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Pasqua di incidenti e raccomandazioni non rispettate in Kenya

Venti morti sulle strade nell'esodo di venerdì e sabato

05-04-2026 di Freddie del Curatolo

Il Kenya è un Paese che durante le feste si muove. E quando si muove troppo, troppo in fretta, troppo stipato, paga pegno. Questa Pasqua lo ha ricordato ancora una volta: venti morti in poche ore, come se fosse un triste prezzo già incluso nell’allegro biglietto dell’esodo comandato.
La National Transport and Safety Authority ha diffuso le sue linee guida per la sicurezza stradale nel weekend di Pasqua con una puntualità quasi ironica: poche ore dopo che venti persone avevano già perso la vita tra il Venerdì Santo e la mattina successiva.

Il dato più crudele è anche il più semplice: venti morti in una notte. Undici di loro viaggiavano su un matatu che, a velocità sostenuta, si è schiantato contro un rimorchio in avaria nei pressi di Gilgil, lungo la trafficatissima arteria tra Nairobi e Nakuru. Un incidente che non ha nulla di straordinario, se non il numero di vittime. Per il resto, è quasi routine.

Il comandante di polizia locale, Winston Mwakio, ha ricostruito la scena con la freddezza necessaria: il camion fermo per problemi meccanici, il matatu che arriva troppo veloce, l’impossibilità di frenare in tempo. Una dinamica così familiare da sembrare una formula matematica: guasto + velocità = tragedia.

E infatti, mentre si contano i corpi, arrivano anche le istruzioni. Sei punti, come i comandamenti minimi della sopravvivenza su strada: togliere i veicoli in panne dalla carreggiata, segnalare il pericolo, rispettare i limiti di velocità, evitare l’alcol, riposare prima di guidare, controllare lo stato del veicolo. Consigli impeccabili, quasi banali. Il problema è che in Kenya non è la mancanza di regole a uccidere, ma la loro sistematica irrilevanza.

La stessa autorità aveva appena lanciato la campagna “Usalama Barabarani 2026”, identificando le sei principali cause di morte sulle strade: eccesso di velocità, guida in stato di ebbrezza, stanchezza, tra le altre. È come stilare l’elenco degli ingredienti di una ricetta che si continua a cucinare male, sapendo già il risultato.

Nel frattempo, lungo la Nairobi–Nakuru, la scena si ripete. A settembre dello scorso anno, nello stesso punto, un incidente quasi identico aveva ucciso sedici persone di un’unica famiglia diretta a una funzione a Nakuru. Anche allora un matatu, anche allora un rimorchio. Anche allora indignazione nazionale, promesse, appelli.

Sei mesi dopo, altri morti. Stesso copione, stesso pubblico.
Perché il vero nodo non è la mancanza di controlli, che pure vengono intensificati durante le festività con telecamere, posti di blocco e pattuglie. Il nodo è un sistema che vive sulla velocità e sull’urgenza: più viaggi, più guadagni. Più passeggeri, più pressione. Più pressione, meno prudenza.

La Pasqua, come il Natale, amplifica tutto questo. Più gente in viaggio, più veicoli sovraccarichi, più fretta di arrivare e ripartire. Le strade diventano corridoi dove la logica economica corre più veloce del buon senso.
E i numeri raccontano il resto. Solo a gennaio 2026, 398 persone sono morte in incidenti stradali. Un mese. Poi i dati sono saliti, come salgono sempre, silenziosamente, senza bisogno di campagne.

Così, mentre la NTSA invita a pianificare meglio i viaggi e a chiamare il 911 per segnalare i pirati della strada, la realtà resta quella di sempre: un Paese che sa perfettamente cosa lo uccide, ma continua a guidare dritto verso il problema.
Con una certa coerenza, bisogna riconoscerlo.

 

TAGS: incidentistradeesodovittimematatu

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