POLITICA
23-02-2026 di Freddie del Curatolo
In Kenya, la politica è una roba giovane, e anche se qui la vita media delle persone e delle cose è molto più bassa che da noi, non si può pensare che muoia.
Al massimo cambia nome, cambia slogan, cambia padrone. E a volte cambia anche campo, con la naturalezza con cui un predicatore cambia parabola quando la folla comincia a distrarsi.
Il nuovo nome da imparare in questi giorni, o almeno da fingere di capire, è “Linda Mwananchi” – proteggere il cittadino. Un’espressione semplice, quasi innocente, che però nasconde una delle fratture più profonde mai attraversate dall’opposizione, quella dell’Orange Democratic Movement (ODM), il partito che per quasi vent’anni è stato sinonimo di antagonismo, di promessa, e soprattutto di Raila Odinga.
Ora che Raila non è più di questo mondo e che il suo carisma non è più sufficiente a tenere insieme ambizioni, risentimenti e nostalgie, l’ODM sembra un vascello senza timoniere, in cui c’è chi sale sull’albero maestro per scrutare l’orizzonte, chi resta a poppa per organizzare meglio la navigazione, chi si aggrappa a nuove vele e chi salta sulla scialuppa lanciata dalla nave ammiraglia.
Il movimento Linda Mwananchi sta cercando di mettere un motore al vascello alla deriva dell’opposizione. Nasce dalla ribellione interna di alcuni dei volti più riconoscibili dell’ODM: il governatore di Siaya James Orengo, storico delfino e avvocato di Raila, il senatore di Nairobi Edwin Sifuna, il parlamentare Babu Owino, controverso ma abile leader dei giovani, e altri esponenti storicamente legati alla linea più radicale del partito. Quasi tutti appartenenti all’etnia di Odinga, quella Luo, ma anche vogliosi di abbattere questa barriera sempre presente nella mente e nelle strade del Paese.
Il loro sospetto, nemmeno troppo velato, è che la dirigenza attuale dell’ODM, rappresentata dal fratello maggiore di Raila, Oburu Odinga, stia preparando un’alleanza elettorale con il presidente William Ruto e il suo partito, la United Democratic Alliance (UDA), in vista delle elezioni del 2027.
Un’ipotesi che, fino a pochi anni fa, sarebbe sembrata una mezza bestemmia politica, ma che con Ruto di mezzo, nessuno avrebbe escluso.
Perché l’ODM ha rappresentato per anni il rifugio degli scontenti, la casa di chi si considerava escluso dal potere. Ora, invece, dopo l’accordo del 2023 tra Raila Odinga e William Ruto, che ha portato uomini dell’ODM dentro l’esecutivo e ha posto fine a mesi di proteste, il partito si trova in una posizione ambigua: né opposizione né governo, o forse entrambe le cose contemporaneamente.
Una condizione che in Kenya non dura mai a lungo.
James Orengo, che per anni è stato uno dei più fedeli luogotenenti di Raila Odinga, oggi parla come un uomo che ha deciso di attraversare il Rubicone...pardon, il Tana River.
Ha definito Linda Mwananchi uno “tsunami”, una forza popolare inarrestabile.
“Questa cosa è enorme. Nessuna forza al mondo potrà ostacolarci”, ha dichiarato, sfidando apertamente il governo e la leadership ufficiale dell’ODM.
Il tour è partito da Busia, quasi al confine con l’Uganda, è passato da Kitengela, alle porte di Nairobi ed è arrivato a Kakamega, attirando folle numerose ma anche tensioni crescenti.
Sabato scorso, all’Amalemba Grounds, la polizia antisommossa ha lanciato gas lacrimogeni per disperdere i partecipanti, trasformando un comizio politico in una scena già vista troppe volte nella storia keniana: la democrazia che incontra il manganello.
Le autorità hanno giustificato l’intervento con la necessità di mantenere l’ordine pubblico. Gli organizzatori hanno parlato invece di intimidazione.
La verità, come spesso accade, sta nel fatto che entrambe le parti si stanno preparando a qualcosa di più grande.
La politica keniana ha una strana relazione con il sangue. Lo nega, lo condanna, lo promette mai più, e poi, puntualmente, lo ritrova.
Durante il comizio Linda Mwananchi a Kitengela, un giovane di 28 anni, Vincent Ayomo, è stato ucciso da un proiettile che lo ha colpito al volto mentre si trovava nei pressi della manifestazione. La sua famiglia sostiene che non fosse nemmeno un partecipante politico, ma un meccanico che stava semplicemente andando a prendere pezzi di ricambio.
La sua morte è diventata immediatamente un simbolo.
Non di una causa, ma di un clima.
Come ogni rivoluzione moderna, anche Linda Mwananchi ha bisogno di logistica.
E la logistica costa.
Il senatore Edwin Sifuna ha presentato un camion attrezzato con impianti audio professionali, trasformandolo nel centro mobile della campagna. Un dettaglio apparentemente banale, che però ha sollevato la domanda più importante della politica keniana contemporanea: chi pagherà lo Tsunami?
Un tour nazionale, con palchi, sicurezza, mobilitazione e copertura mediatica, può costare decine di milioni di scellini. E Sifuna, per quanto influente, non è noto per essere un magnate.
Lui ha parlato di sostenitori anonimi. I suoi avversari parlano di finanziatori politici.
Altri sussurrano il nome dell’ex presidente Uhuru Kenyatta, oggi silenzioso ma ancora profondamente influente, e apparentemente interessato a costruire un fronte alternativo a Ruto.
In Kenya, il denaro politico è come il vento sulla costa di Malindi: lo senti, lo vedi muovere le cose, ma raramente riesci a capire da dove viene davvero.
Ufficialmente, le elezioni presidenziali sono ancora lontane. Ma in Kenya le campagne elettorali cominciano il giorno dopo il voto precedente.
William Ruto, eletto nel 2022 con la promessa di rappresentare il “popolo contro le élite”, oggi governa un Paese segnato da inflazione, debito crescente e una popolazione giovane sempre più impaziente. Le proteste del 2023 contro l’aumento delle tasse hanno dimostrato quanto fragile sia l’equilibrio politico.
L’ODM, che per anni è stato l’alternativa naturale al potere, oggi rischia di implodere sotto il peso delle sue contraddizioni.
Linda Mwananchi rappresenta proprio questo: non ancora un partito, non ancora una coalizione, ma già qualcosa di più di una semplice ribellione interna.
È il sintomo di un vuoto.
E in Kenya, i vuoti non restano mai tali a lungo. Qualcuno li riempie sempre. Con promesse, con alleanze, o con illusioni.
Nel frattempo, il falansterio politico continua a riconfigurarsi, nella sua perentoria mutevolezza, mentre i suoi abitanti si inoculano nuove convinzioni e si preparano, ancora una volta, a cambiare schieramento senza mai cambiare davvero storia.
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