e centralità economica.

Il presidente William Ruto lo ha detto senza giri di parole: infrastrutture aeroportuali moderne sono decisive per il commercio, il turismo e il ruolo di Nairobi come capitale diplomatica e finanziaria della regione. A gestire il tutto sarà la Kenya Airports Authority, chiamata a coordinare tempi, appalti e fondi, in un Paese dove i ritardi sono spesso più lunghi delle piste.

Il cronoprogramma, almeno sulla carta, è ambizioso. Avvio dei lavori a gennaio 2026, primi interventi immediati come nuovi pontili d’imbarco entro giugno dello stesso anno, seconda pista nel 2027, terminal principale completato entro il 2029.

Resta da vedere se questa volta il Kenya riuscirà davvero a decollare senza restare fermo al gate. Ma una cosa è certa: in Africa orientale, oggi, chi non investe in aeroporti rischia di restare con la valigia pronta e nessun volo da prendere.

TAGS: aeroportohubNairobiinternazionale

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